L’importanza storica dello spazio pubblico è riassumibile nella riproduzione del concetto classico di Agorà, come il luogo in cui poteva fondersi la privatezza dei singoli con la dimensione pubblica del gruppo, l’essere per sé di ognuno con l’essere per gli altri di tutti, in cui si cristallizzava un nuovo tipo di legame sociale fondato sulla simmetria, la reversibilità, la reciprocità fra cittadini “simili” e “uguali”.

“Oltre alle case private, particolari, v’è un centro in cui sono dibattuti gli affari pubblici, e questo centro rappresenta tutto quello che è comune, la collettività come tale. Nella pubblica piazza ciascuno si trova uguale all’altro, nessuno è sottoposto a nessuno. Nel libero dibattito, che s’istituisce al centro dell’agorà, tutti i cittadini si definiscono come isoi, uguali, come homoioi, simili. Vediamo nascere una società, in cui il rapporto dell’uomo con l’uomo è pensato nella forma d’una relazione d’identità, di simmetria, di reversibilità”. Jean-Pierre Vernant: Le Origini del Pensiero Greco

Per parlare di spazio pubblico, qui e ora, bisogna innanzitutto fare riferimento alla crisi che il concetto stesso di pubblico sta attraversando. Da anni sia la progettazione urbana che le scelte amministrative hanno portato ad una netta restrizione degli spazi ad uso pubblico e collettivo contrapponendo un’inarrestabile tendenza all’uso individuale a esclusivi scopi commerciali e produttivi relegando continuamente alla marginalità e all’illegalità qualsiasi forma di costruzione di nuova comunità dinamica che soprattutto i movimenti hanno provato ad istaurare dentro e fuori gli spazi pubblici. Lo spazio pubblico, concepito nel suo valore sociale originario, possiede in se l’obiettivo della creazione del “mondo comune condiviso” descritto da H. Arendt come rivisitazione moderna del concetto storico classico di Polis:

“Essere politici, vivere nella polis, voleva dire che tutto si decideva con le parole e la persuasione e non con la forza e la violenza”. Hannah Arendt , Vita Activa . La condizione umana

L’offuscamento, o meglio la soppressione, di questo ruolo, è stato il requisito per la metamorfosi dello spazio pubblico urbano trasmettendoci in pieno la nascita della metropoli come la città stravolta istericamente, in continua rottura con la sua continuità e i suoi confini, la città ormai diventata vetrina e “non luogo” determinata e modellata dal consumo e non più dalla storia, dalle coscienze e dalla costruzione del futuro. La caratteristica principale assunta nel presente dalle metropoli e di conseguenza dallo spazio pubblico è l’indifferenza, le città si mostrano come luogo complicato e inospitale, esclusivo incontro sfuggente tra estranei condizionati da sospetto e paura delle differenze. Per interi decenni le amministrazioni hanno governato le città sul culto della sicurezza: paura e smarrimento sono stati negli anni un’arma devastante per svuotare gli spazi pubblici e riempire quelli privati, per rinunciare alla sfera collettiva, dismettendo, di fatto, il ruolo di costruzione di comunità che storicamente ha rappresentato proprio la piazza/l’agorà cioè quell’epicentro della narrazione della vita viva, comune e pulsante che oggi è tristemente isolata e ristretta ad un veloce, distaccato e banale attraversamento. Il residente ormai assume soltanto il ruolo storico di consumatore che trova posto negli spazi pubblici esclusivamente per usufruire, consumare e fuggire. Il consumismo, quella che Pier Paolo Pasolini ha definito come “la vera seconda rivoluzione industriale, quella dai rapporti sociali immodificabili”, è un’opera che si esaurisce sostanzialmente in attività individuali e che non si pone in alcun modo l’obiettivo di generare socialità e costruire relazioni. La fotografia post moderna di tutto questo, all’interno delle metropoli, sono di sicuro le periferie; immensi quartieri dormitorio privi di qualsiasi spazio comune e collettivo cresciuti senza un ordinamento e senza nessun criterio urbano, sviluppatosi in mano esclusivamente all’abusivismo, alla criminalità, alla speculazione e alla rendita.

Proprio per queste sue caratteristiche violente e complesse la metropoli moderna rispecchia il nuovo luogo dello sfruttamento e della sussunzione e assume il ruolo che un tempo aveva la fabbrica cioè quello di presentarsi come territorio dello sfruttamento ma allo stesso tempo produttore diretto di pratiche di resistenza. Scrive Saskia Sassen: ”La città globale è un luogo strategico per attori privi di potere giacché li mette in grado di affermare la propria esistenza”.

