Sgombera il boss 1

Scriviamo a pochi giorni dal voto per prendere posizione pubblicamente sulla campagna elettorale per l’elezione del sindaco di Roma Capitale e per il rinnovo del consigli municipali ed esprimere alcune considerazioni sui programmi e su come in campagna elettorale (non) si è affrontato il tema – nodale a nostro avviso – dell’antimafia come chiave di lettura di molti fenomeni che riguardano la città e come “prerequisito” per individuarne sia l’origine sia le possibili risposte.

Siamo costretti a registrare un’enorme opera non soltanto di sottovalutazione, ma di sistematica rimozione rispetto al radicamento delle mafie (italiane, straniere e, per utilizzare una definizione ormai nota, autoctone) in città. Una rimozione che, tocca purtroppo registrare, non riguarda soltanto la Capitale teatro tra l’altro dell’inchiesta Mondo di mezzo, ma ormai l’intero Paese, che rinuncia ad analizzare e a discutere pubblicamente sulla pervasività del crimine organizzato e sulle mutazioni che genera nella società.

Abbiamo deciso di non aspettare l’elezione del sindaco per due motivi:

  1. Chiunque governi la città, non potrà e non dovrà essere il solo depositario dell’enorme lavoro di prevenzione e contrasto che va messo in campo. In quanto “prerequisito” dell’agire politico, le pratiche antimafia devono essere al centro sia dell’azione di governo sia delle iniziative dell’opposizione in Consiglio comunale e nei Municipi.
  2. Auspichiamo che in questi ultimi giorni della campagna elettorale i due contendenti, Virginia Raggi e Roberto Giachetti trovino il tempo, tra una discussione sulle buche e un’altra sul decoro urbano, di esprimere la propria posizione almeno rispetto ad alcune questioni specifiche riguardanti non un generico impegno nella lotta alle mafie e alla corruzione (ci mancherebbe!) ma in particolare la questione dei (tanti) beni confiscati presenti nel territorio cittadino, dal centro storico alle periferie. Crediamo che, in vista del ballottaggio di domenica 19 giugno, le romane e i romani abbiano il diritto di sapere, almeno su questa questione, come intendono agire i candidati sindaco.

Prima di entrare nel dettaglio, ci preme rimarcare la nostra preoccupazione per le possibili conseguenze della recente sentenza della Corte d’appello di Roma rispetto alla presenza diuna mafia strutturata a Ostia. Nel pieno rispetto delle prerogative della magistratura, riteniamo che una città, e in particolare i suoi amministratori, possa e debba leggere i segnali che arrivano da un pezzo importante del proprio territorio individuano la presenza delle mafie (e reagendo di conseguenza) anche prima e al di là di una pronuncia giudiziale. E se questo vale per Ostia, vale a maggior ragione in relazione alla totale assenza di una discussione pubblica e approfondita (che vada dunque oltre gli slogan e gli attacchi elettoralistici) su cause, modalità di espansione e conseguenza ancora attuali di Mafia capitale. Non a caso, durante la precedente consiliatura avevamo chiesto, purtroppo invano, la convocazione di un consiglio comunale aperto dedicato al tema delle mafie a Roma.

Se nella Capitale le mafie sono infiltrate e non radicate, come strumentalmente e scelleratamente sostengono alcuni, ci si dovrà spiegare come mai assieme a tanti fatti di cronaca registrati dai media e alla lettura di essi proposta da associazioni (tra cui daSud) e studiosi del fenomeno, esistano così tanti beni sequestrati e confiscati.

Sul territorio di Roma ci sono più del 5% dei quasi 9.000 beni immobili confiscati e assegnati, come prevede la legge, a fini sociali in Italia. Sono circa 500 e il dato è in continuo aggiornamento, dal momento che le confische di patrimoni criminali (mafiosi e non) si susseguono. Dati di qualche anno – purtroppo la carenza di informazioni è uno dei grandi problemi – riferiscono di quasi 12mila beni sequestrati per un valore di quasi un miliardo di euro (per avere un’idea delle dimensioni di questo patrimonio, basta pensare che i beni sequestrati a Palermo sono quasi 15mila ma valgono solo 42 milioni).

