L’informazione è il punto centrale per capire e comprendere se una democrazia sia davvero tale. Nell’era delle notizie che si diffondono con la rapidità di un click, diventa necessaria una riflessione sulla necessità di informare e pretendere di avere delle notizie certe e costanti sulla società che cambia. Accettare passivamente ciò che le testate giornalistiche ci propinano come focus del giorno, vuol dire delegare ad altri parte della responsabilità sull’agire. Preferisco non sapere e distrarmi per far finta che ciò che accade non esiste? Una volta forse era anche questo. Oggi però, per molti versi, sono le forme del “racconto” delle notizie che impongono una riflessione sulla necessità di un cambiamento radicale del modo di informare, di essere informati e di informarsi. Si predilige una forma soft di descrizione della realtà o di parte di essa, rinunciando alle “notizie” che potrebbero non fare audience o addirittura “mettere di mal umore” spettatori e lettori. Ed è così che a riempire le prime pagine dei giornali e i servizi dei Tg ci sono le immagini di Beppe Grillo che attraversa lo stretto di Messina e non la formula magica che dovrebbe portare un movimento politico nuovo ad affrontare il più grande problema sociale e politico del nostro tempo: le mafie.

Informazione “cane da guardia della democrazia” (e dei diritti), o tutela di parte al servizio del potere?
Essere di qualcuno o per qualcuno. L’informazione è da sempre il baluardo democratico che rende consapevoli. Molto spesso si è usato il termine “cane da guardia” per descrivere il ruolo dei giornalisti, salvo un attimo dopo avallare e rivendicare libertà che celavano semplicemente un “ordine” di dire o non dire alcune cose. Anche nel modo di raccontare c’è un limite – a danno dei cittadini ed al loro diritto ad essere informati – evidentissimo. Edulcorare una notizia per renderla più o meno utile al momento in cui si scrive, è il vero problema del livello di informazione italiano. Molte volte viene detto da più parti che in mezzo al caos e alla bulimia di informazioni, alla fine le notizie vengono diffuse in maniera che ciascuno può farsi un’idea personale su fatti e opinioni. Il problema sta nell’accettare tale condizione senza la consapevolezza che i media sono sempre e comunque in mano ad interessi diversi.
Il punto centrale del lavoro di una associazione come daSud, è quello di non sottostare a logiche di appartenenza e di utilità. Parlare di mafia e antimafia, in Italia, vuol dire ormai parlare di politica, economia e naturalmente di informazione. La mafia è ancora vista come forma caricaturale di una società violentata dal potere. Le forme di questo potere possono essere le più svariate, ma se si supera il semplice limite della semantica, ci si accorge che di mafia in questi anni – sui grandi media e soprattutto in tv – si è parlato solo in funzione di “format” televisivo per i soliti volti che vivono di antimafia da supereroi e non di antimafia sociale, tanto meno dei Diritti. Per lo più ci si limita delegare qualsiasi considerazione sul tema mafia, sempre e solo ad alcuni, in modo da mantenere il controllo non solo sulle cose dette e non dette, ma anche sul modo di far percepire le informazioni al grande pubblico.
L’11 ottobre 1981, Pippo Fava scriveva: “Io ho un concetto etico del giornalismo. Ritengo infatti che in una società democratica e libera quale dovrebbe essere quella italiana, il giornalismo rappresenti la forza essenziale della società. Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza, la criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili. Pretende il funzionamento dei servizi sociali. Tiene continuamente in allerta le forze dell’ordine, sollecita la costante attenzione della giustizia, impone ai politici il buon governo.” Quattro anni dopo Pippo Fava veniva ucciso per mano della mafia. Ma in quanti si chiedono oggi l’importanza di quelle parole?
