“Chi è don Peppe?”. “Sono io”. Don Peppino Diana era un prete di quelli rari. Coraggioso e ostinato, non ha mai abbassato la testa di fronte a nulla. Peppe con il cuore scout e il vangelo in mano, nel 1991 si fa promotore di un attacco diretto contro i clan di Casal di Principe, la sua terra, sottoscrivendo un documento che resterà una traccia indelebile nella lotta contro il crimine organizzato.
“Per amore del mio popolo” è il titolo di questo documento. Un manifesto contro la malavita che impazza fra le strade dell’Agro Aversano. È un parroco di frontiera don Peppe, uno che nella terra di Francesco “Sandokan” Schiavone combatte una guerra impari contro la Camorra. Il giorno del suo onomastico, il 19 marzo 1994, alle 7.30 del mattino un killer entra nella sagrestia della Chiesa di San Nicola a Casal di Principe e lo uccide. A soli 36 anni. Un fumetto racconta la storia e l’eredità di don Diana nella terra di Gomorra, tracciando il confine tra ciò che resta di un uomo come tanti – che mai avrebbe voluto essere un eroe – e il simbolo della lotta alle mafie che oggi rappresenta la sua vita.

Dalla Graphic novel Don Peppe Diana (Per amore del mio popolo)

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Le finte perpetue di don Peppe Diana

Tutto ha inizio una foto stata scattata da un nipote di don Peppe Diana in Calabria, durante un periodo di vacanza. Le foto ritrae un gruppo di persone sedute su un letto dopo una giornata al mare. Tra questi, don Peppe, il suo amico calabrese Nello Mangiameli, un’altra amica siciliana e la moglie di Nello. Rosa e Iolanda Natale non compaiono nella foto né hanno mai preso parte a quella vacanza. L’immagine era tra le foto conservate nello studio di don Peppe e poi acquisita agli atti del processo per il suo omicidio.

Nel corso del processo un maresciallo dei carabinieri, interrogato a proposito dell’immagine, dichiara: «No, non conosco le persone nella foto». L’interrogatorio prosegue e in un secondo momento, mentre si parla di altri argomenti, viene chiesto al maresciallo: «Lei conosce Rosa Natale?». Risposta: «Certo che la conosco». La figlia del maresciallo era alunna della sorella di Rosa, la moglie era un’amica di famiglia e il maresciallo le accompagnava spesso a casa dei Natale. Il 23 giugno 1999, a seguito di questo interrogatorio, esce il famoso articolo del Corriere di Casera con il titolo “Don Diana a letto con due donne”. Il testo fa riferimento alla foto e spiega (erroneamente) che nell’immagine il maresciallo ha riconosciuto Rosa Natale e la sua amica e omonima Iolanda. La foto non è mai stata pubblicata, né in quel numero del quotidiano né successivamente e probabilmente giace agli atti del processo.

L’articolo parlava in modo spregiativo delle giovani donne definendole le “due perpetue” di don Diana, cosa che non è mai stata vera. All’epoca Rosa e Iolanda erano due tra le tante persone che appartenevano alla comunità parrocchiale di San Nicola a Casal di Principe. La giornalista ha messo insieme le due cose (l’esistenza di una foto con i nomi delle ragazze) in mala fede e senza fare alcuna verifica. Peraltro Rosa ha sempre avuto i capelli rossi, lunghi e ricci, e nella foto non ci sono persone con la sua capigliatura. Insomma, non c’era alcun elemento che potesse trarre in inganno. L’unica spiegazione è che si volesse infangare la memoria di don Peppe e per di più quella di persone che come Rosa continuavano il suo impegno civile. Alla morte di don Peppe, Rosa ha dichiarato: “Io non ho paura» e va aggiunto che è stata anche in consiglio comunale, nella maggioranza guidata dal sindaco Renato Natale, molto impegnata sui temi della legalità. Quando è uscito l’articolo Rosaria Capacchione ha ricevuto una lettera da parte di un sedicente Comitato cittadini onesti di Casal di Principe.

Nella missiva si chiedeva alla giornalista di non difendere ulteriormente la reputazione delle due donne, dato che in paese era riconosciuta la loro fama di poco di buono. Rosaria chiamò Rosa e le mostro il fax ricevuto in redazione. La giornalista del Mattino conosceva molto bene fatti e persone e raccontò a Rosa che in quella lettera vergata a mano aveva riconosciuto la calligrafia della moglie di un boss, che già altre volte le aveva scritto. Fu quindi facile confrontare il fax con le missive precedenti per concludere che tutto era orchestrato in modo da mettere a tacere le voci di ribellione che partivano dal territorio. La sentenza che ristabilisce la verità arriva a un soffio dalla prescrizione, nel maggio 2009. A giugno, dopo dieci anni dalla pubblicazione dell’articolo, il processo sarebbe caduto nel vuoto. Finora Rosa non ha notizie di ricorsi in appello da parte del giornale.

di Raffaele Lupoli

(tratto dal dossier “Sdisonorate – Le mafie uccidono le donne”