Questo dato è la manifestazione plastica di una pervasività delle mafie che fatichiamo a riconoscere, nonostante numerosi indicatori e non soltanto le inchieste giudiziarie disegnino il quadro di una città in stallo anche per la pervasività di corruzione e mafie. In alcuni casi infatti, sempre più frequenti, la confisca non avviene in relazione alla presenza di una organizzazione mafiosa ma alla manifesta sproporzione tra il patrimonio mobiliare, immobiliare e societario di persone indagate e la loro situazione reddituale.

Siamo partiti da questa osservazione, e dal fatto che a Roma molti spazi autogestiti di socialità, cultura e di autentico welfare sono sotto minaccia di sfratto se non già sgomberati, lasciando interi pezzi di città senza servizi essenziali per persone in difficoltà, senza luoghi di aggregazione o di fruizione culturale. Una logica securitaria e un concetto ristretto e arretrato di legalità (confermata peraltro dall’indicazione, che già in passato abbiamo contestato come inefficace, di esponenti delle forze dell’ordine o della magistratura nella eventuale giunta o di “autoassolventi” deleghe alla sicurezza e alla legalità) che non tiene conto di quanto, in un periodo di forte restringimento dell’intervento e del sostegno pubblico in questi settori, tanti di questi luoghi “sotto sfratto” abbiano costituito un’importante riserva di ossigeno e di welfare a disposizione delle fasce più fragili della popolazione.

A questo si aggiunge la cosiddetta “emergenza abitativa”, l’ormai cronica carenza di alloggi per le persone con redditi più bassi, a fronte di un patrimonio immobiliare spesso inutilizzato, di scandalosi e irrisori affitti per enti e persone che invece potrebbero permettersi prezzi più congrui. Con i cementificatori sempre in agguato per occupare nuove porzioni di agro romano anziché ridare vita e funzione al patrimonio immobiliare esistente. Con diversi dossier e con un intenso lavoro di divulgazione, l’Associazione daSud in questi anni ha dimostrato come anche a Roma, quando viene l’intervento del pubblico e si mortificano il privato sociale e il volontariato, a mettere a disposizione dei cittadini diversi strumenti di welfare – la casa, il lavoro, addirittura servizi sociali e sanitari – siano le organizzazioni criminali.

A fronte di tutto ciò – ci siamo chiesti – quali opportunità possono derivare dal riutilizzo a fini sociali dei beni sequestrati e, soprattutto, confiscati alla criminalità? Possono rappresentare una parte della risposta a sgomberi, sfratti e mancanza di spazi e di welfare? Come fa un cittadino o un’organizzazione sociale ad accedere alla gestione di questi beni? Abbiamo dunque provato a rispondere a queste e altre domande effettuando una prova sul campo.

Nel nostro particolare test, fatto selezionando 10 beni non tutti confiscati in via definitiva e non tutti confiscati a mafiosi, abbiamo scoperto da una parte che le opportunità sarebbero tante e che questi spazi urbani potrebbero contribuire in alcuni casi alla rigenerazione di interi quartieri, dall’altra che passare dall’ipotesi del riutilizzo alla effettiva gestione a Roma è ancora molto, troppo difficile.

Intanto, come accennavamo, c’è la difficoltà di raccogliere informazioni dettagliate. I dati disponibili sul sito del Comune di Roma e su quello dell’Agenzia nazionale per i beni sequestrati e confiscati o anche su piattaforme di open data come la meritoria Confiscatibene(non tutti i beni in gestione a Roma passando dall’assegnazione a Roma Capitale), non sono aggiornati. E questo nonostante l’Associazione daSud, insieme a tante altre realtà, abbia da tempo sollecitato le istituzioni locali ad approfondire la questione dei beni confiscati e, attraverso gli impegni assunti dai mini-sindaci con il Protocollo Municipi senza mafie promosso proprio da daSud, a censirli municipio per municipio promuovendone l’assegnazione con procedure pubbliche e condivise.

