Da giorni si parla di violenza. Prima i fatti di Bologna, per la morte di Abdherraim Fakir (ieri la manifestazione, invece, è stata pacifica), poi il ritorno sulla scena dei No Tav in Val di Susa con gli incappucciati (pare prevalentemente francesi) che mettono a ferro e fuoco i cantieri del Tav Torino-Lione (un’opera inutile che ormai nessuno vuole più e della quale ci eravamo quasi dimenticati) e si scontrano con le forze dell’ordine. Con Mattarella che telefona a Piantedosi, Piantedosi che parla di attacco allo Stato, Meloni che dice che la violenza non piegherà le istituzioni, La Russa e Tajani che accusano la sinistra di connivenza coi violenti e il Pd, Avs e il Movimento 5 stelle che condannano ma si ritrovano sulla difensiva.
Ma al netto delle polemiche e dei danni, dei fermi e dei feriti, un interrogativo s’impone se non vogliamo fare solo retorica: ma tra servizi di sicurezza, controlli alle frontiere e i tanto sbandierati fermi preventivi è mai possibile che la gestione dell’ordine pubblico sia stata così disastrosa?
Un preambolo necessario, ma non sufficiente per raccontare i fatti di questi giorni. Perché nel rumore delle dichiarazioni politiche rischiamo di perdere di vista alcune cose che contano. Almeno due.
La prima. Giovedì 23 luglio il Consiglio dei ministri ha approvato un disegno di legge che riscrive l’articolo 98 del codice penale. Fino a oggi, per un ragazzo tra i quattordici e i diciotto anni, la capacità di intendere e di volere doveva essere accertata dal giudice caso per caso: era l’accusa a doverla dimostrare. Con la nuova norma invece si dà come presunta, fino a prova contraria. In sintesi, si ribalta tutto. Giorgia Meloni spiega le ragioni di questa scelta, senza in realtà spiegare: chi sbaglia paga, chi sbaglia deve rispondere delle proprie azioni, anche quando è minorenne.
Sembra una questione tecnica. Non lo è. Cambia il punto di vista, cambia l’approccio culturale. Cambia il punto di partenza, e di conseguenza cambia tutto. E si mette in discussione quello che per la nostra Costituzione è “il supremo interesse del minore”. Che significa, come osserva Antigone, “riconoscere che l’adolescenza è una fase di crescita e trasformazione, nella quale gli interventi educativi e sociali possono ancora produrre cambiamenti profondi”. L’educazione pertanto “non è il contrario della sicurezza. È la sua condizione più solida”.
La seconda. Venerdì a Palermo, il procuratore Maurizio De Lucia ha lanciato un allarme: le carceri “non sono più sotto il controllo dello Stato”, ha detto. E ha parlato di conversazioni che corrono tra chi sta fuori, chi sta dentro e chi è detenuto altrove. Ha detto che gli istituti non esplodono soltanto perché ai detenuti non conviene farli esplodere, e che il controllo appartiene a chi ha interesse a lasciare le cose come stanno. Spesso le mafie. Solo negli ultimi giorni due inchieste, a Palermo e Reggio Calabria, lo hanno confermato. Parole pesanti. A cui il ministro della Giustizia Nordio ha replicato stizzito affermando che è il procuratore De Lucia ad aver perso il controllo, di sé stesso. Un approccio sobrio e istituzionale, come al solito. Parole a cui hanno replicato l’Anm (a un allarme si risponde nel merito, non con un attacco) e anche il procuratore di Napoli, Nicola Gratteri, secondo il quale “Nordio è l’unico a non sapere che dentro il carcere comandano le mafie”.
Due notizie che ci offrono uno spaccato interessante. Della giustizia, delle istituzioni, della consapevolezza della forza delle mafie e dell’idea che lo Stato ha nei confronti dei ragazzi. Non è una novità, purtroppo. Due fatti centrali per leggere l’idea che abbiamo della democrazia e delle istituzioni. Due questioni su cui costruire una una dura battaglia politico-culturale e (per quel che riguarda il Ddl) una strenua battaglia parlamentare.
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LASCIATEMI DIRE – Ventotto passi. O quindici
Riprendo il racconto dei fatti di queste ore con un punto di vista diverso. La voce dei ragazzi e delle ragazze. Con una terza puntata di “Lasciami dire – Storie di violenza giovanile”, la serie che racconta giovani e vicende ispirati alla realtà, frutto degli incontri avuti in questi anni.
C’è un momento, mentre parliamo, in cui Antonio smette di rispondere alle mie domande e comincia a contare. Lo guardo, provo a capire. Poi mi rendo conto che non sta contando qualcosa davanti a noi: ricorda di quando contava.
Tre giorni, da solo, in una stanza di un Centro di Prima Accoglienza. Ventotto passi da una parete all’altra. O forse quindici. La misura cambia ogni volta che ne parla, come se quella stanza avesse continuato a fare quello che fanno certi posti chiusi e asfissianti: ingrandirsi e rimpicciolirsi.
