Dal 1991 a oggi i comuni sciolti in tutta Italia per il contagio della criminalità organizzata sono stati 214, dal Sud remoto al profondo Nord. Ventiquattro soltanto nell’ultimo anno. Simboli di una democrazia che viene attaccata dal basso, una contaminazione sistematica delle istituzioni a contatto diretto con gli elettori.
A far nascere la legge per lo scioglimento delle amministrazioni infiltrate fu un macabro tiro al bersaglio. Nel maggio 1991 a Taurianova, in provincia di Reggio Calabria, ammazzano un boss ed ex consigliere dc seduto nel negozio del barbiere. Per vendetta i suoi uomini uccidono quattro rivali: uno dei nemici viene decapitato, poi nella strada principale sparano sulla testa, facendola rimbalzare nell’imitazione di un film western. Su impulso dell’allora guardasigilli Claudio Martelli, il penultimo parlamento della Prima Repubblica approvò una normativa per combattere la collusione tra clan e enti locali. Una reazione potente, ma tardiva. Le collusioni con la politica locale sono una caratteristica secolare del potere proteiforme delle mafie. All’inizio degli anni Ottanta per due volte il presidente Sandro Pertini era intervenuto personalmente per sanare situazioni scandalose, come il centro irpino di Quindici – dove c’era stata una battaglia tra camorristi in municipio – e Limbadi, epicentro vibonese di una faida senza quartiere dove era stato eletto sindaco il padrino latitante del paese.
Sono passati più di quattro lustri dall’approvazione della legge. A oggi, in media ogni anno sono state mandate a casa dieci amministrazioni civiche. La prima al Nord è stata nel 1996 Bardonecchia, diventata feudo di una famiglia calabrese, che grazie alla copertura degli uffici comunali ha costruito fiumi di villette nella montagna piemontese. Secondo i dati di Legautonomie Calabria il triste primato spetta alle giunte guidate da coalizioni di centrodestra e da liste civiche, spesso ispirate direttamente dalle cosche per potere irrompere nella stanza dei bottoni senza venire a patti con i partiti nazionali. Ma nell’ultimo periodo gli interventi del Viminale si stanno intensificando anche a nord della Linea Gotica. Uno degli ultimi centri colpiti dallo scioglimento è Rivarolo Canavese, 12 mila abitanti e un tessuto produttivo ricco alle porte di Torino. Qui i boss possono contare sull’appoggio di insospettabili imprenditori attivi nella vita politica locale che per raccogliere un pugno di voti non hanno esitato a rivolgersi ai mammasantissima calabresi nella cerchia torinese. I patriarchi non fanno niente per nulla. I sub appalti delle piccole e delle grandi opere, per esempio, erano al centro dei colloqui intrattenuti dai sindaci nel centrale bar Italia di Torino.
Lì si ritrovavano figure d’ogni tipo. Uomini d’onore ma anche assessori regionali, candidati al Parlamento Europeo e i consiglieri comunali, arbitri dei piani regolatori che trasformano i terreni in tesori. Un crocevia di interessi trasversali, come piace ai padrini del terzo millennio. L’indagine Minotauro della Procura antimafia di Torino ha svelato le collusioni. E in poco più di due mesi, tra marzo e maggio 2012, gli ispettori della prefettura hanno chiuso per mafia il consiglio comunale di Rivarolo e di un altro centro del torinese, Leinì. Identiche le motivazioni: la ‘ndrangheta ne avrebbe condizionato le scelte.
