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Un quarto di secolo. 25 anni. 9.125 giorni. Tanti ne sono passati dall’omicidio di Giuseppe Tizian, funzionario della Monte dei Paschi di Locri, ammazzato a colpi di lupara sulla statale 106 Jonica mentre tornava a casa dal lavoro. Era il 23 ottobre 1989 e ancora oggi la sua morte è un caso irrisolto, uno dei 3 sitanti. Depistaggi e silenzi hanno cercato per anni di infangarne la memoria, negando alla famiglia persino il conforto della verità: Peppe – come lo chiamavano gli amici – è una vittima di mafia, una delle tante.

Fino a pochi anni fa dentro e fuori la Calabria in pochi conoscevano il suo nome. La storia di Giuseppe Tizian è stata infatti raccontata per la prima volta nel 2010 all’interno del libro di Danilo Chirico e Alessio Magro “Dimenticati”. Se adesso quel nome e quella storia sono stati recuperati e restituiti alla memoria  collettiva è grazie all’impegno portato avanti dall’associazione daSud insieme a suo figlio Giovanni, giornalista antimafia sotto scorta dal 2011. Qualche anno fa anche Libera ha voluto intitolare a Giuseppe Tizian un proprio presidio nel paese di Carpi, in provincia di Modena, dove Giovanni si è trasferito insieme alla madre e alla sorella dopo l’omicidio del padre. È proprio qui che oggi quello stesso presidio lo ricorderà, portando in scena la prima nazionale di uno spettacolo ideato e realizzato dall’attore teatrale Nino Racco.

Peppe Tizian non era un eroe. E probabilmente nemmeno avrebbe voluto esserlo. Era semplicemente un uomo onesto, uno di quelli con la schiena dritta, costretto a lavorare in un contesto di “pressioni o minacce 188che purtroppo – denunciarono a posteriori i suoi colleghi – la classe datoriale, volutamente o no, finge di ignorare”. “Funzionario integerrimo”, lo definirono gli investigatori. Una dichiarazione che già fa intuire il movente del suo delitto e circoscrive la rosa dei potenziali mandanti. Le indagini, infatti, erano partite col piede giusto, indirizzandosi sui “rischi” del suo mestiere. Poi, all’improvviso, questa pista venne abbandonata: Tizian era separato dalla moglie, tanto bastò per dare credito alle solite voci tossiche dell’omicidio passionale. Grazie a queste voci, a 25 anni dalla sua morte, il suo assassino è ancora libero. E la sua famiglia è stata costretta a lasciare la Calabria, portandosi dentro il dolore e la vergogna di dover giustificare un morto ammazzato, colpevole fino a prova contraria.

Solo a distanza di anni il figlio di Peppe, Giovanni, ha trovato la forza e il coraggio per fare pace col passato, iniziando un percorso di verità e giustizia che è insieme personale e collettivo. In questa sua ricerca, ha incontrato daSud. È stato proprio durante la prima edizione della “Lunga Marcia della Memoria”, organizzata dall’associazione nell’estate del 2008, che Giovanni ha, per la prima volta, raccontato pubblicamente la storia di suo padre e della sua famiglia.

Peppe Tizian è così diventato per certi versi il simbolo del più vasto progetto di (ri)costruzione di una memoria collettiva antimafia che l’associazione daSud porta avanti ormai da anni con strumenti e linguaggi nuovi e “alternativi”. Una tappa importante di questo percorso è stata l’intitolazione simbolica di centinaia di strade e piazze italiane alle vittime della criminalità organizzata. Per un giorno, il 15 luglio 2009, il viale Martiri della libertà di Modena è così diventato viale Giuseppe Tizian.

L’anno successivo, per la terza edizione della “Lunga Marcia della Memoria”, daSud ha deciso di rinnovare il ricordo di Peppe Tizian proprio nel luogo in cui è stato ammazzato, sulla SS 106 a Locri, di fronte all’area archeologica. Su quel “muro della vergogna”, l’associazione ha realizzato un murale, scrivendo a caratteri cubitali che «Il “Crimine” non paga. La Locride è anti’ndrangheta. Parola d’onore».

Un anno dopo, il 24 luglio 2011, daSud è tornata nuovamente sul luogo del delitto per restaurare e riportare alla luce il murale. Che, dimenticato ancora una volta dalle istituzioni, era stato nel frattempo ricoperto da rovi e arbusti.

Pochi mesi dopo, l’associazione daSud – con la campagna “Io mi chiamo Giovanni Tizian” – è stata tra le prime a schierarsi al fianco di Giovanni Tizian, allora collaboratore della “Gazzetta di Modena”, a seguito delle minacce di morte pronunciate dal faccendiere Guido Torello mentre parlava al telefono col boss della ‘ndrangheta Nicola Femia. Per quelle minacce Giovanni è tutt’ora costretto a vivere sotto scorta. Come suo padre, non è un eroe, ma un uomo con la schiena dritta.