Proprio perché luogo di sfruttamento la metropoli assume la conformazione di città globale capitalistica diventando centro di generazione di nuove categorie conflittuali, di nuove pratiche e di riconoscimenti di nuove identità meticcie che generano conflitti e resistenza anche e soprattutto riappropriandosi degli spazi che la metropoli abbandona trasformandoli in luoghi di espressione di quella cultura sotterranea estromessa dalla vetrina ma che è vibrante e potente soprattutto nelle nuove generazioni, discendenti dirette del modello periferia. Questa riappropriazione negli anni ha assunto una natura costituente tanto da costringere le istituzioni a riflettere sul ruolo degli spazi e sulla possibilità di arginare la crisi a partire dal recupero del patrimonio edilizio pubblico per fini sociali e cooperativi. Se la gestione, la progettazione e la pianificazione urbanistica sono delegate alla politica, ragionare sull’uso sociale degli spazi di edilizia pubblica è stata in primo luogo un’azione conflittuale dei movimenti per influenzare il rapporto con l’intera gestione del concetto di pubblico dentro le città. Le esperienze dei centri sociali negli anni hanno rappresentato un’eccedenza straordinaria riuscendo spesso a contenere al loro interno sorprendenti progetti d’inclusione, partecipazione e condivisione. Il concetto stesso di centro sociale è stato in grado di evolversi ma allo stesso tempo rimanere uno dei pochi dispositivi capaci di limitare la distruzione della sfera collettiva istituendosi come luoghi sociali di produzione politica e culturale che, soprattutto nelle periferie, hanno rappresentato l’unico freno all’esclusione e all’emarginazione.

Il lavoro fatto sul pubblico dai centri sociali negli anni trova riscontro storico con la delibera 26 del 1995 del comune di Roma che aprì alla possibilità di un accesso agli immobili di proprietà comunale per usi sociali, culturali e ricreativi. Questo momento storico ha rappresentato un punto di rottura parziale con una certa gestione delle città, un momento che metteva a fuoco l’importanza dei luoghi dell’autorganizzazione sociale e che rendeva visibili e concrete le prospettive per riprendere un cammino, assieme ai movimenti, sulle pratiche di gestione partecipata degli spazi. Per troppi anni, purtroppo, questo ragionamento si è interrotto, le città hanno visto agire indisturbato un nuovo modello di saccheggio del territorio che mette al centro l’espansione senza regole e il consumo di suolo sfrenato. Per questo è urgente riprendere il dialogo sui nuovi modelli di gestione degli spazi pubblici e soprattutto sulle assegnazioni perché esiste buona politica solo attraverso buone pratiche e valorizzazione di quelle comunità metropolitane che ad oggi rappresentano l’alternativa alla deriva individualista e autoreferenziale che attraversa la società nel suo insieme.La sfida è trasformare il presente anche pensando che uno spazio autogestito possa rappresentare un meccanismo di costruzione di nuova economia, di impresa sociale, di prestazione di servizi e di crescita che assuma alla base dei processi di gestione la cooperazione e la messa in condivisione delle competenze. Servizi non come semplice scambio uno ad uno, in un ottica di domanda e offerta schiacciata su bisogni estemporanei, ma uno scambio molti a molti, con lo sguardo lungo dell’utilità e della crescita collettiva. Ragionare di nuovi “spazi pubblici autogestiti” ci da la possibilità nel presente di creare uno “spazio pubblico reticolare 3.0”: soggetti diffusi e plurali in grado di creare comunità, dislocate anche in zone spazialmente differenti, in cui le amministrazioni, le realtà organizzate e i soggetti individuali continuino a scambiarsi servizi e conoscenze in un’ottica partecipativa ed inclusiva cancellando il concetto di utente/fruitore. Di esempi concreti nati negli ultimi anni ci piace ricordare il lavoro fatto dal comune di Milano che a messo a bando 1200 spazi a cittadini e associazioni perché diventino luoghi di aggregazione, polmoni umani in grado di far ripartire la socialità e l’economia locale. Scuole abbandonate che diventano centri ricreativi aperti agli anziani e ai bambini, vecchi capannoni che diventano spazi di produzione artistica o cooperative sociali e di servizi, ex piscine che diventano piste per skaters ecc… Questo è un modello in grado di progettare un’evoluzione reale per far arretrare la dispersione sociale e il senso di spaesamento e confusione, questo è il prototipo da costruire per ribaltare la società del consumo e della paura in un nuovo paradigma della condivisione e dell’inclusione, questa è una proposta concreta a chi si candida per cambiare radicalmente il paese.

Bibliografia

Jean-Pierre Vernant LE ORIGINI DEL PENSIERO GRECO

Hannah Arendt , Vita Activa . La condizione umana

La cittÀ – un infinito limitato Marcella Schmidt di Friedberg, Scripta Nova REVISTA ELECTRÓNICA DE GEOGRAFÍA Y CIENCIAS SOCIALES

Saskia Sassen ‘Le città globali’,