Erano sicuri di vincere, hanno perso. Doveva essere il primo passo di un cambio di sistema istituzionale, si è trasformato in una valanga. Tre dimissioni pesanti in pochi giorni e l’avvio di un passaggio politico di cui nessuno ancora è in grado di leggere le conseguenze.
E se è vero che siamo dentro l’onda lunga della consultazione popolare, è anche vero che prima o poi i nodi vengono al pettine. Basta avere il pettine. E così i fatti, ostinati, si sono presentati alla porta di Palazzo Chigi. Vediamoli.
Andrea Delmastro era sottosegretario alla Giustizia. Ruolo delicatissimo. Un’inchiesta del Fatto Quotidiano ha rivelato che era socio in una bisteccheria romana insieme alla figlia di Mauro Caroccia, condannato per intestazione fittizia di beni a favore del clan Senese. Delmastro ha detto di non sapere chi fosse la sua socia. Poi i giornalisti hanno trovato foto e video che mostravano Caroccia al lavoro nel locale mentre Delmastro era ancora socio. La versione è crollata nel giro di ore. Adesso si sono accese le lenti della magistratura e della Commissione Antimafia. L’impressione è che siamo ancora all’inizio di una vicenda piuttosto torbida.
Giusi Bartolozzi, potente capo di gabinetto del ministero della Giustizia – la chiamavano la zarina di via Arenula, e non era un complimento affettuoso – è caduta insieme a Delmastro. Non solo per le parole gravi pronunciate durante la campagna referendaria. Il punto è un altro: la vicenda Almasri, il criminale di guerra libico rilasciato e rimpatriato con un volo di Stato mentre era attivo un mandato di arresto della Corte penale internazionale. Su quella storia Bartolozzi dovrebbe ancora delle spiegazioni. E non è la sola.
Ieri pomeriggio si è dimessa anche Daniela Santanché, dopo mesi di resistenza, con un processo in corso per falso in bilancio e una richiesta esplicita e pubblica di Meloni di fare un passo indietro – fatto più unico che raro nella storia repubblicana. La lettera di dimissioni è un documento da leggere parola per parola. Santanché ci tiene a mettere agli atti che obbedisce a una richiesta esplicita della premier, non perché lo ritenga doveroso; che il suo certificato penale è immacolato; che non vuole essere il capro espiatorio del referendum. E chiude così: “Nella mia vita sono abituata a pagare i miei conti e spesso anche quelli degli altri.” Una resa che assomiglia a una dichiarazione di guerra. Vedremo.
Tre vicende diverse, tre personaggi diversi
Un filo comune: istituzioni che escono a pezzi da questa storia, al netto di quello che stabilirà la magistratura. E una presidente del consiglio che ha aspettato troppo, troppo a lungo.
Vale la pena fermarsi sulla gestione della vicenda, perché è istruttiva — nel senso peggiore del termine. Prima del referendum Meloni ha minimizzato, ha parlato delle scelte di Delmastro come di una leggerezza, ha evocato addirittura una “manina” dietro lo scandalo. Come se il problema fosse chi aveva trovato le notizie, non le notizie stesse. Poi il comunicato di Delmastro con la rivendicazione della sua azione antimafia (sic!): un testo che ha dell’incredibile. Poi Meloni che chiede nero su bianco le dimissioni di Santanché. E la resistenza di Santanché, prima della resa 24 ore dopo. Uno spettacolo indecente.
Quarto potere, sintomi e l’economia mafiosa
Due cose, infine. La prima è il ruolo del giornalismo. Senza l’inchiesta di Alberto Nerazzini sul Fatto Quotidiano, senza quelle foto e quel video cercati e trovati dai giornalisti di Repubblica e Domani, il caso Delmastro non sarebbe mai venuto a galla. Lo scoop ha fatto esattamente quello che il giornalismo d’inchiesta dovrebbe sempre fare: ha messo i fatti davanti alle smentite, ha reso impossibile continuare a mentire. Difendiamolo.
