Lo studio sul rapporto tra i generi all’interno dei sistemi mafiosi e lo svelamento dello stereotipo per cui le mafie non uccidano donne e bambini. Pubblicazione del dossier “Sdisonorate. Le mafie uccidono le donne”, gennaio 2012.

Il rapporto tra i generi all’interno dei sistemi criminali e il duplice ruolo delle donne
Nell’osservazione dei vari aspetti della criminalità organizzata – l’origine, la struttura, l’articolazione, lo sviluppo, la produzione economica, politica, sociale e culturale – uno spazio fondamentale deve attribuirsi anche alla sua questione di genere, che può essere considerata un utile paradigma per la comprensione e l’abbattimento degli stereotipi, della violenza e dei rapporti tra i generi nella società legale.

Le mafie formalmente sono organizzazioni maschili, ma la loro monosessualità rispecchia il maschilismo della società in cui si è formata e, poiché essa non ha ideologia e le sue prassi sono caratterizzate da un grande opportunismo, non c’è da sorprendersi se queste si adattino a un contesto in cui il ruolo delle donne è cresciuto, a prescindere da valutazioni di carattere etico sui contenuti e sulle modalità di esercizio dei ruoli.

Con la stesura del dossier Sdisonorate. Le mafie uccidono le donne, daSud ha voluto smentire lo stereotipo per cui in virtù di un presunto codice d’onore le mafie non uccidano donne e bambini, mantenendo come categorie di studio concetti come l’onore, il rispetto, la fedeltà e la vendetta, per far emergere quanto il soggetto/oggetto femminile sia trasversale nel rappresentare quell’elemento di normalizzazione e nello stesso tempo di eccezionalità che caratterizza il ruolo delle donne nei contesti criminali: le donne per le mafie sono causa ed effetto, ma sono anche fonte di giustificazione e occultamento.
Il torto subito in un contesto che non le riguarda direttamente, la guerra tra cosche per il controllo del territorio, lo sgarro perpetuato tra boss o affiliati, affari economici irrisolvibili se non attraverso il sangue, trovano l’apice della soddisfazione e del risarcimento colpendo le donne. Cioè attraverso l’oggetto più importante del possesso.
Questa dimensione vendicativa trae spunto dalla condizione storica femminile, dalla concezione familistica e dal patriarcato sociale.
Perché, se la donna è ancora il garante della reputazione maschile, a partire dagli anni ‘70 (grazie a un forte potere di adattamento delle intere strutture criminali), le donne si sono ritagliate, sempre per concessione maschile, ruoli nella gestione e nella leadership (soprattutto a partire dal momento in cui le mafie si sono interessate ai traffici di droga), producendo un cambiamento delle caratteristiche tradizionali delle organizzazioni criminali. Per studiare il complesso sistema di relazioni tra i generi nei sistemi mafiosi e comprendere il ruolo delle donne al loro interno bisogna infatti rinunciare allo stereotipo della donna inconsapevole sempre e comunque, nonostante il sistema giudiziario abbia a lungo faticato ad assorbire questa novità, chiedendo a lungo alle donne di rispondere per concorso esterno nei reati o favoreggiamento e quasi mai per responsabilità diretta, perpetuando una sorta di paternalismo giudiziario. Dall’atteggiamento comprensivo e giustificatorio del sistema giudiziario verso il genere femminile, le associazioni mafiose hanno tratto un cospicuo beneficio, garantendo ampia impunità alle azioni criminali perpetuate da donne, impiegate dalle proprie famiglie tanto nei momenti di crisi (arresti, latitanze), quanto nei momenti di massima espansione. Sia per una questione di fiducia sia, appunto, per una scarsa propensione al controllo delle donne nel comparto mafioso da parte delle forze dell’ordine.
Femminilizzando mansioni prima di appannaggio esclusivamente maschile, le donne sono oggi intestatarie di società a fini di riciclaggio di denaro sporco e gestiscono attivamente patrimoni. E questo cambiamento è stato possibile perché le suddette mansioni non comportavano l’uso della violenza (per il quale le donne non sarebbero tagliate), e il sistema virile e maschilista della criminalità organizzata non si è perciò compromesso.
Accanto ai suoi nuovi “incarichi” però, le donne mantengono tuttavia il ruolo fortemente attivo di chi tramanda la cultura e i valori mafiosi nel contesto familiare, specie attraverso la cura del silenzio, quel silenzio che serve agli uomini delle cosche per portare avanti i propri affari. Avvolte nel silenzio vengono garantite lunghe latitanze, traffici complessi e pericolosi, illegali scambi di corrispondenze tra l’interno e l’esterno del carcere. Si tratta di un che riesce ad essere metaforico e materiale al tempo stesso, quell’omertà che assicuri la protezione della propria famiglia (intesa anche nel senso più esteso di famiglia criminale) dal carcere e dal disonore.
Le donne sono anche il primo canale, per i più giovani membri di un nucleo familiare, per la diffusione della cultura dell’odio e della vendetta. Sono le donne le prime a normalizzare il sistema dei valori mafiosi agli occhi dei figli: “noi siamo la normalità, la verità, la giustizia e i perseguitati; i poliziotti, lo Stato, la scuola sono perciò il nemico da distruggere, l’aspetto anormale della società”.

