Cosa nostra è interessata a comprare i droni lanciamissili dal mercato nero della guerra russo-ucraina. Se dovesse riuscirci, non saremmo certamente pronti a fronteggiare un’offensiva del genere. È una delle “bombe” lanciate ieri in commissione antimafia dal procuratore della Repubblica di Palermo Maurizio De Lucia. Ve ne parlo fra poco. Perché ci sono molte cose da dire a proposito dell’audizione di De Lucia di ieri. E io voglio partire dalla questione del (non) controllo delle carceri da parte dello Stato.
Carceri inumane, chiuse e “colabrodo”
Ci sono tre cose, almeno, che vanno dette se parliamo di carceri in Italia.
La prima è che sono sovraffollate, inumane e sempre più chiuse. Uso le parole di Antigone (rapporto «Tutto chiuso» dello scorso maggio): «Le carceri italiane sono oggi più affollate, più chiuse e il governo continua ad aggravare l’emergenza penitenziaria con nuovi reati, aumenti delle pene e nuovi annunci di edilizia penitenziaria, con i numeri che raccontano il fallimento di questo approccio». Il tasso reale di sovraffollamento ha raggiunto «il 139,1%: sono ormai 73 gli istituti con un tasso di affollamento pari o superiore al 150%, mentre in 8 carceri si supera addirittura il 200%. Gli istituti non sovraffollati sono appena 22 in tutta Italia». Sono anche sempre più chiuse, dicevo: «Solo il 22,5% si trova in sezioni a sorveglianza dinamica» e «negli ultimi mesi circolari del DAP hanno ulteriormente limitato libertà di movimento, attività e aperture verso l’esterno».
La seconda è che ci sono troppi episodi di violenza nei confronti dei detenuti, adulti e minori: le inchieste purtroppo si moltiplicano e sono sicuro che quello che vediamo è soltanto la punta dell’iceberg. E forse non è un caso che nel 2025 almeno 82 persone si siano tolte la vita in carcere.
La terza la va ripetendo da qualche settimana il procuratore della Repubblica di Palermo, Maurizio De Lucia: lo Stato non ha il controllo delle carceri. Per questa posizione nei giorni scorsi si è preso una rispostaccia del ministro della Giustizia Carlo Nordio: «Il Procuratore di Palermo Maurizio De Lucia ha perso il controllo di sé stesso». Non parole sfuggite: parliamo di una nota ufficiale del ministero, di parole messe nero su bianco con il solito sobrio stile istituzionale del ministro, senza peraltro dare una risposta nel merito.
De Lucia non ha battuto ciglio e ieri, in Commissione parlamentare Antimafia, ha ribadito il concetto. E non solo.
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La denuncia di De Lucia
Il procuratore di Palermo ieri è andato in Commissione a dire una cosa semplice ed enorme: lo Stato non controlla più le sue carceri. Non una battuta a effetto, ma il racconto di un meccanismo preciso. «Poche ore dopo essere entrati in cella – ha spiegato – i mafiosi vengono muniti di uno smartphone». Da lì si organizzano attentati, si cercano armi, si gestiscono affari, si rimettono in fila gli equilibri di fuori. Il 41-bis, ha precisato, funziona. Il problema è tutto il resto: l’alta e la media sicurezza, dove finiscono i soldati e i quadri intermedi, quelli senza il carisma del capo ma con la stessa voglia di comandare. Tu li puoi arrestare, far condannare e mettere in cella. Ma se gli dai la possibilità di avere un telefono loro comandano lo stesso. Anzi, acquisiscono persino più prestigio criminale.
Una denuncia seria, pesante. Che però nei giorni scorsi, ve ne ho già accennato, ha provocato una rissa. Nordio lo aveva accusato di aver perso il controllo di se stesso e di delegittimare la polizia penitenziaria, come se dire «le carceri sono permeabili» significasse dare dei collusi agli agenti. De Lucia ieri ha provato a disinnescare le parole di Nordio: «Il primo servizio di polizia giudiziaria è proprio quello penitenziario, a cui riconosco onore e rispetto». Tradotto: gli agenti non vanno delegittimati, sono pochi e lasciati soli. «Nessuno fa polemica, ma a questo problema dobbiamo mettere mano», ha aggiunto.
