Lo so. Oggi tutti parleremo del fatto che il governo Meloni è andato sotto sulla legge elettorale. Ed è giusto: è un fatto politico serio. E tiene dentro la tenuta della maggioranza, la lotta intestina tra i partiti, la finta di corpo sulle preferenza, la capacità dell’opposizione di fare battaglia. E infine la democrazia. E tuttavia ieri – lontano da Roma – è accaduto un fatto che in questa newsletter deve trovare il suo spazio: una maxi inchiesta (stiamo parlando di numeri di arresti che non sentivamo da tempo) contro il gotha della ‘ndrangheta di Reggio Calabria. Un’inchiesta che racconta molte cose, sul potere delle cosche, sulla loro organizzazione, su quella che il procuratore di Reggio Calabria Giuseppe Borrelli chiama la “mollezza” della città. Che a me pare un tema, per Reggio Calabria e molte città italiane. E di cui – al netto dei comunicati stampa di circostanza e dei video sui social a effetto – dovrebbero discutere i partiti e le classi dirigenti diffuse. Così ecco un approfondimento sull’inchiesta di ieri.
Prima di andare avanti, mi prendo solo un momento per ricordarti che questo è Mammasantissima, il mio punto di vista all’interno del Media Civico di daSud, un progetto collettivo di scrittura e attivismo su temi come potere, democrazia, mafie, diritti, immaginario. Io sono Danilo Chirico, sono un giornalista, un autore televisivo e una ventina di anni fa ho fondato daSud. Mammasantissima e La Banda sono i miei due progetti di scrittura, podcast e informazione sui social e su Substack. Li trovi all’interno del Media Civico. Se non lo hai ancora fatto,
C’è un dettaglio, in questa inchiesta, che vale più di mille pagine di ordinanza. Un ragazzo si laurea. E suo padre, per festeggiarlo, non gli regala un orologio o un viaggio. Va da un capo e chiede, per lui, una dote di ‘ndrangheta. Un grado. Uno scatto nella gerarchia mafiosa, impacchettato come regalo di laurea.
L’ha messo a verbale il procuratore aggiunto Walter Ignazitto, ed è il cuore di ciò che la Procura di Reggio Calabria considera la vera novità di questa indagine: “C’è un ritorno ai rituali di affiliazione e ai conferimenti di doti”, un fenomeno che nel centro città “sembrava ridimensionato” e che invece riemerge. La ‘ndrangheta reggina, mentre diventa sempre più moderna nell’economia, torna arcaica nella liturgia. E non tra vecchi analfabeti di provincia: tra i giovani, tra chi si laurea. Il prestigio criminale resta un capitale che si eredita e si esibisce. Ma il dato dei riti, per quanto racconti tanto, è la superficie. Sotto c’è qualcosa di più grande.
Una pace che dovrebbe spaventarci
All’alba di ieri, oltre 500 uomini di Polizia e Carabinieri hanno eseguito 79 misure cautelari — settantatré in carcere, sei ai domiciliari — su tre distinte ordinanze firmate dai gip di Reggio, su richiesta della DDA guidata dal procuratore Giuseppe Borrelli. In manette gli esponenti delle famiglie che da mezzo secolo scrivono la storia criminale della città: De Stefano, Tegano, Condello.
Sono gli stessi nomi della seconda guerra di mafia, quella che tra il 1985 e il 1991, ha lasciato per terra centinaia di morti. De Stefano e Tegano da una parte, Condello dall’altra. Si ammazzavano. Oggi, secondo gli inquirenti, lavorano insieme. Ed è una conferma di quello che era emerso da altre inchieste in questi anni. Il procuratore Borrelli lo ha affermato con decisione.
“Le indagini hanno confermato l’esistenza di una confederazione tra le organizzazioni ‘ndranghetiste che operano nei vari quartieri di Reggio Calabria”.
Una federazione, con le case madri ad Archi (quartiere a nord della città dove hanno la loro base i tre clan storici) e tutte le altre ‘ndrine subordinate: quella che i magistrati chiamano un’impostazione “archi-centrica”. A Reggio, per fortuna, non si spara più. E’ una buona notizia, ma che nasconde un’insidia, enorme: nelle riunioni riservate intercettate dagli investigatori si “ridefinivano gli equilibri”, si spartivano i proventi, si conferivano “doti e cariche”. Insomma, non c’è più la guerra ma gli affari della ‘ndrangheta sono sempre lì: al posto degli schieramenti contrapposti, c’è un direttorio, una holding criminale unitaria. Meno morti ammazzati, più affari, più radici. E comanda Archi. Come sempre.
