Prima di iniziare, vi chiedo di cerchiare una data sul calendario: 27 ottobre.
Quel giorno tornerà La Banda, il mio videopodcast per il daSud Media Civico, giunto alla seconda stagione. In attesa di ritrovarci, con tante novità che presto vi annunceremo, se volete potete andare sul nostro canale YouTube per cliccare sulla campanellina e restare aggiornati o magari dare un’occhiata alle 12 puntate della prima stagione che trovate fresche di restyling.
Che succede a Roma?
Oggi però voglio tornare a parlarvi del sistema criminale romano, forse ne avete letto sui giornali: è partita una insolita conta delle bombe. Vediamo che cosa succede. E soprattutto proviamo a capire cosa non succede nella politica.
Un breve prologo.
Quando sono arrivato a Roma, ormai più di venti anni fa, ho subito avuto l’idea che ci fosse la criminalità organizzata, che ci fossero le mafie. Se vieni da certi territori hai l’occhio allenato e lo capisci. Ma sapete come ho avuto la certezza della presenza delle mafie? Me lo ha raccontato una bambina. Alla fine del 2009. Stavamo facendo la presentazione di un fumetto davanti a una scolaresca e a un certo punto una bambina si è alzata e ha raccontato con il candore che puoi avere a 9 o 10 anni l’estorsione che tutti i mesi subiva suo padre nel territorio di Ostia. Lo diceva mentre nessuno a Roma voleva parlare di mafie. Neppure a Ostia. Da quel momento ho capito due cose. Che se volevo vivere a Roma e se dovevo fare antimafia non dovevo occuparmi soltanto di ‘ndrangheta e di raccontare ai cittadini romani che esiste la mafia al Sud (cosa tuttavia spesso necessaria), dovevo spingere daSud a occuparsi di mafie romane e dovevo occuparmene anche dal punto di vista giornalistico.
Così, nel mio piccolo, nel nostro piccolo, abbiamo fatto in tutti questi anni.
Con risultati alterni: molte cose che dicevamo in solitudine adesso sono diventate patrimonio comune, non siamo invece riusciti a convincere le classi dirigenti diffuse della città che parlare di mafie, costruire un discorso pubblico sulle mafie non è solo giusto ma permette ai cittadini di non sentirsi soli. Ho pensato a tutto questo nei giorni scorsi contando le bombe che stanno esplodendo in città.
A questo proposito, prima di andare avanti, mi prendo un momento per ricordarvi questa newsletter si intitola Mammasantissima e fa parte del Media Civico di daSud, un progetto collettivo di scrittura, attivismo e di giornalismo multicanale su temi come potere, democrazia, mafie, diritti, immaginario.
La conta delle bombe
Sei, sette, dieci bombe in 100 giorni. E non solo. Mettendo in fila le decine di episodi criminali in 12 mesi, gli stessi nomi che tornano e una città distratta (si fa per dire) che continua a parlare genericamente di sicurezza. Questo è il ritratto di Roma che nessuno vuole vedere. L’ultimo fatto a San Basilio (48 ore fa) per una bomba carta esplosa nelle case popolari nel cuore della notte.
Sono spesso ordigni artigianali, esplodono di notte, di solito passano inosservati, negli ultimi giorni hanno provato un certo allarme e un certo stupore. Non quello dei cittadini, che sanno quello che vivono ogni giorno (e magari non sanno dargli il nome giusto) e hanno tutto il diritto di essere spaventati. Quello invece di una classe dirigente diffusa che governa questa città e questa regione, il mondo dell’imprenditoria e delle professioni.
Uno stupore che può valere solo per chi non ha voluto vedere sinora. E che, davvero, ha superato ogni limite. Così voglio approfittare di queste ore in cui i fatti criminali hanno superato la barriera dei trafiletti a fondo pagina per provare a capire cosa succede.
Alcuni punti fermi.
Intanto, negli ultimi dodici mesi, qualcosa è accaduto: i tribunali e le procure hanno messo nero su bianco parecchie cose: che a Roma esiste un “locale” di ‘ndrangheta: trentacinque condanne, quasi duecentoquaranta anni complessivi, sentenza del 26 marzo. Era naturale che fosse così. Che l’omicidio di Fabrizio Piscitelli, Diabolik, fu – lo sostiene il gip – un’esecuzione con metodo mafioso per agevolare il clan Senese: l’ordinanza è del 9 settembre. E, a proposito di Senese, un altro paio di circostanze sono da ricordare: l’inchiesta di maggio, quando nascosto in una villetta a Ciampino, è stato trovato un uomo accusato di essere un killer di nazionalità cilena fatto arrivare dalla Spagna e incaricato di compiere alcuni omicidi. E naturalmente il caso Delmastro-Caroccia. Di cui vi ho scritto spesso, per non perdere di vista il quadro generale, di cui dobbiamo sapere ancora molto. Questo il quadro generale.
