Fabiana, sedici anni, Corigliano Calabro, è l’ennesima vita che scompare per mano di un uomo violento, un ragazzo di un anno più grande di lei. Fabiana, come ha raccontato la madre, era una ragazza che aveva tutta la vita davanti, sogni, progetti e ambizioni da realizzare. E’ stata uccisa dal fidanzato per aver pronunciato un no.

Le dinamiche che hanno portato al suo omicidio appartengono al repertorio di un classico caso di femminicidio: il possesso, il disconoscimento del desiderio femminile da parte maschile, la chiusura e la solitudine di Fabiana. La compagna di scuola ha, infatti, dichiarato alla stampa “noi non l’abbiamo mai capita”. Niente di straordinario, perché, spesso, è difficile penetrare nel mondo di una donna che vive una relazione violenta.

L’opinione pubblica e i media se, da un lato, hanno denunciato e descritto l’omicidio di Fabiana, come un caso di femminicidio e non come un raptus di natura passionale, dall’altro, hanno rivelato una certa miopia nel volere trovare un’ulteriore chiave di lettura nella cultura di provenienza del ragazzo. Alcuni neurologi e psichiatri intervistati in trasmissioni televisive e radiofoniche hanno interpretato il gesto del fidanzato come un atto di violenza intriso di “tribalismo calabrese”, così alcuni articoli di giornalisti e opinionisti si sono concentrati sulla componente “mafiosa” della cultura calabrese.

Come è successo nei confronti di migranti, anche nel caso di Fabiana, la violenza di genere rischia di essere utilizzata per costruire discorsi pubblici che insistono sulla minaccia incombente della diversità e dell’inferiorità culturale. Il migrante che commette violenza è lo straniero, il diverso, colui che con la sua presenza mette in pericolo l’identità unica e monolitica di una supposta comunità (etnica, nazionale, morale). Nel caso dell’omicidio di Fabiana, invece, la violenza è originata dall’alterità calabrese, portatrice di una cultura arretrata e subalterna che spinge ineluttabilmente a usare violenza nei confronti delle donne.

Questa narrazione “convenzionale” del femminicidio rischia di costruire a livello simbolico e discorsivo la pericolosità sociale di categorie o mondi etnici e culturali, con l’effetto di distogliere lo sguardo dalla radice trasversale e politica della violenza di genere.
Come associazione daSud, impegnata nella costruzione di un nuovo immaginario antimafia e antisessista, prendiamo distanza politica da simili interpretazioni che eludono il cuore del problema: nel nostro paese, le donne muoiono perché donne, indipendentemente dalla razza, dall’etnia e dalla cultura dell’uomo violento.

Inoltre riteniamo che, nel racconto del femminicidio, fare riferimento alla specificità culturale di un territorio tradisca un’interpretazione erronea delle culture, concepite come monoliti e non come “processi” che hanno nel cambiamento, nella revisione e reinterpretazione di pratiche la loro ragion d’essere.

Il Femminicidio è un fenomeno complesso, non dice solo della violenza estrema che pone fine alla vita di una donna, ma di una violenza sistemica e trasversale che pervade tutti gli “ambiti vitali”, dalla famiglia, alla scuola, all’organizzazione sociale.

La ratifica della Convenzione di Istanbul, da ieri in discussione alla Camera, segna un traguardo fondamentale perché assume la violenza alle donne come un fatto strutturale e pervasivo della nostra società. Passaggi decisivi ma non definitivi. L’impegno delle Istituzioni deve essere quello di portare al centro del dibattito la soggettività delle donne e la piena libertà femminile, per riaprire uno spazio oscurato dalla nube retorica della “dignità delle donne” e per avviarsi verso un processo di elaborazione collettiva della violenza di genere che chiama in causa non solo la pluralità dei soggetti coinvolti per il suo contrasto (istituzioni, operatori antiviolenza, magistrati, medici, ect.) ma la società civile tutta”. Nessuno può esimersi da questo compito che impone, in primo luogo, di mettere in discussione l’ordine asimmetrico delle relazioni tra i generi oggi così profondamente connesso alla “crisi del maschile”, chiave ineludibile per uno sradicamento della cultura del dominio.