«Ventotto passi. O quindici. Non so. Comunque contavo».
Non c’era altro da fare. Niente telefono, niente da leggere. Solo una brandina e una tapparella abbassata. Nessuna finestra.Il Cpa – il centro dove finiscono i minorenni arrestati in attesa della convalida del fermo – quasi nessuno sa che esiste. Non fa notizia, non fa parte dell’immaginario collettivo sulla giustizia minorile: quello è occupato dagli istituti raccontati in tv da Mare Fuori. Il Cpa è il posto di mezzo, quello dell’attesa, quello in cui finisci prima che qualcuno decida il tuo destino.
Antonio ci arriva un sabato sera. La domenica i tribunali sono chiusi. Il giudice non può vederlo prima di lunedì.
Tre giorni. Ventotto passi. O quindici.
Gli chiedo come stava, lì dentro.
«Stavo bene», risponde quasi sussurrando.
La risposta mi sorprende, glielo faccio notare. Lui si corregge, subito, prima che io finisca di parlare. No, non era felice, precisa. Come avrebbe potuto? Ma, mi confida, «ero spensierato». «Spensierato, sì. Nel senso che pensavo al mio percorso, che forse avrei potuto fare qualcosa». Come se quei tre giorni trascorsi a contare gli abbiano consegnato per una volta il tempo di fermarsi a pensare, a riflettere.
Non so se crederci, o se crederci del tutto. Penso che sia sincero, ma penso anche che mi stia raccontando una versione dei fatti a cui è arrivato nel tempo, ragionando su quei tre giorni, per dare un senso positivo a un’esperienza negativa. Succede a tutti, di rileggere i fatti alla luce di quello che è venuto poi. È un modo per proteggersi, per pensare al futuro. Ma resta il fatto: a quattordici anni, per tre giorni, ha contato i passi da una parete all’altra di una stanza senza finestre.
Dopo il Cpa è arrivato il momento dell’istituto penale per minorenni, il carcere. Ci è rimasto sette mesi e mezzo. In cella erano in quattro. Ragazzi della sua età o poco più grandi, ognuno con la propria storia, che nessuno racconta per intero. La notte erano lì, insieme e separati.
«Il carcere non ti migliora», dice. «Ti fa pagare, ti chiede il conto, ma non ti cambia». E poi, quasi subito: «Perché parli sempre degli stessi argomenti. Sempre le stesse cose»: le strade, i nomi, gli episodi. Un giro di parole che ti riporta sempre al punto di partenza. Il tempo passa e non porta niente con sé.
La comunità invece era diversa. Lì i risultati si vedevano. Piccoli, a volte invisibili, ma si vedevano. Tornavi a scuola, facevi una cosa, potevi ottenere «una soddisfazione».
Gli chiedo cosa cambierebbe, se toccasse a lui decidere. Si ferma, ci pensa davvero, non risponde subito. Poi all’improvviso: «Un po’ più di luce. Non si vede. Fai solo tu, sei lì, una brandina. La tapparella chiusa».
Nei prossimi mesi il Parlamento discuterà se un ragazzo di 14 anni quando commette un reato capisce quello che fa. Antonio capiva allora, dice. Ma non è questo il punto. E capisce adesso mentre me lo racconta. Non è mai stata quella la domanda. La domanda è cosa gli abbiamo messo intorno dopo: tre giorni in una stanza senza finestre, sette mesi e mezzo in cui il tempo non consegnava niente, e poi una comunità. L’unica cosa che ha funzionato, e l’unica di cui non si parla mai.
Da quella stanza, da quel sistema, oggi Antonio è quasi uscito. Ha ripreso a studiare, lavora, ci sta provando davvero «ma non è detto che ce la farò, non è facile, devo essere sincero». La verità, ammette prima di tutto con se stesso, è che «ho incontrato le persone giuste nel momento giusto. Anzi, la verità è che finora ho avuto fortuna».
E no, la fortuna non è un sistema. La luce, quella sì, è una scelta politica. Dentro quella stanza, certo. E fuori.
Una storia / un consiglio
Alla fine di ciascuna storia di “Lasciami dire” ti consiglio qualcosa da leggere, guardare, ascoltare. Qualcosa che mi è venuto in mente incontrando i ragazzi, ripensandoci, scrivendo queste righe.
Questa volta ho pensato a Sulla mia pelle, il film di Alessio Cremonini (2018), la storia di Stefano Cucchi ricostruita giorno per giorno, dall’arresto alla morte. Non è un film sulla giustizia minorile. È il film più onesto che esista su cosa può succedere a un corpo dentro un sistema che non lo vede. Ed è soprattutto un film sui giorni di mezzo – quelli tra il fermo e il giudizio, quelli di cui nessuno parla mai.




