Sono il fiore all’occhiello della cultura antimafia, frutto di un lungo iter fatto di sacrifici di vite umane, di mobilitazione civile e di provvedimenti legislativi assunti non a caso come esempio dagli ordinamenti di altri Paesi. I beni confiscati alle organizzazioni criminali rappresentano la sintesi migliore dell’attività di contrasto, ma anche e soprattutto di prevenzione, alle mafie.

Futuro restituito
Se la cosiddetta legge Rognoni La Torre (n. 646 del 1982), infatti, ha avuto il fondamentale ruolo di inaugurare la stagione delle indagini per l’individuazione, il sequestro e la confisca delle ricchezze delle mafie, il passo successivo è stato compiuto grazie alla legge 109 del 1996 (frutto della raccolta di un milione di firme promossa da Libera), che ha stabilito la necessità di destinare a finalità sociali i beni oggetti di sequestro e successiva confisca. Le comunità a cui le mafie hanno sottratto futuro e opportunità vengono in questo modo risarcite e questi luoghi diventano il simbolo evidente e tangibile di uno Stato che riconquista pezzi di territorio e beni, mobili o immobili, finiti nelle mani sbagliate perché frutto di attività criminali. “Qui la camorra ha perso” si legge significativamente all’ingresso del caseificio “Le terre di don Peppe Diana” a Castelvolturno. E la sconfitta non è soltanto legata alla sottrazione di un bene, ma soprattutto alla funzione che tale bene assumerà: cooperativa agricola, bottega equosolidale, centro di accoglienza o di cura. Più l’attività è legata all’occupazione e al “progresso” economico e sociale di un territorio, più si potrà dire che le mafie su quel territorio sono state sconfitte. Nel corso del 2012 sono stati sequestrati complessivamente 12.030 beni per un valore complessivo di circa 4.300.000.000 di euro e sono stati, altresì, confiscati 4.107 beni, per un valore di oltre 2.100.000.000 di euro.

Potenzialità per il Sud
Le potenzialità di questa azione si possono bene immaginare, dunque, e risultano ancor più chiare se si guarda alla stima del valore dei circa 36.000 beni ad oggi confiscati: 18 mila miliardi di euro. E un’altra considerazione rispetto alle potenzialità di utilizzo è ovviamente legata alla distribuzione geografica (vedi il grafico che segue), con la maggior parte degli immobili e aziende concentrati in Sicilia, Campania e Calabria, Lombardia (qualcuno ritiene ancora che al Nord non c’è la mafia?) e Puglia. In questa fase di recessione e di necessita di ripensamento dell’economia del Paese, non si può prescindere da un ragionamento ad hoc su quei beni concentrati al Sud.

No alla vendita in massa
L’associazione daSud – che da anni segue le problematiche relative alla “filiera” dei beni confiscati e ha partecipato con Libera, Equorete, Action, Cnca Lazio e Gioventù attiva alla redazione del primo dossier sui beni confiscati a Roma e nel Lazio (Riprendiamoci il maltolto, febbraio 2011) – ritiene che l’intero percorso che va dal sequestro all’effettiva assegnazione di un bene necessiti di maggiore trasparenza e accessibilità, di una generale revisione e di uno snellimento, ma senza che ciò alteri i principi ispiratori che stanno alla base delle leggi prima menzionate.

Questo significa che l’ipotesi di vendere i beni confiscati deve essere considerata un extrema ratio e non uno strumento che lo Stato utilizza per far cassa. Il timore che questi beni ritornino poi in mano mafiosa è fondato e va tenuto nel debito conto (chi può permettersi di acquistarli in questa fase di crisi e di accesso al credito pressoché nullo?), ma non è la motivazione principale per cui la vendita non va considerata una “normale” modalità di gestione dei beni. È il valore simbolico della loro presenza sul territorio (valore che a nostro avviso va peraltro potenziato), è la possibilità che i beni immobili confiscati e assegnati a cooperative di giovani diventino laboratori di innovazione e incubatori di tante piccole e virtuose imprese, è la necessità che questi luoghi restino a disposizione della collettività – come fonte al tempo stesso di opportunità e responsabilità – che deve far scongiurare ogni ipotesi di vendita in massa.