A cavallo tra il 2011 e il 2012, prima Bordighera e poi Ventimiglia hanno pagato il prezzo della collusione di qualche assessore spregiudicato che si è messo al servizio delle cosche. Lo scambio di favori tra boss, assessori, consiglieri o dirigenti comunali, non tratta solo di cemento. La torta è fatta anche di contratti per l’igiene pubblica, la cura del verde pubblico e le licenze per gestire sale da gioco. La Liguria scopre la ‘ndrangheta dei colletti bianchi. Stesse logiche e compromessi che hanno portato allo scioglimento i comuni del sud Italia. Il caso Reggio Calabria fa ancora molto discutere. Il primo capoluogo di provincia a subire un provvedimento di questo tipo. Nella città governata fino al 2010 dall’attuale governatore Pdl, Giuseppe Scopelliti, avvicendato poi da Demetrio Arena, il ministro Cancellieri ha ritenuto vere le collusioni fra l’amministrazione comunale e le organizzazioni criminali. Secondo il ministero degli interni, la ‘ndrina dei Tegano influiva tramite l’agenzia Multiservizi. Svelata dall’inchiesta Astrea del novembre 2011, il dubbio degli inquirenti è che l’ingerenza delle cosche influisse anche su altre municipalizzate del comune. A dicembre 2011 viene arrestato il consigliere Giuseppe Plutino accusato di concorso esterno. L’indagine sui conti dell’ ente, poi, generano preoccupazione anche nel Ministero dell’economia che ne critica pesantemente il bilancio sempre nello tesso anno. La domanda che una realtà come daSud si pone è: il presidente di una regione, ex sindaco del comune sciolto per mafia e amministrato da suoi colleghi di partito, come può intervenire nel dibattito pubblico lamentando la “cattiva pubblicità per la città”? In un paese dove tutto viene dimenticato nel giro di qualche settimana, non ci aspettavamo certo le dimissioni da qualsiasi incarico per non essere stato in grado di intervenire politicamente su quanto stava accadendo. Ma almeno la decenza del silenzio, questa volta sì, sarebbe stato meno grottesco dell’attacco ai giornalisti che della vicenda hanno scritto e raccontato.

La legge sullo scioglimento è stata modificata nel 2009 su impulso del ministro Roberto Maroni, con il pacchetto sicurezza del governo Berlusconi. Le nuove regole dovevano potenziarne l’applicazione, permettendo non solo di licenziare i consiglieri eletti ma anche i funzionari collusi. Allo stesso tempo però hanno introdotto vincoli più rigorosi per documentare i sospetti: l’obbligo per gli ispettori di rilevare “concreti, univoci e rilevanti elementi su collegamenti tra singoli amministratori e la criminalità organizzata”. Il numero di provvedimenti decisi dal Viminale non è diminuito, ma si sono moltiplicati i ricorsi al Tar, che finisce per revocarli quasi tutti. Perché l’interpretazione delle regole non considera che siano sufficienti vicende come quelle di sindaci-medici che nel tempo libero indossano il camice bianco per curare boss latitanti, di primi cittadini fraterni amici dei padrini, di assessori fratelli di ergastolani e consiglieri comunali affiliati alla ‘ndrangheta. E gli annullamenti creano situazioni paradossali, con il ritorno sulla poltrona di figure screditate e soprattutto una lunga paralisi di ogni attività dei municipi.
A oggi i Comuni gestiti dai commissari prefettizi sono 35, sedici in Calabria, il resto è spalmato a macchia di leopardo tra Sicilia, Campania, Liguria, Piemonte. E c’è un altro problema, più volte sottolineato dagli esperti: spesso il commissariamento si trasforma solo in una parentesi tra due amministrazioni colluse. Senza un’azione incisiva e sociale, che bonifichi il territorio dal dominio del clan, la rimozione delle giunte rischia di essere inutile. In alcuni casi, inoltre, i commissari a cui viene affidata la guida dei comuni per un periodo da dodici a ventiquattro mesi non hanno alcuna esperienza di gestione. Finora ci sono stati consigli sciolti per tre volte (in Campania Casal di Principe e Casapesenna, cuore dell’impero casalese), altri per due volte (in Sicilia Niscemi, in Calabria Gioia Tauro). Il segno dei limiti di questa misura: non basta il commissario per sradicare il consenso dei padrini, che fanno del controllo del territorio il fulcro del loro potere. Secondo Luigi De Sena, senatore Pd e super prefetto a Reggio Calabria subito dopo l’omicidio Fortugno, andrebbe rafforzato il contrasto all’infiltrazione comunale nell’apparato burocratico ed è tra i firmatari di un emendamento al Testo unico degli Enti locali che prevede il licenziamento senza preavviso del dipendente comunale colluso.