Tra i dati e le statistiche che segnano la drammatica crisi economica che sta attraversando l’Italia, due hanno una forza simbolica maggiore di altri: il tasso di disoccupazione giovanile e il flusso migratorio.
La mancanza di lavoro, ad ottobre del 2012, ha raggiunto il 36,5% (Istat) della popolazione in età lavorativa tra i 15 e i 24 anni. Dato che diventa ben più pesante al Sud: solo un giovane su due ha un’occupazione.
E poi c’è l’altra statistica, se possibile più agghiacciante di questa, e che più di tante parole riesce a dar l’idea dell’inesorabile peggioramento delle condizioni di vita in un paese che ha toccato il record di disoccupazione dal ’92 (11,1%) e che secondo la stessa Confindustria non uscirà dalla recessione prima del 2014. È il rapporto tra immigrazione ed emigrazione in Italia.
Per la prima volta da diversi decenni, i numeri di migranti che arrivano in Italia (Dati Ismu 2012) è inferiore a quello degli italiani che fuggono: 27mila contro 50mila. Significa che l’Italia è tornata ad essere principalmente un paese di emigranti, come 60 anni fa, quando era un paese povero, appunto.
E chi non può permettersi di andare all’estero continua a spostarsi dalle zone più povere del Meridione al Nord.
Anche se negli ultimi anni la crisi si è acuita tanto da aver avviato una parziale inversione di flusso (in molti stanno tornando in provincia, impossibilitati a sostenere il costo della vita delle grandi città senza un’occupazione adeguatamente retribuita), sono ancora in tanti i meridionali che sbarcano ogni anno in settentrione. Nel 2011 i pendolari di lungo raggio sono stati quasi 140 mila (+4,3%), dei quali 39 mila sono laureati. In dieci anni, dal 2000 al 2010, oltre un milione e 350 mila persone hanno abbandonato il sud Italia (Svimez).

A peggiorare la condizione dei giovani, ma non solo, è stata in questi anni la crescente precarizzazione del mercato del lavoro. A partire dagli anni ’90, complici anche i governi di centrosinistra, la normativa sui contratti di lavoro si è parcellizzata in una miriade di contratti atipici: co.co.co, a progetto, a tempo determinato, job on call, rapporti subordinati mascherati da accordi con professionisti a partita Iva.
Il lavoro non è più incanalato in un percorso lineare di formazione, pratica e crescita professionale, ma assume la forma di montagne russe in cui il picco massimo raramente supera i mille euro mensili, e i tanti picchi minimi sono le fasi a reddito zero.
Di fronte a un sempre più ampio scollamento tra occupazione e continuità economica, l’unica possibilità per assicurare un reddito minimo a tutti i cittadini in età lavorativa, e soprattutto alle giovani generazioni massacrate dal precariato, evitando loro il rischio ricorrente di una brutale e improvvisa marginalizzazione sociale, sia quella di adottare strumenti di basic income.
L’Italia, insieme alla Grecia, è rimasta l’unico paese dell’Unione europea a non avere adottato forme di sostegno al reddito, eppure ne ha disperato e urgente bisogno. Una raccolta firme per una legge di iniziativa popolare per introdurre il reddito minimo garantito nel nostro paese è stata avanzata da diverse realtà sociali, economiche e politiche nel corso del 2012, e tra queste anche da daSud. La nostra adesione alla campagna “Reddito minimo per tutte e tutti” acquista particolare importanza per la sua funzione di formidabile strumento antimafia e di lotta alla diseguaglianza di genere.

Partiamo dalle ricadute positive che il reddito minimo garantito avrebbe nel contrasto alle criminalità organizzate.
Come e più che in altre parti del Paese, al Sud il rapporto tra reddito e lavoro s’intreccia in maniera paralizzante con gli interessi mafiosi e politico-clientelari. É sempre più centrale il ruolo che in questo rapporto capitale-lavoro hanno altre figure d’intermediazione tra mafie e cittadini: la classe politica e l’imprenditoria.
Secondo il rapporto Res 2010 “Alleanze nell’ombra Mafie e economie locali in Sicilia e nel Mezzogiorno”, che ha analizzato e incrociato dati quantitativi e qualitativi in tutto il Sud Italia, al contrario dei luoghi comuni in merito, spesso nell’aria grigia economica il ruolo del nodo forte non è quello dei mafioso in senso stretto. Il rapporto Res parla di “cordate affaristico-clientelari”, composte da imprenditori, politici e professionisti. Dalla sintesi del rapporto: “La gamma di prestazioni rese da questi soggetti ai mafiosi è molto varia e dipende soprattutto dal tipo di attività svolta e dalle opportunità che può offrire”. In un processo in rapida evoluzione che sta portando le mafie a diventare un elemento strutturale, seppure patologico, della modernità, del sistema economico e di potere del XXI secolo, i clan controllano il Paese non solo grazie alla forza militare. Ma anche e sempre di più perché fanno politica ed economia, hanno una sconfinata liquidità e condizionano il mercato del lavoro, si intrecciano con massoneria e all’occasione fanno da sponda ai servizi segreti, infiltrano le istituzioni con cui trattano, inquinano le università. Per dirla in altri termini, stanno nel potere, hanno e gestiscono consenso, contengono il concetto di borghesia mafiosa. Un ragionamento complesso del quale in questo contesto – relativo al reddito – ci interessa isolare in particolar modo il termine “clientelare”.