L’associazione daSud parte da un presupposto semplice e quasi banale. La società va analizzata in ogni suo parte e da qualsiasi angolazione. L’unico modo per analizzarla è raccontarne quotidianamente le sfaccettature che limitano la forma di convivenza democratica e quindi limitanoil diritto all’agire di ciascuno di noi. Il modo per farlo è proprio quello di descrivere la realtà che ci circonda. Crisi economica e politica vivono sotto l’ombra del crimine organizzato che da questi si alimenta. Non dire esplicitamente che lotta alle mafie vorrebbe dire lotta all’evasione, agli abusi nei luoghi pubblici, alla limitazione dei diritti di ciascuno di noi ad ottenere anche una semplice prestazione medica, lotta alla malapolitica e al compromesso dettato solo dal potere come forma di controllo, vuol dire accettare supinamente che le cose non cambino. O almeno mai in senso assoluto. L’indipendenza di un giornalista è presupposto di libertà, non c’è dubbio. Ma anche la scelta sui tempi, sul modo e sul cosa raccontare e quando, deve essere una regola “costituente” che introduca una modalità sull’agire/informare. Se la principale testata televisiva nazionale, il Tg1, viene diretto su incarico politico di un partito o di una coalizione che con le mafie è scesa a compromessi tanto da avere al suo interno elementi che con le mafie si confrontano, come possiamo restare stupiti del livello di informazione in Italia? Un modello che attraversa tutto l’arco parlamentare, si badi bene, con poche e rare eccezioni a cui viene lasciato un potere del tutto marginale.
Le mafie vengono raccontate come cronaca solo su circostanze emozionali. Poi ci sono le commemorazioni delle stragi di stato. E poi ci sono i programmi fatti ad hoc che più che introdurre elementi di discussione e confronto, servono alla vanagloria di conduttori, super eroi inviolabili, produttori felici e contenti e qualche direttore di rete che potrà forgiarsi di una medaglietta. Poi fuori la gente muore, perde il lavoro, accetta di sottostare a chi gli da la possibilità di sopravvivere grazie a investimenti criminali, ma tutto passa in cavalleria perché declinare il problema individuando nelle mafie “Il problema”, non serve a nessuno e non fa ascolti o vendite.
Non serve chissà quale formula. Basterebbe che i cittadini italiani venissero messi finalmente di fronte alla verità in modo da poter scegliere serenamente e consapevolmente in che maniera andare avanti. E questo è anche e soprattutto un problema politico. Quello che ci domandiamo è: ma se un operaio in cassa integrazione, o una giovane mamma licenziata al terzo mese di gravidanza sapessero con cognizione che il loro futuro è limitato da investimenti che favoriscono e proteggono attività criminali spesso in mano alle mafie, in questo paese cosa accadrebbe? Una rivoluzione che partisse dal presupposto che tutti sono uguali di fronte alla legge e che nella Costituzione ci sono già tutti gli elementi per contrastare e combattere la povertà causata – lo ripetiamo – dalla mancanza di attenzione verso il crimine che toglie trecento miliardi di euro alla collettività, dove porterebbe? Se i giornali dicessero con chiarezza che qualche punto di Pil da investire nel lavoro, nella sicurezza e nelle attività sociali, potrebbe tranquillamente essere preso dai clan e restituito, che fine farebbero gli amministratori di questo Paese?
Domande senza risposta perché tacciate di deriva demagogica. Null’altro. L’informazione dovrebbe servire a questo. A dare davvero tutti gli strumenti per capire che la vita dei singoli potrebbe cambiare radicalmente con scelte diverse.

Informazione e antimafia, non solo cronaca
L’informazione su mafia e antimafia non può e non deve essere collegata alla sola cronaca. Il limite più grande in tutto questo è una riduzione a fatto singolo che non concede spazio al ragionamento di insieme. Ormai è noto che non è un omicidio a fare di un luogo un “avamposto” della mafia. Tanto meno una rapina o la scoperta di un traffico di droga. Anzi il più delle volte e esattamente il contrario “calati junco ca china passa”. Restano le parole di Giovanni Falcone: bisogna seguire i soldi. Ed ecco perché tutto riconduce all’alta finanza e alla rappresentanza politica nelle istituzioni. Ragioni, Provincie, Comuni sono spesso amministrate in continuità con l’interesse dei clan. E non solo in Calabria, Sicilia e Campania. Ma anche nella ricchissima Lombardia, in Piemonte in Liguria. Nessuno è immune dagli interessi economici delle “famiglie”. La riduzione a fatto di cronaca che non coinvolge mai una analisi su luoghi e persone, è in grado di scollare dalla realtà una verità con cui la società civile dovrebbe confrontarsi. Non ci sono formule magiche, ma qualche giornalista (prima che la magistratura intervenga e se interviene) si pone di fronte alla possibilità di chiedere ai politici in che maniera viene gestito il consenso e in che modo migliaia di voti di preferenza si spostino con tale facilità da elezione ad elezione? Dire che nessuno fa più domande sarebbe falso e anche ingrato, ingiusto nei confronti di alcuni nostri colleghi. Ma quanti sono? E soprattutto, è civile e libero un paese in cui per fare domande si viene licenziati, marginalizzati o quando la situazione è fin troppo grave addirittura messi sotto scorta?
