Questa mattina sono stato in Campidoglio per la presentazione dell’OSSERVATORIO REGIONALE ANTIMAFIA SUL LAVORO E SULL’ECONOMIA LEGALE NEL LAZIO.
C’ero perché daSud Media Civico è tra i promotori insieme a CGIL Lazio, Libera, Tempi Moderni, Rete degli Studenti Medi e Silp Cgil
Un nuovo Osservatorio. Con l’obiettivo dichiarato di produrre analisi, proposte, iniziative concrete.
E ho deciso di iniziare il mio intervento rivolgendo alla platea una domanda, la stessa che poco prima aveva posto Franco La Torre: “Abbiamo bisogno di un altro osservatorio?” Una domanda retorica, certo.
Ma anche una domanda vera.
Perché oggi il rischio non è solo moltiplicare strumenti. È moltiplicare strumenti che non incidono. E invece quella domanda, lì dentro, ha fatto una cosa importante: ha attivato riflessioni, ricordi, incontri, proposte.
Per me ha attivato anche un ricordo personale. Il mio primo spazio di militanza politica territoriale non è stato un partito, né un’associazione.
È stato un presidio sindacale della CGIL. Una stanza a disposizione di un collettivo di studenti di provincia. Un sindacalista durissimo e tenerissimo, Calogero.
E le sue mille sigarette.
Per anni è stato quello il luogo in cui si faceva politica: dove si parlava di lavoro, di diritti, di conflitti. Dove si provava a leggere il mondo partendo dalle condizioni materiali delle persone.
Dove ho iniziato a fare antimafia, prima ancora di occuparmi di mafie.
Così ho recuperato un momento della storia di daSud, quando nel 2014 pubblicammo un rapporto che si chiamava “Mamma Mafia – il welfare lo pagano le mafie”.
Era un tentativo di dire una cosa su Roma che allora non era così evidente: che le mafie non sono solo violenza e repressione, ma anche redistribuzione, controllo sociale, costruzione di consenso.
Oggi, a distanza di anni, siamo tornati esattamente lì.
Ma con uno scarto. Abbiamo deciso di rimettere al centro il lavoro. Non come tema tra gli altri. Ma come punto di vista da cui osservare le mafie nel Lazio.
Torneremo a parlare di questo Osservatorio perché ci sarà tanto da fare e abbiamo già proposte e progetti. Ma intanto voglio restituire un paio di cose importanti, legate ad alcuni compagni di viaggio di una vita, che erano lì.
C’era Alfredo Borrelli, che ha fatto una cosa semplice e fondamentale: ha rimesso al centro i numeri giusti.
Un “terno” da giocare — come lo ha definito — che non è una lotteria, ma una scelta politica:
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Articolo 1: il lavoro
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Articolo 3: la giustizia sociale
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Articolo 41: il limite all’iniziativa economica quando contrasta con l’utilità sociale
Tre numeri che sono vere e proprie coordinate per questa nuova esperienza.
E insieme alle coordinate abbiamo anche un manuale di navigazione, vecchio di 50 anni ma per niente datato. Lo ha ricordato Franco La Torre: la relazione di minoranza della Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno della mafia in Sicilia. Era il 1976: la relazione era redatta da Pio La Torre e Cesare Terranova.
Una relazione sconvolgente per la sua contemporaneità. Perché già allora era chiaro un punto che oggi dobbiamo avere il coraggio di ribadire: la mafia non è solo un problema di ordine pubblico.
È un problema di potere. Di economia. Di relazioni e di classi dirigenti.
A un certo punto, a proposito della composizione dei promotori, e della complessità delle mafie nel Lazio ho detto che servono “lenti multifocali”. E subito dopo mi è scappato un lapsus: “menti multifocali”. Una consonante che non è sfuggita ad Alfredo. Dice che forse non era un errore.
Perché il problema non è solo avere strumenti migliori.
È avere sguardi migliori.
Per leggere i numeri del narcotraffico, dell’economia sommersa, dei milioni di lavoratori coinvolti nel lavoro nero.
Per collocare le mafie lì dove stanno, dentro il mercato.
Per leggere le piazze di spaccio non solo come luoghi criminali ma come infrastrutture sociali che parlano di vuoti. Di solitudini.
Di assenza di alternative.
Per questo la scelta dell’Osservatorio è decisiva: mettere al centro il lavoro.
Perché la relazione è diretta: dove il lavoro è debole, le mafie sono forti.
dove i diritti arretrano, le mafie avanzano.
E oggi questa relazione si gioca anche su una partita enorme.
Gli interventi che si sono susseguiti — dalla CGIL ai magistrati, da Bianca della Rete degli Studenti, all’Università e alle tante realtà presenti — hanno restituito un’immagine chiara: questa non è una battaglia di pochi. È una responsabilità collettiva.
C’è però un punto su cui vale la pena fermarsi, per noi del Media Civico.
Raccontare qualcosa non è un esercizio di comunicazione. È il passaggio successivo all’analisi. Noi raccontiamo quello che capiamo.
E capiamo ciò che osserviamo con attenzione.
In un tempo in cui si moltiplicano le narrazioni e gli strumenti, vale la pena ribadire una cosa semplice: le mafie vanno osservate.
Attentamente. Con lenti multifocali.
Ma anche con menti multifocali.
Il contributo che possiamo dare come daSud è quello che proviamo a fare ogni giorno:
produrre analisi, costruire linguaggi, trasformare complessità in racconto
Con il media civico, con i nostri format, con esperimenti come Vito Abbreviato,
proviamo a rendere leggibili fenomeni complessi senza banalizzarli.
Perché capire è il primo passo per scegliere.
Se vogliamo davvero capire come funziona questo sistema — come il narcotraffico diventa economia, come costruisce consenso, come si intreccia con lavoro e potere —
nell’episodio di Chiedi alla polvere, riservato agli iscritti alla newsletter, proviamo a fare esattamente questo: osservarlo. Da vicino.
Con le lenti e con le menti giuste.
Vito Foderà