La questione del consenso elettorale per un politico che s’inoltra nella “zona grigia” è fondamentale e funzionale a quella del ritorno economico. Posti di lavoro, reali o presunti, part time o a tempo pieno, indeterminati o a progetto. Questo è il capitale di un politico in grado di portare in dono al partito di turno un folto pacchetto di voti assicurati. Su questa partita si gioca la possibile candidatura, la conseguente elezione, e la successiva porzione di potere da mettere in atto per mantenere e ampliare la propria dote elettorale con nuovi posti di lavoro da promettere.
In questa triangolazione, la criminalità organizzata svolge il ruolo di facilitatore di ingranaggi, in cambio di corsie preferenziali per appalti e posti di lavoro per i propri “assistiti”. Il meccanismo è così ben oliato che la criminalità organizzata piazza sempre più spesso direttamente i propri uomini all’interno delle istituzioni.
Per capire cosa le triangolazioni dell’aria grigia abbiano a che fare col reddito di cittadinanza, bisogna spostare l’attenzione sul terminale ultimo di questo meccanismo e sui benefici che ne trae: il cittadino che si sottopone alla logica del voto di scambio (o di favori di altra natura) in cambio di un lavoro.
Le cooperative di servizi controllate dalle amministrazioni pubbliche sono uno dei mezzi privilegiati per mettere in atto il voto di scambio. L’ente locale affida la gestione dei servizi, soprattutto di carattere sociale, a cooperative direttamente o indirettamente controllate da un uomo politico, che inserisce nei posti a disposizione i propri raccomandati.
Spesso lo strumento giuridico usato è il contratto a progetto, che viene spalmato dai politici su qualsiasi interesse di scambio elettorale. I contatti a progetto raramente superano la durata di 12 mesi, e obbligano il lavoratore alla fedeltà perpetua per il timore che il contratto non venga rinnovato. Per gli amici veri, l’onorevole di turno ha uno speciale asso nella manica: i corsi di formazione professionali. Neolaureati con scarsa conoscenza della materia vengono “consigliati” come docenti di informatica o lingue straniere in corsi presso istituti privati, spesso finanziati dal pubblico, che durano alcuni mesi e fruttano al fortunato diverse migliaia di euro. Persino il servizio civile volontario è merce di scambio clientelare.

Secondo i dati Istat rielaborati da DataGiovani (2011), i salari d’ingresso per un giovane under 30 al primo impiego al Sud si attestano attorno ai 748 euro di media. Nel caso delle donne, se calcoliamo una differenza negativa del 9% su media nazionale, possiamo ipotizzare uno stipendio di 680 euro.
Se analizziamo andando ancora più nello specifico, nel settore del commercio, le retribuzioni sono più basse del 20% rispetto alla media. Significa che in questo settore un giovane guadagna in media 598 euro al mese. Se aggiungiamo l’handicap del 9% per la retribuzione femminile, è assolutamente nella norma che una commessa siciliana o calabrese, guadagni meno di 540 euro al mese, pur lavorando a tempo pieno. E questi, si badi bene, sono i dati che l’Istat ha potuto ricavare da situazioni occupazioni rintracciabili grazie a qualche forma di contratto. È possibile immaginare che nelle sacche di lavoro in nero, prive di qualsiasi tutela, esistano casi di sfruttamento ancora più acuti.

A questo punto, possiamo mettere insieme i pezzi di ragionamento fatti fin qui, per arrivare alla conclusione relativa alla necessità dell’introduzione del reddito minimo anche in funzione antimafia.
Al Sud – ma l’impoverimento del paese rende questa considerazione sempre più includente a livello geografico – ci si sottopone a sfruttamento salariale e fisico, perdita della propria dignità politica, e precarietà esistenziale spinta perché evidentemente anche 500 euro al mese, in contesti in cui il costo della vita è più basso che in altre parti d’Italia, fanno la differenza tra povertà e integrazione socioeconomica nella comunità in cui si vive. E perché le occasioni di averceli, questi 4-500 euro a fine mese, si riducono quasi soltanto a un’ottica che prevede o lo sfruttamento, o il clientelismo, o entrambi.
DaSud sostiene che di fronte a un reddito di cittadinanza in grado di promette la stessa cifra senza chiedere nulla in cambio, in tanti si sottrarrebbero al giogo dello sfruttamento, magari denunciando, e a quello della sudditanza al sistema politico-clientelare che fa da potente sponda al controllo mafioso del territorio.
Oggi i giovani subiscono una doppia violenza: quella del neoliberismo e quella della criminalità organizzata. Dal Sud fuggono verso un Nord sempre più simile al Sud. Chi resta si trova a scegliere spesso tra l’indigenza e un tozzo di pane in cambio del personale e umiliante contributo al mantenimento dello status quo.
Fornire un reddito minimo ad ogni cittadino italiano, soprattutto ai giovani, costituisce un potente strumento per inceppare il meccanismo di controllo e sottosviluppo dei sistemi mafiosi, partendo proprio dalla libertà degli individui e delle collettività di scegliere diritti e dignità al posto di favori e sottomissione.