Poi la differenza è nelle testate giornalistiche e nei singoli giornalisti. Alcuni continuano perché ci credono e perché sarebbe “dannoso” metterli a tacere. Altri vengono lasciati soli e a volte muoiono. E di loro ci si ricorda solo dopo. Quando è troppo tardi.

Stereotipi e differenze
Non esistono molte regole per essere un buon giornalista. Una però ne è presupposto e ragione stessa. La curiosità che spinge a capire, comprendere, scavare e poi solo dopo raccontare. Un lavoro certosino che ha contraddistinto il lavoro di molti, in questi anni in cui le mafie si impadronivano pian piano della politica e dell’economia. Nel giornalismo la passione per la ricerca, lo studio e la curiosità necessaria sono ormai ad esclusivo appannaggio di pochi. Troppo pochi. Il modo più semplice e inutile di fare questo lavoro è aspettare di fronte ad un pc, in una comoda redazione, che le agenzie riempiano lo schermo. Poi basta solo rimodulare i lanci e trasformarli in un articolo, nulla di più. Il lavoro è fatto. Nelle televisioni fa molto più effetto sbattere un microfono in faccia ai vicini di Totò Riina, costretti a vivere nel terrore di ritorsioni e minacce continue, senza mai andare a fondo delle cose. Che senso ha vedere la paura di qualcuno che sa di non poter rispondere, senza indagare e raccontare il motivo per il quale si debba convivere con quella paura? L’accusa che si muove a questi giornalisti è che una volta finito quel servizio se ne torneranno a casa lasciando tutto così com’è. Perché il tempo di un servizio che non approfondisce nulla, non porterà nulla se non ascolti tolti al film della sera. Senza la voglia e la curiosità di indagare ed entrare “nel” problema, raccontandone genesi e contorni, allora il giornalista non fa il suo dovere. Ci si limita alla descrizione di uno stereotipo inutile e dannoso che alimenta solo lo scetticismo delle persone in un mezzo fondamentale per la democrazia. Ed è così che la Locride, come Scampia o Corleone, resteranno sempre ai confini dell’impero fino al prossimo omicidio. Nessuna via d’uscita. Semplificazione colpevole come paradigma dell’indifferenza latente di cui la società vive.

Giornalisti minacciati
Ci sono differenze sostanziali anche nel mondo di chi fa informazione e finisce minacciato dai clan. Storie diverse che si intersecano con la violenza e il terrore. Storie fatte da persone come tante, lo ripeteremo sempre, che non vogliono e mai avrebbero voluto essere degli eroi. Alcune di queste minacce spesso finiscono in tragedia e ci si trova di fronte a vittime colpevoli solo di aver voluto raccontare la verità. Cosimo Cristina, Mauro De Mauro, Giovanni Spampinato, Peppino Impastato, Mario Francese, Giuseppe Fava, Giancarlo Siani, Mauro Rostagno, Beppe Alfano… Nomi che raccolgono memoria, ma solo quella. Giornalisti abbandonati al loro destino e a stento ricordati. Oggi sono molti i giornalisti minacciati dai clan. Ciascuno con una propria storia e ciascuno con il proprio destino. Per alcuni, il circo mediatico – che delega la lotta per il riconoscimento della dignità come soggetto attivo della società – si mette in piedi con tutte le sue migliori attrazioni e trasforma un dramma in un prodotto da vendere e rivendere. Il più grande limite alla democrazia e al riconoscimento dei diritti di ciascuno, viene preso e messo a disposizione del circo. Tutto è ad uso e consumo dei singoli e mai della collettività. Dei tanti giornalisti minacciati oggi si conosce poco o nulla. A parte piccole eccezioni trasformatesi ormai in altro, il resto non viene neanche preso in considerazione. Ci sono vite che invece di essere prese come esempio – modello di riferimento per un’agire che non accetta la sopraffazione e il compromesso – vengono individuate come eroiche e fuori dal comune. Come se quello di cui parlano questi giornalisti “eroi” non dovesse appartenere al mondo normale e alle vite di ciascuno di noi. Per fortuna di questi “esempi” non “eroi” ce ne sono diversi, e molti dei giornalisti minacciati continuano a fare onestamente il loro lavoro. Il riconoscimento di quel lavoro oggi diventa riconoscimento di una società che deve continuare ad essere raccontata e spudoratamente criticata quando questo si renda necessario.