Nel raccogliere informazioni relative ai dieci beni elencati di seguito e individuati a titolo meramente esemplificativo delle potenzialità derivanti dal possibile riutilizzo, abbiamo riscontrato in particolare che:

1. L’ultimo elenco di 65 beni assegnati di comeptenza del Campidoglio, pubblicato sul sito del Comune, è fermo a novembre 2015.

2. Le informazioni relative all’iter di confisca, alle caratteristiche dell’immobile e alla sua destinazione finale sono spesso lacunose.

3. L’assegnazione dei beni avviene in forma diretta, senza il ricorso a procedure di evidenza pubblica e men che meno con il ricorso a pratiche di condivisione dal basso e autogestione partecipata.

4. Non è disponibile una rendicontazione o relazione di gestione accessibile ai cittadini. Spesso non è chiaro quali siano le attività svolte nei beni immobili confiscati e della loro effettiva rispondenza alle finalità sociali prescritte dalla legge.

5. Non esistono percorsi di pubblicità e di promozione del valore del riutilizzo del singolo bene, che è sì gestito da uno specifico soggetto ma resta patrimonio della collettività, portatore di un enorme (e inespresso) valore simbolico ed educativo.

6. Oltre alla mancanza di procedure di assegnazione orientate all’imparzialità e trasparenza “attiva”, non c’è traccia del coinvolgimento, nella fase di individuazione della funzione che il bene immobile andrà a svolgere, dei cittadini e delle comunità territoriali di appartenenza.

7. Non ci risulta che sia mai stata messo in campo, a Roma, una prospettiva di promozione “integrata” dei beni confiscati, nell’ambito di una più complessa progettualità che riguardi interi territori o particolari ambiti sociali e culturali, anche in relazione all’accesso a finanziamenti pubblici e alla partecipazione a bandi europei.

8. Risulta, da notizie di stampa risalenti a marzo 2016, che la gestione commissariale abbia avviato una task force specificamente dedicata al monitoraggio dell’assegnazione dei beni confiscati nell’ambito dell’attività di censimento del patrimonio di Roma Capitale e sarebbe anche in preparazione un regolamento per l’assegnazione dei beni confiscati. Registriamo che un lavoro così importante, qualora sia effettivamente in corso, non ha avuto alcuna forma di pubblicità né si è ritenuto coinvolgere e informare i cittadini su contenuti e modalità di svolgimento.

I beni confiscati sono beni comuni, come dimostrano i casi di corretta gestione a fini sociali che pure esistono a Roma. Lo stato di abbandono in cui spesso versano e i ritardi con cui, complici le complesse procedure burocratiche, vengono messi “a valore sociale”, confermano quanto lavoro ci sia ancora da fare a Roma nel saper e voler veder e il problema mafie e di conseguenza reagire cogliendo alcune opportunità offerte da una legislazione, quella italiana sulla confisca die patrimoni criminali, perfettibile ma comunque all’avanguardia a livello internazionale.

Sottoponiamo dunque ai candidati a sindaco e a presidente di Municipio questi spunti di riflessione, accompagnandoli con un elenco di beni confiscati o in via di confisca definitiva, puramente simbolico ma rappresentativo delle diverse opportunità che possono derivare dal loro riutilizzo per finalità in senso lato sociali.

Per ciascuno dei 10 immobili, troverete di seguito riportate le (poche) informazioni che siamo stati in grado di raccogliere, in qualche caso delle immagini che descrivono lo stato attuale dei locali e la loro posizione e – anche con l’ausilio di un’animazione video – il possibile utilizzo a vantaggio delle romane e dei romani.

Concludiamo questo documento con una domanda tutt’altro che retorica. Come e perché fidarci di candidati al Campidoglio o alla guida dei Municipi che non affrontano questo tema e non aprono un dibattito serio sulle possibili risposte?

Siamo pronti, per quanto è nelle nostre possibilità e capacità, a discuterne nel merito sia prima sia dopo il voto, ma solo a condizione che si mettano da parte gli slogan e si apra una discussione pubblica e partecipata.

Serve un Restart per la gestione dei beni confiscati, un Restart per la lotta alle mafie. Solo così potremo avere un Restart per Roma!

#RestartAntimafia #SgomberaIlBoss

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