Ma grazie al potere di mimesi e di adattamento delle mafie, quando è stato necessario, anche le donne hanno saputo rompere quel silenzio di cui sono le garanti. Si tratta di vere e proprie strategie comunicative che le mafie hanno messo in piedi nei momenti di forte crisi, quando ad esempio il sistema criminale stava perdendo appeal anche agli occhi dei propri affiliati, e negli anni in cui il fenomeno del pentitismo stava diventando realtà. Donne davanti ai tribunali e durante i processi a urlare l’onore dei propri uomini, e ancora donne che per vendicare e punire i torti subiti dai propri familiari hanno usato quello stesso strumento di collaborazione con la giustizia: contravvenire alla regola per cui mai bisogna avere a che fare con le istituzioni legali diventa addirittura il mezzo per ristabilire l’ordine mafioso e garantire il proprio interesse, il proprio onore.

Questo dimostra che nonostante larga parte della letteratura esistente sia concorde nel definire il ruolo della donna nelle mafie ancora come subalterno e passivo, ritagliato esclusivamente nello spazio domestico, la realtà è invece più complessa. Il confine è molto labile e, letta sul lungo periodo, la trasformazione del ruolo delle donne è il risultato di un processo falsato: le donne sembrano aver raggiunto un’eguaglianza sul piano criminale, ma non nella sfera individuale, dove appaiono ancora legate a vincoli tradizionali propri di un sistema di genere patriarcale. Le donne, fra l’altro, non hanno ottenuto veri vantaggi rispetto alle nuove “opportunità lavorative”, perché non vi è mai una rottura della dipendenza psicologica ed economica dai propri mariti o compagni, se non nei percorsi di collaborazione con la giustizia, nel cui caso si può avviare una vera e propria rottura dell’ordine esistente, avviando un processo di autodeterminazione ed emancipazione dalla famiglia mafiosa. La condizione delle donne nei contesti mafiosi contemporanei si muove dunque su una linea dicotomica tra complicità e vittimizzazione, tra una proiezione esterna di sé che è moderna ed una interna, familiare, ancora tradizionale. Formalmente la posizione reciproca tra i sessi è meno asimmetrica, ma le donne si muovono ancora in un mondo in cui il genere maschile continua a detenere il potere.

La crisi del potere patriarcale mafioso e i Femminicidi di mafia. Il dossier Sdisonorate. Le mafie uccidono le donne

Del potere patriarcale e della sua crisi storica le mafie lo raccontano bene. Le donne sono infatti quelle che quando rompono il silenzio mettono in crisi l’intero sistema. È una donna la prima testimone di giustizia della storia e sono sempre donne quelle che in Calabria stanno indebolendo la ‘ndrangheta.
La prima assassinata è del 1896, le ulti­me di pochi mesi fa. Sono le donne ammazzate dalle mafie. daSud le ha volute raccogliere tutte dentro la pubblicazione “Sdisonorate”. È la prima volta che accade. Una ricerca, certamente parziale, che tuttavia vuole essere uno stimolo per una discussione pubblica e una mappa conoscitiva su un tema difficile e contraddittorio come quello del rapporto tra donne e mafia. Che diventa sempre più centrale, che troppo poco fi­nora è stato indagato. Che in questi mesi comin­cia a trovare spazi. Finalmente. Un dossier che serve innanzitutto a sfatare un’assurda creden­za: che i clan in virtù di un presunto codice d’o­nore non uccidono le donne. La storia dimostra il contrario: le donne – innocenti o dissidenti o senza la forza di uscire dal giogo mafioso – uccise dalle mafie sono più di 150.
Sono morte per l’impegno politico, sono ri­maste vittime di delitti d’onore, sono state suici­date, sono state oggetto di vendette trasversali, sono morte per un accidente, sono rimaste inca­strate dentro una situazione familiare e mafiosa da cui non sono riuscite a uscire. Le abbiamo te­nute insieme perché sono tutte morti riconduci­bili ad una causa originaria: il sistema criminale e socio-culturale delle mafie.
Nel racconto delle storie – di poche righe – s’è è deciso di adottare il criterio cronologico. Un modo per mettere al centro l’aspetto del “ge­nere” rispetto alla provenienza geografica della vittima o alla specificità del contesto culturale delle diverse organizzazioni mafiose. La ricerca è stata fatta a partire dall’elenco delle vittime stilato da Libera e dal libro “Dimenticati” di Da­nilo Chirico e Alessio Magro. Si è poi arricchita incrociando diverse fonti, tra cui gli archivi mul­timediali e gli archivi web dei giornali. L’appro­fondimento è stato realizzato consultando siti e libri, elencati nella bibliografia. Molte storie certamente ci saranno sfuggite: per tutti quindi l’invito a completare il lavoro iniziato, che non ha certo la pretesa di essere esaustivo.
“Sdisonorate” ha anche una seconda parte e un’appendice. Sono state fatte delle interviste a Rita Borsellino e Angela Napoli, politiche im­pegnate sul fronte antimafia, e alla giornalista Amalia De Simone. A Viviana Matrangola, gio­vane donna impegnata nell’associazionismo an­timafia, è stato chiesto un ricordo di sua madre: Renata Fonte, uccisa nel 1984.
Ci sono inoltre nel dossier alcuni contribu­ti, tratti da articoli di giornali: storie di donne che hanno avuto e continuano ad avere un ruolo importante dentro le mafie o nell’antimafia. Un saggio su “Madri e figlie” ci è stato invece inviato da Anna Puglisi e Umberto Santino del centro di documentazione Peppino Impastato, tra i primissimi a lavorare su Donne e mafia. Spiega le motivazioni profonde di questo lavoro la pre­fazione di Celeste Costantino. La postfazione è invece di Ombretta Ingrascì, scrittrice e stu­diosa della presenza delle donne nei clan, che ha scritto un testo di grande interesse scientifico. L’appendice è invece un elenco dei centri antivio­lenza in Italia. Un fondamentale strumento di consultazione. Se alcune vittime avessero potuto parlare con un centro, forse si sarebbero potute salvare.
Le ricerche di “Sdisonorate” sono di Irene Cortese, con lei hanno curato il dossier Sara Di Bella e Cinzia Paolillo. Hanno collaborato Angela Ammirati, Danila Cotroneo e Laura Triumbari.