Quattro notti
Fino ai fatti delle ultime notti. Facciamo l’elenco: tra venerdì 2 e sabato 3 ottobre una bomba devasta la Costantino Rent Cars, autonoleggio sulla Casilina, verso la Borghesiana. Domenica 4, alle 23.30, un ordigno esplode contro una sala slot in via Bottini, all’Alessandrino: due auto danneggiate. Lunedì 5, verso le cinque, tocca a una vineria di Don Bosco, in via Calpurnio Fiamma. Il titolare dice a Repubblica che il venerdì prima gli avevano chiesto se volesse vendere. Martedì 6 la bomba carta di San Basilio.
Nelle stesse ore, lunedì 5 mattina, viene trovato il corpo di un 20enne tunisino davanti alla stazione Prenestina, con una coltellata sul petto. Sarebbe stato un pusher di Tor Bella Monaca. Il 30 settembre un uomo era stato ucciso in un parco vicino a Tor Sapienza. Ieri, a largo Preneste, un 21enne egiziano è stato accoltellato in un bar dopo una lite. Episodi non necessariamente collegati tra loro, che non in tutti i casi conducono alla criminalità organizzata e alle mafie. E che tuttavia è bene segnalare perché alimentano l’allarme sicurezza (come peraltro le immagini sui presunti casi di fentanyl, tutte da chiarire) in un pezzo di città.
La droga e un territorio delicato
Roma est non è la periferia dove, a un certo punto, arriva la droga. È un mercato all’ingrosso. Alessandrino, Don Bosco, Tor Bella Monaca, Torre Maura, Borghesiana: un’area storicamente controllata dal clan Senese, gestita per anni da luogotenenti che oggi sono in carcere o sono finiti ammazzati.
Qui sta il punto più delicato: il sistema organizzato e guidato per anni da Senese potrebbe vivere una situazione di instabilità. Sarebbero almeno 4, forse di più, secondo le prime ricostruzioni i gruppi in lotta alla ricerca di nuovi equilibri e di nuove fette di mercato. Non ci sono conferme investigative precise, ma è un quadro assolutamente verosimile, con una logica. In tutto questo resta sullo sfondo il ruolo delle mafie albanesi (che in città acquisiscono sempre maggiori fette di mercato) e della ‘ndrangheta (che proprio nella zona del Tuscolano ha uno dei suoi fortini).
Alcune inchieste laterali
Alcune indagini possono aiutare a mettere insieme nuove tessere dell’intricato mosaico cittadino. L’indagine di aprile su Raffaele Pernasetti, er Palletta, ex Banda della Magliana, in rapporti con i Senese e una cosca di ‘ndrangheta. Quella del 29 maggio che ha ricostruito i contatti tra i cartelli sudamericani e albanesi e i clan calabresi. Quella del 7 settembre, in cui la Dda vede un asse tra la piazza Gasparri di Ostia e quella di Tor Bella Monaca. A questo proposito, il presidente del VI Municipio, Nicola Franco, sostiene con i giornali che negli anni sono arrivati sul territorio esponenti di ‘ndrangheta, camorra e mafia. Probabilmente, aggiungo io, non per vacanza.
E i nomi che ritornano
In molte di queste indagini ricorrono – sarà certamente un caso – gli stessi nomi. Naturalmente Michele Senese, detto ‘O Pazzo, in carcere per un omicidio del 2001 e ora indicato come mandante apicale dell’omicidio Piscitelli. Giuseppe Molisso, considerato il suo braccio destro: condannato a 14 anni per aver ordinato di uccidere due fratelli, all’ergastolo per l’omicidio di Torvaianica. Leandro Bennato, già condannato in via definitiva a 19 anni e 4 mesi. Alessandro Capriotti, detto il Miliardero, che secondo la Dda attirò Diabolik nella trappola. Raul Esteban Calderon, il killer: condannato all’ergastolo in primo grado, assolto in appello l’8 maggio per Piscitelli. Elvis Demce, albanese, che è in carcere al 41 bis (grandi polemiche giornalistiche nei mesi scorsi) per droga.
E ancora, nella partita che Repubblica descrive tra Tuscolano e Torre Maura: da una parte Marco Turchetti, detto Er Murena, e Giacomo Daranghi, vicini a Demce; dall’altra Manuel Grilla e Simone Daranghi, legati a Molisso e Bennato. Gli stessi nomi, in inchieste diverse, a distanza di anni. Chi li vuole mettere in fila li trova. Basta volerli cercare.
