Borghesiana-2

Veniva dalla Mauritania. Il suo nome anagrafico non lo ricordo, perché lo avevo italianizzato. Erano 43 i ragazzi a cui insegnavo italiano nella biblioteca di Borghesiana lo scorso anno, tutti e quarantatré avevano nomi per me impossibili da pronunciare.

Questa cosa è brutta, lo so. Infastidisce terribilmente anche me, ed è immediato il confronto con la leziosa convivialità ostentata da mia nonna nell’accogliere in casa i compagni australiani della squadra di rugby di mio padre. Con un’estrema disinvoltura popolare traduceva Peter, Donald e Drew, rispettivamente con Pietro, Antonio e Mario. Ovviamente le mie traslitterazioni erano più fedeli, ma anche io, come lei, stavo cercando di interagire con un mondo a me lontano, nonostante tutte le difficoltà che questa comunicazione comporta. Se è vero che le persone sono costituite di un immaginario, è pur vero che la loro identità cammina sui nomi. Da qui la mia necessità di dare il nome “giusto” a quel rifugiato politico.

Vi scrivo di lui, perché è l’unico che continuò a frequentare le lezioni. Venne inserito in un’altra classe, quella del giovedì. Gli altri decisero di abbandonare il corso, dicevano che non potevano permettersi il biglietto dell’autobus e che le aspettative di integrazione che gli venivano proposte non li motivavano ad imparare l’italiano. Questo, però, me lo hanno detto chi in inglese chi in francese, perché la regola “qui si parla solo italiano!” decadeva inevitabilmente davanti al loro desiderio di comunicare.

In questi giorni, assistendo alla strumentalizzazione del tema degli immigrati e dei rifugiati politici da parte del presidente del VI Municipio, le mie riflessioni tornano a loro, ai quei ragazzi che hanno deciso di continuare ad imparare l’italiano e a quelli che, invece, hanno ceduto davanti alle difficoltà. Con incredulità ho ascoltato le dichiarazioni del presidente Scipioni, che si è mostrato incapace di vedere le ragioni (anche quelle individuali) che si nascondono dietro la manifestazione di un fenomeno sociale. Certo! É vero che l’azione politica si declina sulle esigenze collettive e si propone come rappresentante delle istanze di una comunità, ma è pur vero che non può esonerarsi dal dare risposte al conflitto irriducibile che nasce dalla dialettica tra le singole esperienze e la loro interazione in luoghi più generali, quelli collettivi appunto.

Valeria Forconi