Una volta l’arma era un’arma da fuoco. Oggi ci sono armi ben peggiori che minano il diritto di informare proprio alla base. Querele temerarie e costosissime costringono i cronisti italiani non tutelati da grandi testate, a fare dietrofront. A non dire, non raccontare o limitare il più possibile la minaccia di una rappresaglia giudiziaria. Perché se è vero che se si scrivono fatti supportati da prove e fonti attendibili, è altrettanto vero che essere trascinati di fronte ad un giudice costa moltissimo in termini economici e di tempo. Come si può pensare che un giornalista precario e di provincia possa permettersi di combattere una battaglia in tribunale con i 4 euro lordi che percepisce per ciascun articolo pubblicato?
Nel 2012 le minacce subite da singoli giornalisti o da intere redazioni sono state oltre 300. E non è un “fenomeno” limitato alle sole regioni del sud, ormai è cosa nota. Una scelta, quella dell’indifferenza istituzionale ad un problema enorme, che intacca anche le basi democratiche del nostro Paese.
“Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure…” Articolo 21 della Costituzione italiana. Se non si è liberi di poter raccontare una storia, la stessa Carta Costituzionale diventa carta straccia.
Per fortuna, anche se in ritardo, associazioni antimafia, sindacato e Ordine professionale dei giornalisti, hanno messo in campo un soggetto autonomo a difesa delle “querele temerarie” . Lo sportello antiquerele dedicato al giornalista e militante antimafie, Roberto Morrione, è stato messo a disposizione di tutti quei giornalisti che non sono in grado di difendersi in giudizio perché impossibilitati economicamente ad affrontare anni di aule e avvocati. Questo è certamente un segnale importante che daSud ha da subito condiviso, promosso e messo in campo nelle informazioni delle attività per le buone pratiche antimafia.
L’osservatorio Ossigeno – osservatorio sui giornalisti minacciati in Italia – sta da tempo mettendo in atto un lavoro importante a difesa dei troppi casi di chi subisce minacce e abusi nella professione. La creazione di Ossigeno, creata da Alberto Spampinato, fratello del giornalista Giovanni – ucciso dalla mafia – è certamente un elemento importante per poter comprendere e analizzare il territorio Italiano e le sue innumerevoli contraddizioni. Un Paese intero in cui i clan prendono di mira giornalisti che mantengono la schiena dritta. Proteggerli è un dovere della collettività prima ancora che delle istituzioni.