Sono lì da diversi anni, molti di questi erano già nell’inchiesta che avevo fatto per Paese Sera nel 2010 intitolata “Capitale in nero” e poi nei dossier di daSud “Roma città di mafie”, “Roma Tagliata male” e “Mammamafia” scritti tra il 2011 e il 2013.
Sono a disposizione, se ci scrivete ve li mandiamo.
Le storie da seguire
Uno scenario complesso dentro il quale è difficile non perdere il filo. E dentro il quale vale la pena soffermarsi su alcune storie – apparentemente laterali. Una la segnala il “solito” Marco Carta che, su Repubblica, racconta dei fratelli Costantino finiti due volte nel mirino dei clan. Emanuele e Alessio gestiscono l’autonoleggio sulla Casilina. Il 26 aprile 2019 prendono a schiaffi il fratello di Fabrizio Capogna, che poi diventerà collaboratore di giustizia: Capogna organizza la vendetta, coinvolge Molisso, ma poi arriva il Covid e il piano salta. Nel 2018, secondo le carte, schiaffeggiano anche il nipote di Molisso. Il 13 luglio 2021, al Roxy Bar dell’Alessandrino (vi ricordate la storia di quel luogo?), Calderon spara a Emanuele al braccio e alla mascella, poi punta l’arma contro Alessio, ma si inceppa. «Sennò erano morti», commenta Molisso, secondo l’ordinanza. Il padre, Andrea Costantino, detto Er Verdura, è stato condannato a 11 anni per usura ed estorsione in concorso con il clan Pagnozzi. Lo zio materno, Antonino Calì, a 30 anni per traffico di droga. I fratelli sono indicati dagli investigatori come gestori occulti della Lady Champagneria di Ponte Milvio, di cui Piscitelli era socio occulto. Con la morte di Diabolik, nel 2019, perdono protezione. Il 2 o 3 ottobre qualcuno fa esplodere una bomba davanti alla loro attività. A meno di cinquanta metri dal Roxy Bar, due giorni dopo, un’altra davanti alla sala slot.
La seconda storia invece è localizzata al Quarticciolo (ma il governo non doveva fare la zona rossa?) In questo caso a finire nel mirino degli ordigni è l’autonoleggio di Manuel Sammarco, colpito due volte a fine agosto. Su questa storia alcune osservazioni di contesto: Manuel Sammarco era finito nei guai per droga nel 2023 ed è figlio di Stefano Sammarco, attore di film e fiction come come ‘L’apocalisse delle scimmie’, ‘La squadra’ e ‘Cinque’, condannato a 11 anni in una maxi operazione del Ros dei carabinieri del 2014, nella quale sono state arrestate persone legate ai clan dei Molè di Gioia Tauro e dei Mancuso. La ‘ndrangheta, quindi.
Una terza storia merita di essere sottolineata e riguarda la bomba davanti alla vineria del quartiere don Bosco (che poi è il territorio dove vive la famiglia Senese, dove Diabolik è cresciuto ed è stato ucciso, dove si sono svolti i funerali show di Vittorio Casamonica). Il titolare racconta: «Venerdì mi avevano chiesto se volessi vendere», dice il titolare. Non so, ci sono delle indagini in corso, se i fatti siano o meno collegati. Quello che so è però che da almeno 15 anni raccontiamo che anche a Roma si paga la mazzetta e che – chissà – anche a Roma una proposta di acquisto può finire male. Proprio come nella Sicilia o nella Calabria degli Anni Ottanta.
Unire i puntini
Arrivati a questo punto, come spesso mi capita, suggerisco di fare un gioco. Quello di Unire i puntini, come nella Settimana Enigmistica. Può essere utile a ricostruire un quadro d’insieme di fenomeni criminali e mafiosi che soffocano parti intere della città (in nome della droga) e condizionano l’economia cittadina (con i soldi della droga). Ho messo mano all’archivio e agli appunti di quest’ultimo anno. E a partire dal novembre scorso ci sono un po’ di fatti che vale la pena ricordare:
un 28enne ferito da un proiettile e lasciato davanti al pronto soccorso del Casilino, a Don Bosco. A dicembre 14 arresti nel clan Senese e un 19enne gambizzato al Tuscolano. L’ultima notte dell’anno: due bombe carta, al Tufello e a Ostia. A gennaio, la Cassazione rende definitive le prime condanne per la ‘ndrangheta a Roma. A marzo una bomba a Tor Bella Monaca contro la ferramenta dei genitori di un uomo indicato al vertice di una piazza di spaccio (la seconda in 15 mesi). In quello stesso mese arriva la sentenza Propaggine, ancora contro la ‘ndrangheta. Ad aprile c’è l’arresto di Pernasetti. A maggio i 18 arresti, e la storia del killer cileno, c’è l’assoluzione di Calderon e c’è una bomba alla Romanina. Poi le bombe d’estate fino a quelle di fine agosto e la Dda che annuncia di avere preso in mano le indagini. A settembre, l’inchiesta su Senese e l’omicidio Diabolik. Fino alle bombe di ottobre.
