Acquedotto-Alessandrino-di-notte_fullChe quando sono venuta ad abitare a Roma non pensavo che ci potevano stare tante case fitte fitte, che io pensavo che così vicine le cose si potevano vedere solo dall’aereo, che vedi tutto stretto come tanti punti piccoli piccoli, e invece qua ho visto case così grandi e vicine che pensavo che se mi cadevano in testa non potevo scappare proprio da nessuna parte. Che poi quando sono venuta a vivere a Torpignattara, che tutti mi dicevano “ma dove vai? E’ lontana, è sporca e lì davvero non puoi scappare”, io invece ho visto una piazza così grande che ho detto “finalmente si respira”.

Che poi la vicina di casa che cucina tutto il giorno mi ha detto che quando le persone dicono “Torpignattara” pensano solo a una via. Che poi solo chi ci vive supera quella via, che la piazza dove abito io è un posto quasi segreto , proprio come una piazza solo nostra di quelli che abitano qui. Che poi su quella piazza si vedono tanti bambini che giocano e parlano tutti diverso. Che poi, mi dicevano, a Torpignattara ci sono quelli da una parte e quelli dall’altra, quelli di una comunità e quelli dell’altra, e quelli che erano di una parte dicevano che stavano male per colpa di quelli dell’altra parte che andavano con quelli dell’altra comunità e che quelli della comunità giusta non erano comunità perché erano loro e che allora se rimanevano solo loro vedevi come quelli della parte loro governavano la città e che con quelli dell’altra comunità vincevano quelli dell’altra parte ancora e che allora ben ti stava la spazzatura e la droga e gli ubriachi. Che poi io sentivo tutte queste cose mentre vedevo i bambini che giocavano sulla piazza ed era pomeriggio e io non capivo tutta questa storia delle parti e delle comunità. Che io mi sono seduta su una panchina e ho chiesto “posso?” e un signore mi ha detto “prego”. E poi guardavo e ascoltavo e c’erano tanti bambini che giocavano e io non capivo proprio questa storia delle parti e pensavo che forse non era giusto dare la palla a quel bambino che se l’era persa che magari era della comunità sbagliata e poi il signore a fianco mi guardava male e si riprendeva il “prego”.

Che poi una notte, mi diceva la vicina, c’è pure scappato il morto per questa storia di parti e comunità e io allora ho cercato di capire e continuavo a guardare le persone della piazza di giorno, che lì ci stavano proprio tutti. Allora ho capito che il problema era quando non c’era la luce e le persone non stavano più sulla piazza, che la gente quando esce tutta insieme non ha queste storie delle comunità e al massimo se le racconta anche senza che gliene importa nulla di dove sei tu che mi stai parlando. Allora, ti dicevo, ho capito che le parti quando sono al buio si dividono quelli della piazza così se non c’è luce nessuno esce, se nessuno esce uscire è pericoloso e se questa è la parte mia perché la parte mia ha deciso così e tu ci stai quando è buio ti dico che “te ne devi andare a casa” pure che casa tua è alla strada di fianco. Ecco, allora ho capito che il problema è il buio, che col buio la gente non esce e se esce è sola e la gente sola e al buio e negli spazi stretti diventa matta.

Daniela Vadacca