Blog e piccoli giornali
Ciò che vale per i grandi giornali dovrebbe essere regola anche per gli altri canali informativi, piccole testate presenti sui territori e naturalmente per i blog. La grande avventura iniziata con l’apertura della rete, democratica di per sé, è frutto di un moto incondizionato che ha portato chiunque, in qualunque parte del mondo, a poter raccontare e comunicare ciò che accade. Fronti di guerra, conflitti sociali, ambientali e politici vengono riportati alla luce grazie alla voce di blogger e piccole testate giornalistiche. La necessità di proteggere una simile “ricchezza” è presupposto alla libertà di informazione tanto predicata. Non solo l’uso della violenza minaccia queste realtà, lo abbiamo già detto. Ma anche il potere economico di aggredire “legalmente” un soggetto che, se lasciato solo, non avrà alcuna possibilità di sopravvivere. Ci sono esempi molteplici e famosi e in molti casi anche quasi sconosciuti. Dalla piccola tv siciliana telejato al sito WikiLeaks. Senza contare che in mancanza di alcuni coraggiosi blogger molte delle notizie tragiche arrivate dalla Birmania, dal Sudan o dall’India, non sarebbero mai venute alla luce. Basta citare il lavoro della giornalista indipendente Amy Goodman che con la sua “democracy now” fu la prima a raccontare il massacro di Dili durante e la soppressione violenta delle manifestazioni indipendentiste a Timor Est nel 1991. Ci sono molti esempi di come la libertà di informazione possa influire sui processi democratici di interi paesi. Questo è il motivo per cui riteniamo fondamentale il lavoro dei piccoli giornali di provincia che raccontano giorno dopo giorno quello che accade nei territori. Un paese realmente democratico dovrebbe tutelare queste realtà, e mettere in campo politiche a tutela della “necessità” di informare, non limitarne l’agire.

Giornalismo militante, ma dalla parte di chi?
Una questione che merita la giusta attenzione è senza dubbio il giornalismo così detto militante. Si parte da testate direttamente collegate a movimenti politici il più delle volte messe a carico dei contribuenti, fino a giornali, riviste e siti web (non per forza registrati come testate) curati da associazioni e movimenti interessati a singoli e specifici temi. Le due forme sono radicalmente diverse, per ragioni evidenti, ma portano con se un dettato comune che parte da una concezione di “parte” del percorso che raccontano. Citare tutti i giornali di partito è superfluo, ma non dimenticare qualche centinaio di giornalisti che hanno perso il lavoro grazie al disinteresse della politica, dei partiti, delle istituzioni e delle società editoriali nate solo ed esclusivamente per speculare sul contributo pubblico all’editoria, è doveroso e necessario. La sottolineatura è anche dovuta all’attenzione che alcune di queste testate hanno posto al tema delle mafie, e che dovrebbero essere forse recuperate facendo ordine in una legislazione che tutela, ancora una volta, solo interessi politici e di corrente lasciando al loro triste destino intere redazioni prive di qualsiasi garanzia che vada oltre una legislatura.
Lasciando a ciascuno la valutazione sui giornali di partito o di movimento politico, poniamo l’attenzione sulle piccole realtà indipendenti che fanno informazione su specifici temi. Si va dall’ecologia, ai conflitti sociali alla politica extra parlamenta e naturalmente anche alle mafie. Spesso, queste realtà, sono le uniche a dare notizie su temi specifici quando l’intera stampa nazionale tace. Il modo di approcciare al lettore/spettatore utente è spesso fuori dalle regole di una buona informazione fruibile e a disposizione di tutti. Accade quindi che pagine e pagine vengano scritte con una carica ideologica tale, da far perdere il senso stesso di quella che è propriamente “la notizia”. Il danno è evidente, si allontanano gli utenti che hanno un approccio diverso e non dogmatico alle notizie. Questo accade anche per la comunicazione antimafia che purtroppo vive del male che auto genera. Ci si autocelebra pensando di avere la verità in tasca e pensando di essere gli unici a poter dire o non dire alcune cose, perdendo il senso della comunicazione erga omnes che dovrebbe essere il vero punto nodale. I giornalisti, devono fare i giornalisti. Raccontare tutto e malgrado tutto, rendendo fruibile quell’informazione e facendo in modo che diventi argomento di riflessione dopo, non prima. Poniamo l’attenzione su questo perché ci siamo resi conto della dispersione di forze che l’antimafia vive pur dovendo essere un fronte comune. E spesso questa dispersione è generata proprio attraverso i media. Ci sono molti esempi di buon giornalismo antimafia fatto da realtà piccole e militanti, basti pensare alla nuova formazione de “I Siciliani giovani”, che attraverso il web raccogli e diffonde informazioni sulla società che cambia e con cui ci confrontiamo. Ebbene questa è, secondo noi, la strada comune da seguire. Provare a mettere assieme diverse realtà che facciano rete, per provare a fronteggiare lo strapotere mediatico che di questi temi non si occupa quasi mai come dovrebbe.