La “mollezza” di una città
Il cuore economico resta il narcotraffico. Ma è sulle estorsioni che l’inchiesta pesa di più, e con le estorsioni arriva l’accusa più scomoda: quella che il procuratore rivolge, indirettamente, a tutti noi. Borrelli parla di due tipi di vittime. Chi ha dovuto piegarsi, e non ha denunciato. E poi gli altri, quelli che hanno trovato nel pizzo “una soluzione comoda, di garanzia, una sorta di ‘costo di gestione’”. Una frase su cui riflettere. Perché racconta una città in cui pagare la mafia diventa, per qualcuno, una scorciatoia conveniente. “Chi apre un’azienda a Reggio Calabria sa purtroppo di dover fare i conti con queste dinamiche. Come se fossero dei costi di gestione aggiunti”. E ha usato una parola che non è tecnica, è morale: la “mollezza” del tessuto economico. La ‘ndrangheta è forte anche perché troppi, davanti a lei, scelgono di non essere niente. Di questo dovrebbero discutere le istituzioni che ieri si sono affannate a fare i comunicati stampa (da tempo non vedevo una tale quantità di parole al vento): di come sia considerato, da troppi, più conveniente stare con la ‘ndrangheta invece che con lo Stato.
La pulizia dei treni
Non solo droga e racket: gli appalti per la manutenzione e la pulizia dei treni al polo ferroviario di Reggio. Per gli inquirenti un settore “strategico”, gestito fin dentro le assunzioni, i licenziamenti, i rapporti sindacali. La ‘ndrangheta seduta al tavolo tra impresa e sindacato. Borrelli lo ha definito un aspetto “particolarmente allarmante”, e ha ricordato che è la seconda volta in poco tempo che l’infiltrazione nei sindacati emerge dalle indagini reggine. Non un dettaglio. Un metodo. E guai a pensare che il carcere fermasse tutto questo, no. Lo afferma ancora Borrelli:
“Il carcere rappresenta una punizione, ma non costituisce ancora uno sbarramento insuperabile per continuare a svolgere attività criminali. Un soggetto ristretto in carcere riusciva comunque a impartire direttive ai sodali sul territorio.”
Gli arsenali.
E poi la parte che riguarda la violenza, a volte agitata altre agita. C’è la disponibilità, dice l’accusa, di “un ingentissimo numero di armi, anche da guerra”: arsenali costruiti dalle singole famiglie per pesare di più al tavolo della confederazione. Le armi come voce in capitolo. In questo quadro gli investigatori collocano il quartiere di Arghillà, nella periferia nord, dove secondo la ricostruzione accusatoria un gruppo sarebbe diventato una sorta di “braccio armato” alle dipendenze delle cosche di Archi.
L’unica crepa
Eppure, in mezzo a tutto questo, una crepa di luce c’è. E i magistrati l’hanno voluta sottolineare. Questa inchiesta non è nata solo dalle intercettazioni. È nata anche da chi ha parlato. Lo ha detto il procuratore aggiunto Ignazitto.
“Siamo pervenuti all’attività d’indagine anche tramite il proficuo apporto fornito da chi ha avuto la capacità di denunciare, e questo sicuramente è di buon auspicio”
E ha aggiunto un particolare che vale una scommessa sul futuro: accanto ai vecchi pentiti, hanno pesato “collaboratori di nuova generazione”. C’è una crepa, insomma. E c’è da sperare che si allarghi sempre di più. È qui che dobbiamo tenere lo sguardo. Non sull’ennesima retata da titolo, ma su ciò che questa inchiesta ci dice di noi. Che la ‘ndrangheta si aggiorna e si arcaicizza insieme, si fa impresa e si tiene i suoi riti. Che comanda ancora Archi, con i cognomi di quarant’anni fa portati dai nipoti. E che la sua forza più grande non sono le armi da guerra: è la mollezza, la convenienza, il silenzio di chi la tratta come un costo di gestione. Contro quella mollezza non bastano cinquecento uomini all’alba. Serve una città che smetta di trovare comodo il ricatto. Serve – questa è la parola – ripoliticizzare la lotta, restituirle il senso civile che avevano Valarioti e La Torre. La ‘ndrangheta si crede eterna.
(Il procedimento è nella fase delle indagini preliminari: le accuse sono ipotesi investigative e gli indagati si presumono innocenti fino a sentenza definitiva).
L’inchiesta in dieci parole chiave
1. NEMICI-AMICI
I nemici di ieri oggi lavorano insieme. De Stefano, Tegano, Condello. Tra il 1985 e il 1991 questi nomi sono stati la seconda guerra di mafia di Reggio: centinaia di morti, il quartiere Archi trasformato in un fronte. Bisogna sapere una cosa, per capire il resto. La ‘ndrangheta reggina è fatta di cosche di quartiere, ognuna con il suo territorio. Per decenni se lo sono conteso con le armi. Poi da qualche tempo le indagini sono andate in un’altra direzione: alle armi i clan hanno preferito gli accordi. L’accusa la chiama “sinergia federativa”: un patto stabile per dividersi il mercato.