Trasparenza e partecipazione
L’associazione daSud accoglie dunque con favore la marcia indietro del ministro dell’Interno Annamaria Cancellieri in merito all’ipotesi di vendita dei beni immobili in un primo momento inserita nella legge di Stabilità, così come attende di verificare gli esiti del potenziamento dell’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata contenuta nello stesso provvedimento.
L’auspicio è che un riordino complessivo delle procedure amministrative e giudiziarie dell’iter che porta al riutilizzo a fini sociali semplifichi e renda più breve l’intero iter, dal momento che oggi (complice l’eccessiva durata dei processi) dal sequestro alla destinazione può passare più di un decennio. Spesso quest’attesa provoca danni irreparabili ai beni e l’incertezza dei tempi non consente di individuare tempestivamente un iter per il finanziamento dell’attività legata al loro utilizzo.
I criteri guida di questa revisione devono essere la massima trasparenza, con l’istituzione di un pubblico registro dei beni confiscati, e la pubblicità e imparzialità delle procedure di assegnazione, che devono avvenire mediante bando pubblico e con il massimo livello di partecipazione dei cittadini. Ai destinatari del bene va garantito l’accesso a finanziamenti pubblici e privati che ne consentano l’effettivo utilizzo. Infine vanno introdotte procedure di verifica sull’uso del bene per le finalità previste dalla legge 109/96 e forme di pubblicità che rendano tali beni “simboli” tangibili sul territorio della vittoria della collettività e delle istituzioni sulle mafie.

La campagna di daSud
In particolare per raggiungere quest’ultimo obiettivo l’associazione daSud ha avviato la campagna “Beni confiscati beni comuni”, in collaborazione con Federtrek ed altri enti e associazioni, che si sostanzia, in sintesi, delle seguenti azioni.

1. Promozione di percorsi di turismo sostenibile legati ai luoghi della memoria antimafie sull’intero territorio nazionale, incrociando le bellezze naturali e culturali con i siti “storici” segnati dalla violenza del crimine organizzato, le storie delle vittime innocenti e soprattutto con le buone pratiche e le produzioni di eccellenza (gastronomica e non solo) dei beni immobili confiscati.

2. Produzione di documentari, fumetti, applicativi per tablet e smartphone legati alla riscoperta dei beni confiscati e alla ricostruzione “dal basso” della memoria e dell’immaginario antimafia correlati.

3. Promozione dei Trekking Urbani Antimafie, con l’obiettivo di far conoscere a studenti, turisti e cittadini comuni le storie dei beni confiscati (riutilizzati e non) e delle vittime innocenti di mafia, dei luoghi simbolo della lotta alle mafie e delle tante associazioni e realtà produttive legate all’immaginario antimafie.

4. Promozione della campagna “Adotta un bene confiscato” – dedicata in particolare alle scuole ma rivolta all’intera cittadinanza – per sostegno, anche economico, alle realtà che gestiscono i beni confiscati. La campagna consiste in una prima fase di conoscenza delle storie legate ai beni e a chi li riusa a fini sociali e in una seconda fase in cui una scuola si attiva per portare all’esterno la conoscenza di questa esperienza e per raccogliere solidarietà e risorse da destinare ai gestori del bene confiscato.

5. Promozione di iniziative di carattere artistico culturale all’interno dei beni confiscati. Un modo per restituire alla collettività, non solo il bene in questione, ma anche e soprattutto la possibilità di farlo diventare un luogo di ritrovo in cui le arti possano esprimersi al meglio. Nel bel paese dell’arte e della cultura servono spazi che abbiano una storia per trasformare l’immaginario in bellezza.