La politica, il sindaco, oggi e domani.
La situazione, insomma, è diventata pesante e i cittadini dei territori colpiti dalle bombe hanno cominciato a farsi sentire. Per fortuna. Così domani pomeriggio alle 18 in viale San Giovanni Bosco il Municipio 7 (l’unico insieme a Ostia in cui esiste un Osservatorio sulla criminalità: lo abbiamo chiesto, abbiamo scritto una bozza di delibera, è operativo da un paio d’anni sotto la guida sapiente di Franco La Torre) ha convocato una manifestazione a cui hanno aderito associazioni, comitati territoriali, alcuni partiti. C’è un richiamo all’antimafia popolare (e sono contento che questa definizione lanciata da daSud nel 2013, con un mio pezzo per Micromega, per superare l’idea di antimafia sociale stia prendendo piede). Spero sia un successo. E spero soprattutto partecipi anche il sindaco Roberto Gualtieri (al momento non ne ho notizia) perché si dia il segno di un momento cittadino e non di quartiere.
Sinora Gualtieri sulle bombe ha tenuto un profilo basso, limitandosi a far sapere di avere chiamato il prefetto Lamberto Giannini. E ha detto che «il contesto appare di natura criminale, anche in relazione ad alcuni recenti risultati ottenuti nell’attività di contrasto ad attività malavitose». Da qui il sostegno all’azione investigativa: «Esprimo piena fiducia e massimo sostegno all’azione dello Stato per fare luce su quanto accaduto, assicurare i responsabili alla giustizia e garantire la sicurezza dei cittadini».
Parole ineccepibili. E tuttavia la posizione di un dirigente politico e di un amministratore che sembra voler relegare al capitolo ordine pubblico quello che sta accadendo, che non sembra voler assumere il tema dal punto di vista politico.
E invece il tema è proprio politico, e ha a che fare innanzitutto con il racconto pubblico della verità. Con l’idea che tu dai ai cittadini di comprendere le dinamiche territoriali. Sindaco, ce n’è bisogno!
E il tema è politico perché c’è bisogno di sapere cosa fa la politica (Comune, Regione, Governo) su locali, licenze, commercio. Appalti, edilizia, case popolari. Di servizi, welfare, istruzione e lavoro. Di che cosa fa davvero il governo sul Quarticciolo dove ha messo in scena una inutile propaganda. E di che cosa fa una Commissione antimafia che potrebbe aprire un capitolo Roma (lo hanno fatto sin dal 1991!) e invece è impegnata a riscrivere in modo dubbio la verità sulle stragi del 1992.
Non è un tema generico di sicurezza.
Oggi lo smarrimento dei cittadini sta proprio qui: loro sanno bene quello che accade, lo vivono sulla propria pelle – proprio come quella bambina di Ostia. E hanno bisogno oltre che di un intervento di magistratura e forze dell’ordine anche di un discorso pubblico sulle mafie da parte di questa amministrazione e delle forze politiche, di maggioranza e di opposizione.
Lo vado dicendo da tempo, ormai. Roberto Gualtieri in campagna elettorale ha firmato il protocollo di daSud su dieci azioni concrete contro la mafia ma non ha praticamente proceduto a nessun atto conseguente (un Osservatorio comunale o una Commissione consiliare, come avviene in tutte le principali città italiane), e nessuna delle forze di maggioranza si è fatta carico fino in fondo di una proposta consiliare su questi temi. E d’altra parte, la questione mafia sembra sparita dalle priorità dei partiti, nazionali (ma qui il discorso si farebbe lungo) e romani. Un esempio? Durante le feste dell’Unità e di Avs non un momento ad hoc è stato riservato alla questione mafie.
E siamo nella città in cui Delmastro era in affari con la figlia 18enne di un prestanome del clan Senese… Possibile che nessun partito abbia voglia di capire che cosa accade?
Evidentemente è possibile. Che la manifestazione di domani mi stupisca e contraddica. E che in questa coda di consiliatura e di legislatura la politica abbia lo scatto di reni di cui c’è bisogno.
I prossimi appuntamenti
I miei prossimi appuntamenti il 17 in Basilicata, il 22 a Roma, il 23 in Calabria. E poi il 27 con la Banda. Vi aggiorno.
Ci vediamo in giro,
Danilo