Sei sequestri di smartphone al giorno
Poi ha circostanziato le sue parole e chiarito: nelle sole carceri di Palermo, tra il 2025 e la metà del 2026, sono stati trovati 297 telefoni. Duecentonovantasette. E sono soltanto quelli trovati: 26 al Pagliarelli e 129 all’Ucciardone nel 2025, altri 47 nell’ultimo semestre. Sono entrati in mille modi diversi, anche con i droni. Quelli che sono stati trovati sono frutto di un atterraggio fallito, gli altri sono arrivati a destinazione e stanno operando anche in questo momento. «È una situazione che non riguarda soltanto tutte le carceri siciliane, ma tutte le carceri disseminate nel territorio nazionale», precisa il procuratore. E infatti, secondo la Uilpa penitenziaria, nel 2024 nelle carceri italiane sono stati sequestrati 2.252 apparecchi, più di sei al giorno; erano 1.084 nel 2022 e 1.595 nel 2023. In tre anni, quasi cinquemila. Oggi saranno molti di più.
Insomma, come aveva spiegato appena qualche giorno fa, «le carceri non esplodono solo perché i detenuti non vogliono farle esplodere». Non esattamente una situazione rassicurante.
Tre domande che vorrebbero una risposta
Di fronte a tutto questo ho almeno tre domande da fare. La prima: a via Arenula c’è qualcuno che davvero vuole occuparsi delle carceri? La seconda: a chi serve la reazione scomposta del ministro Nordio? E la terza è quella che nasce dalle considerazioni di De Lucia: «Quando si sa che chi hai denunciato ordina i danneggiamenti dalla galera, è difficile capire l’utilità delle denunce». Come fa allora un cittadino a denunciare?
Carceri colabrodo: dieci inchieste in due anni
E se pensate che sia l’allarme di un procuratore che carica i toni, guardate le cronache degli ultimi due anni. Dieci storie, tutte ver.
– Foggia – maggio 2024. un boss detenuto pretende il pizzo direttamente dalla cella, via social: ventimila euro chiesti a un commerciante con un messaggio, e i nomi degli uomini a cui consegnare i contanti. L’estorsione parte da dentro.
– Catania – maggio 2025. durante un concerto, davanti a ventimila persone, il trapper Baby Gang mostra sul palco una videochiamata con Niko Pandetta, nipote di un boss, detenuto. Perquisizioni, cellulare sequestrato, un fascicolo con l’aggravante mafiosa. La cella diventa un set.
– Reggio Calabria – luglio 2026. la cosca Alvaro di Sinopoli governava il traffico di cocaina dalle celle: dal carcere di Siracusa, con i criptofonini, si decidevano canali, prezzi, trasporti. La rotta della droga disegnata da dietro le sbarre.
– Napoli – marzo 2024. una rete di droni riforniva diciannove carceri in tutta Italia, dal Piemonte alla Sicilia. Un vero servizio a domicilio: mille euro per uno smartphone, fino a settemila per mezzo chilo di droga. Consegne alla finestra della cella.
– Napoli – gennaio 2025. Oscar Pecorelli, capo del clan Lo Russo, dal carcere continuava a dettare usura ed estorsioni via chat, e reinvestiva a Dubai: orologi di lusso pagati in bitcoin. L’impero gestito da una cella.
– Enna – luglio 2024. un tariffario per i droni: 2.500 euro a consegna, 3.500 per due. La droga e i telefoni calati con la lenza da pesca fin sul davanzale, i detenuti che tiravano dentro i pacchi.
– Palermo – febbraio 2025. i telefoni in Alta Sicurezza: cellulari modificati, reti cifrate, summit tra boss reclusi senza mai incontrarsi. Da lì si decideva il pizzo in città e l’arrivo dei carichi. È l’indagine che a febbraio ha portato a 181 arresti.
– Pomigliano d’Arco – febbraio 2025. una faida diretta in tempo reale dalle celle: gli agguati decisi al telefono, gli obiettivi indicati agli affiliati rimasti liberi. La guerra comandata da dentro.
– Taranto – maggio 2026. una flotta di droni sopra il carcere, smartphone e droga consegnati alle finestre. Tra gli arrestati, anche un agente. Il muro non basta più.
– Spoleto – gennaio 2020. qui non serviva la tecnologia, bastava un uomo. Un agente penitenziario corrotto portava fuori i pizzini di un boss: tremila euro a messaggio. Il canale più antico del mondo, la mano che passa il biglietto.
Carceri come hotel
La verità è che i boss hanno sempre voluto sentirsi re anche in cella, e spesso ci sono riusciti. Negli anni Sessanta, a Poggioreale, Antonio Spavone si faceva servire il pesce ancora vivo. A Natale del 1982, all’Ucciardone, entravano camion carichi di cibo e vino pregiato, alla luce del sole. Nella cella 11 del carcere di Reggio Calabria, quella del boss Paolo De Stefano, primi anni Ottanta: pesce spada, aragoste, champagne, frigoriferi, dispense. E gli agnellini vivi, pronti da macellare per le grandi occasioni. Più vicino a noi, 2014, Secondigliano: Nicola Cosentino, ex sottosegretario, si faceva mandare carne e pesce di prima qualità, mozzarella, e persino il Roccobabbà, il dolce di una pasticceria di Casal di Principe.