(Un’immagine della storica manifestazione Reggio-Archi del 6 ottobre 1991 che sancì la fine della seconda guerra di ‘ndrangheta – 1985-1991)
2. NIPOTI
I cognomi dei padri, portati dai nipoti. Tra gli indagati c’è un De Stefano Giuseppe, detto “Peppone”, classe 1994. E un Tegano Mariano, classe 1993. Trent’anni scarsi, i cognomi dei patriarchi che comandavano quando loro non erano ancora nati. La ‘ndrangheta, a differenza di altre mafie, è prima di tutto una questione di sangue: si nasce dentro, il potere si eredita come si eredita un’azienda di famiglia. E il cognome è un capitale. Apre porte, incute timore, vale più di qualsiasi curriculum. Un ragazzo di venticinque anni con addosso un nome così non deve costruirsi una carriera criminale: parte già a metà strada. La ‘ndrangheta reggina non si è interrotta mai. Ha solo cambiato le facce, tenendo intatti i nomi.
3. RITI
I riti non sono folklore. Chi immagina la ‘ndrangheta come pura economia criminale sbaglia. Nelle ordinanze tornano parole che sembrano uscite da un altro secolo: la “santa”, il battezzo, il “mastro di giornata”, le doti, la “società maggiore”. Traduco. Il battezzo è la cerimonia con cui si entra nell’organizzazione. Le doti sono i gradi, come i gradi di un esercito: si sale di rango, e la “santa” è uno di questi scatti verso l’alto. Il mastro di giornata è chi conduce il rito. Un collaboratore racconta la propria affiliazione: tutti in cerchio, chi “batteva” e “sformava” il locale, chi dava il parere favorevole sul nuovo arrivato. Non è una rievocazione d’epoca. È il linguaggio con cui, ancora oggi, si entra e si fa carriera dentro i clan. E serve a qualcosa di preciso: quei riti creano obbedienza, gerarchia, un’identità che tiene insieme le persone più della paura. Sono il cemento. Pensavamo non esistessero quasi più. Ci eravamo sbagliati. Sottovalutarli è un errore.
4. LA MAZZETTA
Il pizzo è un sistema, non un episodio. Non estorsioni sparse, qua e là. Una macchina. Qualcuno organizza la raccolta, qualcuno passa a riscuotere, qualcuno fa da garante perché gli accordi tra le famiglie vengano rispettati. Il commerciante paga e viene lasciato lavorare. Gli imprenditori “sponsorizzati” dal clan ricevono perfino protezione. A chi rifiuta di mettersi a posto, invece, arrivano intimidazioni e ritorsioni. I soldi incassati si dividono tra le cosche secondo regole precise. È una tassa parallela imposta a un territorio intero. Chi la paga finisce complice suo malgrado, chi non la paga rischia. E ogni euro di mazzetta è un euro tolto a un’impresa sana, a un lavoratore, a tutti noi.
5. TRENI
Vuoi capire fin dove arriva la mano dei clan? Agli appalti per la pulizia dei convogli ferroviari, un settore storicamente nell’orbita della famiglia Tegano. La immaginiamo sempre come qualcosa di oscuro e lontano, la mafia: droga, armi, sangue. Ma la sua forza vera è un’altra: entrare nell’economia legale. Questo significa che i soldi pubblici – le gare, i servizi, i contratti pagati con le nostre tasse – rischiano di finire condizionati. La mafia non vive ai margini della società. Vive dentro il lavoro di tutti, travestita da normale impresa. La mafia legalizza i suoi affari e questo la rende ancora più pericolosa.
6. VOTO
E poi c’è il voto. L’inchiesta contesta anche il condizionamento delle elezioni: procurare “ingenti pacchetti di voti” alle consultazioni comunali, provinciali e regionali. Il clan controlla blocchi di preferenze – famiglie, quartieri, reti di persone che si “portano” a votare in una certa direzione – e li consegna a un candidato. In cambio, quando quel candidato sarà eletto, dovrà ricambiare: un appalto, un’assunzione, una porta aperta. Nelle carte c’è chi vive la candidatura come una pretesa, non come una libera scelta. È il passaggio che dovrebbe togliere il sonno più delle manette. Perché qui la ‘ndrangheta non sta comprando un favore qualsiasi. Sta scegliendo, almeno in parte, chi ci amministra. E una democrazia con i voti mafiosi dentro non è più pienamente una democrazia.