L’antimafia e le istituzioni
L’antimafia in Italia è popolata da donne che hanno saputo raccontare, studiare e incidere nella storia del fenomeno mafioso. Era una donna il magistrato che ha ascoltato e accolto la testimonianza di Giuseppina Pesce. È una donna la figlia di Lollò Cartisano, ucciso in Calabria dalla ‘ndrangheta: Deborah è oggi una delle promotrici più convinte e risolute dell’antimafia in quella regione, dove non smette di raccontare a donne e uomini di tutte le età come la storia della sua famiglia sia ormai un bene di tutti i cittadini dell’antimafia. È una donna Felicia, madre di Peppino Impastato. E ancora è una donna Rita Borsellino, che ha fatto del messaggio di giustizia di suo fratello un impegno politico. Giornaliste, magistrate, attiviste, politiche e familiari di vittime che hanno saputo come smascherare certi schemi e un certo determinismo culturale che per molti anni ha dipinto i comparti criminali come strutture immutabili legate esclusivamente all’entroterra economicamente e culturalmente più disagiato, ovvero il Sud Italia. Negli ultimi anni l’opinione pubblica ha scoperto che le mafie non sono una prerogativa geografica del Meridione e che, per soddisfare nuove necessità e coglierne le opportunità di mercato, le mafie si sono ormai espanse e operano in tutto il territorio nazionale e internazionale.

Allo stesso modo le mafie hanno intuito quanto fosse utile avvalersi del contributo delle donne nello svolgimento dei propri affari.
Una volta colto questo elemento di novità e questa disponibilità criminale a cambiare le proprie regole a favore del profitto, anche le istituzioni e i movimenti antimafia dovrebbero adeguarsi al superamento di certi stereotipi e iniziare a puntare la propria attenzione al ruolo delle donne in questi contesti e a come rappresentare il bisogno di emancipazione che caratterizza molte di loro, soprattutto dopo essere state toccate, chi più chi meno, dal processo di modernizzazione dei comparti criminali.
Le politiche di depotenziamento dei centri antiviolenza in tutta Italia ha una concreta ricaduta anche sulla vita di quelle donne che non vogliono più subire le violenze e la dipendenza psicologica ed economica che le lega alle loro famiglie mafiose d’origine.
Garantire del personale professionalizzato e retribuito all’interno di questi centri, ma anche presso tutti i presidi delle forze dell’ordine, contribuirebbe a fornire il sostegno emotivo e la conferma di protezione e di incolumità, elementi primari per avviare un percorso duraturo di uscita dalla vita mafiosa, basato sulla fiducia e l’affidabilità delle istituzioni.

La sfida per i movimenti e le associazioni antimafia oggi è quella di sapere incidere non solo sull’opinione pubblica raccontando i rinnovamenti delle mafie e proporre campagne mediatiche e culturali nelle scuole, sui giornali o nelle proprie attività associative, ma sapere far leva anche sui governi centrali e locali affinché, da una parte, l’attività culturale sulle pari opportunità diventi un punto di un’agenda dell’educazione scolastica e di socializzazione che si rispetti e, dall’altro, sappiano salvaguardare e anzi rafforzare i fondi nelle strutture e nella formazione di personale specializzati. Costoro rappresenteranno il primo feedback positivo per tutte quelle donne che vogliono cambiare la propria vita e quella dei propri figli.
Perché è da questi investimenti che passa la trasformazione di un tessuto sociale e di un intero paese.