Poi c’è la storia più incredibile, quella dei messaggi in codice. Ricordate “Quelli che il calcio”, gli sms che scorrevano in basso sullo schermo? Nel 2010 si scopre che alcuni non erano saluti agli amici: erano comunicazioni cifrate per i boss al 41-bis. La Rai, ovviamente, non ne sapeva niente. Stessa cosa con il “telefono aperto” di Radio Maria, diventato un mezzo per parlare ai detenuti. Le mafie amano le radio. Nel 2007 il clan Birra controllava Radio Nuova Ercolano, piccola ma capace di arrivare fino ai camorristi di Poggioreale e Secondigliano. E i Pesce di Rosarno, ’ndrangheta, avevano Radio Olimpia, sequestrata nel 2010: la usavano per parlare con i detenuti di Palmi e con i latitanti. «Se è positiva mi mandi una canzone stasera alla radio, se è negativa un’altra», diceva il boss Salvatore Pesce alla moglie Angela. Una canzone, un codice, e il gioco era fatto.
Cosa nostra vuole droni lanciamissili
Che cos’altro ha detto De Lucia (a cui dobbiamo prestare attenzione): Cosa nostra vuole comprare droni lanciamissili
Non ha parlato solo di carceri, il procuratore. Ha detto alcune altre cose piuttosto interessanti. Ve ne segnalo almeno tre, a cui dovremmo prestare la giusta attenzione.
Cosa nostra è (ancora) estremamente pericolosa. Gli arresti di questi anni (e anche i 181 dello scorso 11 febbraio) hanno fatto male certamente male a Cosa nostra, ma i clan palermitani hanno superato le difficoltà. Oggi, rispetto al passato non c’è un vertice unico, eppure i mandamenti continuano a dialogare, e questo, parole di De Lucia, rende Cosa nostra «estremamente pericolosa». Pensa di tornare forte con i metodi di sempre: l’esercito e i soldi della droga. Altro che la fine della mafia palermitana.
Dove sono finiti i pentiti? “Ad Agrigento, da molto tempo, non registriamo collaboratori di giustizia. E quando mancano i collaboratori di giustizia manca la capacità di aggiornarsi sull’evoluzione dell’organizzazione mafiosa e vuol dire che la stessa organizzazione mafiosa sta serrando i ranghi e quindi l’evocazione a collaborare diminuisce”. Questo monito riguarda un territorio, bisogna capire se stiamo parlando dell’inizio di una nuova fase. Sarebbe davvero difficile da gestire
I droni lanciamine. Ed ecco finalmente al passaggio sui droni. Cosa nostra, sostiene il procuratore, sta provando a comprare droni lanciamine: armi da guerra che arrivano dal mercato nero nato con la guerra in Ucraina. Così De Lucia ieri: «È piuttosto inquietante osservare come abbiamo tracce dell’uso di K47 e abbiamo rinvenuto anche ordigni esplosivi ad alto potenziale, come ci dicono i carabinieri che li hanno rinvenuti. Tutti provenienti dall’area del Salento, ma ragionevolmente di importazione dall’area balcanica, perché sono ancora prodotti della guerra nella ex Jugoslavia, della fine degli anni 90. I collaboratori di giustizia però ci dicono di interessi verso armamenti molto più sofisticati che si stanno cercando di reperire sui nuovi mercati, quali ovviamente il conflitto russo ucraino che genera armi di nuova tecnologia. Anche Cosa Nostra è interessata e in particolare noi abbiamo segnale del tentativo di acquisto di droni lanciamine che sono strumenti estremamente sofisticati rispetto ai quali noi non siamo in questo momento preparati a difenderci».
La figlia del clan
Sono stato in Calabria e a Viterbo per altre tre presentazioni del libro “La figlia del clan”. Sono andate molto bene, sono molto contento. Ce ne sono in programma delle altre (e se volete invitarmi sapete dove scrivermi). Intanto condivido con voi alcune fotografie. E vi ricordo che se volete sostenere il mio lavoro una possibilità è proprio acquistare e leggere il libro. Potete farlo in tutte le librerie e negli store online. E anche qui.
Questa, credo, è l’ultima newsletter prima della pausa estiva.
Ma ci teniamo in contatto e ci vediamo, presto, in giro.
Danilo