7. ARGHILLA’
La droga di Arghillà, e i ragazzini a vendere. Dentro l’inchiesta c’è un’intera associazione dedicata solo al narcotraffico – cocaina e marijuana – attiva soprattutto nel quartiere Arghillà. È organizzata come un’impresa. Turni per gli spacciatori, un linguaggio in codice per parlare al telefono, schede intestate a persone ignare per sfuggire alle intercettazioni, perfino uno stipendio garantito a chi finisce in carcere, così resta fedele e non parla. C’è un capo che decide chi entra e chi viene cacciato, chi compra la droga e come si dividono i guadagni. E tra chi lavorava allo spaccio, secondo l’accusa, c’erano dei minorenni. Il futuro dei clan lo reclutano nei cortili. È così che il ciclo si perpetua.
8. PRESTANOME
Il denaro pulito che non lo era. Quote di imprese intestate ai familiari per nascondere il vero proprietario. Si chiama intestazione fittizia: il boss non compare, mette l’azienda a nome di un prestanome fidato. E poi c’è il reimpiego: il denaro sporco viene rimesso in circolo dentro attività apparentemente regolari, e ne esce ripulito. È il lavaggio che rende la ‘ndrangheta più pericolosa di qualunque sparatoria.
9. STRUTTURA
Non una banda: una struttura. Le carte lo dicono in modo netto. Non gruppi che si arrangiano alla giornata, ma un’unica ‘ndrangheta, con un’architettura precisa. Vale la pena conoscerla, questa architettura. Alla base ci sono i “locali”: le cellule radicate in un territorio, decine e decine. I locali si raggruppano in tre mandamenti, per aree geografiche: Tirrenico, Ionico e Reggio città. E soprattutto c’è un organo di vertice, chiamato “la Provincia”. È la stessa struttura che studiamo da anni, ritrovata intatta e ancora funzionante.
10. CONTINUITA’
Dal 1979 a oggi, senza un giorno di pausa. Il giudice, nelle ordinanze, fa una cosa che vale più di mille dichiarazioni: ricostruisce il filo. La sentenza De Stefano + 59 del 1979, il grande processo Olimpia degli anni Novanta, gli arresti degli anni Duemila, fino a questa inchiesta di oggi. Lo scrive con tre parole: “senza soluzione di continuità”. Significa che è sempre la stessa associazione, la stessa catena, mai spezzata davvero. E in una vecchia intercettazione ripresa negli atti, un De Stefano lo diceva con lucidità agghiacciante: quando finisce una fase di tregua, “cominciamo un’altra volta”. Come se fosse un destino. Come se fossero eterni.
Il Pacchetto Sicurezza, l’ennesimo
Mentre il Parlamento ci si scanna per la legge elettorale, il governo ha licenziato l’ennesimo Pacchetto Sicurezza, il disegno di legge “Disposizioni in materia di Sicurezza e per la prevenzione del disagio giovanile, nonché di ordinamento, organizzazione e funzionamento delle forze di polizia e del ministero dell’Interno’”, che andranno a integrare il ddl approvato il 5 febbraio 2026 scorso.
Le norme anti-maranza e l’abolizione del risarcimento del danno a carico di chi viene condannato per eccesso di legittima difesa, misura ispirata al caso del gioielliere Mario Roggero, che il 28 aprile 2021 sparando uccise i rapinatori, ritrovandosi una richiesta di 3,3 milioni di euro da parte dei loro familiari. Sono alcune delle novità approvate ieri. La prima norma anti-maranza consiste nel divieto di aggregazione – che prevede una nuova ipotesi di avviso orale del questore – mira a potenziare gli strumenti delle forze dell’ordine contro gli episodi di violenza e di vandalismo da parte di bande giovanili. La seconda riguarda invece l’estensione dell’applicazione del fermo preventivo anche ai minorenni. Secondo quanto ha precisato il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, il fermo preventivo potrà essere applicato da tutti gli agenti di pubblica sicurezza impegnati nei servizi di ordine pubblico, anche quelli della Polizia locale.
Doppio appuntamento per La figlia del clan
Doppio appuntamento calabrese per La figlia del clan in questa settimana. Sabato 18 sarò a Palmi (RC) alla libreria Mondadori insieme a Enzo Infantino e Francesca Orefice (nella locandina qui sotto i dettagli dell’appuntamento).
Domenica 19 invece sarò a Polistena (RC) per una serata organizzata dall’Amministrazione comunale a cui parteciperanno, tra gli altri, il sindaco Michele Tripodi, il vicesindaco Giuseppe Politanò, l’assessora alla cultura Maria Catena Napoli, il procuratore aggiunto della Dda di Reggio Calabria Stefano Musolino e il referente di Libera don Pino Demasi. Presto tutti i dettagli.
Ci vediamo in giro.
Danilo