La seconda è più scomoda. Il caso Delmastro non è un’anomalia: è un sintomo. Certo, in questo caso si tratta di un rapporto opaco tra certi ambienti della destra romana e la criminalità organizzata della Capitale (che è anche un tema storico), ma la verità è che esiste un problema che riguarda l’intera classe politica. A tutte le latitudini: una soglia di attenzione cronicamente bassa sul rapporto tra potere, affari e criminalità organizzata. Le infiltrazioni mafiose nell’economia, i prestanome, le zone grigie tra imprenditoria e mafie sono realtà strutturali e, come tali, meriterebbero ben altra attenzione. E invece funziona sempre così: scandalo, indignazione, sottovalutazione, silenzio. Fino alla prossima bomba.
P.S. Tre lettere di dimissioni non bastano. Tanto ancora deve emergere dalle vicende che li riguardano. Inoltre Delmastro, Bartolozzi e Santanché stanno dentro vicende scivolose: siamo sicuri che, prima o poi, non dicano qualche parola di troppo?
Teniamo gli occhi aperti.
C’era una volta e c’è ancora
Riguardo a Michele Senese e i rapporti con le mafie a Roma potremmo riempire numerose newsletter, forse lo faremo presto. Per alcuni Senese è ed è stato il vero Re di Roma, per altri il punto d’unione tra Massimo Carminati, i Fasciani e i Casamonica. Figure, clan e famiglie sicuramente oggi ridimensionati da inchieste (leggi Carminati), nel ruolo e nell’influenza nel tessuto economico e mafioso che si è nuovamente assestato nella Capitale.
Ma c’è un’immagine che torna ogni volta che si fa riferimento alle mafie a Roma e ai Casamonica in particolare. È un’istantanea agostana dove le strade sembrano più larghe, i rumori più lontani, il tempo quasi fermo. Dentro questo vuoto prende forma una scena con una forza insolita: una carrozza trainata da sei cavalli neri, una Rolls-Royce, una banda che suona Il Padrino, un elicottero che lascia cadere petali di rosa sopra la chiesa. Sui muri, le immagini e le scritte: “Re di Roma”, “Hai conquistato Roma, ora conquisterai il paradiso”.
È il funerale di Vittorio Casamonica. Ed è una scena che, ancora oggi, continua a tornare spesso nei racconti della mafia a Roma. Nel videopodcast di Seconda Visione che accompagna questa newsletter si parte proprio da qui: da quell’immagine così costruita, così riconoscibile, per provare a leggerla in un modo diverso.
Il funerale-show e i simboli che funzionano
Si è subito detto “funerale-show”, errore delle istituzioni, mancanza di controlli. Una vicenda spiegata come un fallimento. E in parte lo è stata. Ma fermarsi a questo significa perdere qualcosa. Se si guarda quella scena senza fermarsi all’indignazione, cambia prospettiva. Non sembra improvvisata, né caotica. Al contrario: è ordinata, precisa, composta da elementi che parlano da soli. I cavalli evocano una regalità antica, la musica richiama un immaginario criminale ormai globale, l’elicottero occupa il punto più visibile, il cielo. Non c’è bisogno di spiegazioni. Il messaggio viene mostrato.
Il funerale, per sua natura, non è mai solo privato. È un rito pubblico, attraversa la città, coinvolge una comunità. Proprio per questo, da sempre, è anche uno spazio in cui il potere può manifestarsi. Non succede solo a Roma. In contesti diversi, lo stesso meccanismo prende forme diverse. A Napoli, per esempio, per anni la forza si è espressa senza bisogno di spettacolo: funerali partecipati, silenziosi, dove la presenza compatta della folla diceva tutto. In Sicilia, dopo le stragi, la risposta è stata opposta: funerali vietati, sottratti allo spazio pubblico, proprio per evitare che diventassero un segnale. E poi ci sono casi come Oppido Mamertina, dove basta un gesto minimo, l’inchino di una statua durante una processione, per trasformare un rito quotidiano in un messaggio chiarissimo.
Situazioni diverse, con un punto in comune: il potere non inventa simboli nuovi ma usa benissimo quelli che esistono già.
Riguardando il funerale Casamonica dentro questo quadro più ampio, allora, cambia anche la domanda. Non è più solo “come è stato possibile?”. Quelle scene non parlano soltanto di chi esercita il potere. Parlano anche dello spazio che trovano, della normalità che le rende possibili, del fatto che, per qualche minuto, tutto questo accade davanti a una comunità. Dobbiamo capire quanto siamo abituati a riconoscere il potere solo quando diventa visibile, e quanto invece riesca a passare inosservato quando assume le forme più quotidiane.

