Il vantaggio di una persona giuridica, rispetto a una persona fisica, è che può scegliersi la data del compleanno. E non a caso l’associazione daSud ha scelto il 25 aprile per festeggiare gli anni e al tempo stesso celebrare la Liberazione, dal nazifascismo e speriamo presto anche dalle mafie. Come non è un caso che il compleanno e la festa della Liberazione di quest’anno siano anche l’occasione per ricordare l’importanza e la grande attualità della figura di Pio La Torre, ucciso dalla mafia il 30 aprile di trent’anni fa assieme al suo autista Rosario Di Salvo.

“Siate felici ma diventate partigiani di questa nuova resistenza” incitava Nino Caponnetto. Basterebbe fermarsi a questa frase per spiegare perché oggi più che mai è necessario che “le resistenze” si incrocino e si unifichino. L’esistenza di Pio La Torre è stata contrassegnata dalla difesa del lavoro e dei diritti, dall’impegno per la pace e dalla lotta alle mafie. Dalle lotte contadine al lavoro da parlamentare (in commissione antimafia) fino all’impegno contro l’installazione della base missilistica della Nato a Comiso, l’obiettivo era uno soltanto: la difesa dei principi fondamentali di quella Costituzione vergata con il sacrificio e il sangue dei partigiani che hanno combattuto la barbarie nazifascista. La Carta fondamentale è il testimone che i liberatori hanno lasciato nelle mani di chiunque volesse raccoglierlo facendosi carico di riaffermarne lo spirito e La Torre ha cominciato a farlo quando ancora i padri costituenti non l’avevano materialmente redatta, animando in Sicilia una splendida “resistenza” contadina.

È innegabile la rilevanza, per la storia della lotta al crimine organizzato nel nostro Paese e non solo, della sua intuizione rispetto alla necessità di colpire il patrimonio dei mafiosi (intuizione poi diventata legge “Rognoni-La Torre”). Ma la lezione più importante di Pio La Torre è probabilmente un’altra: egli era consapevole che i suoi diversi fronti di impegno rappresentavano in realtà un’unica battaglia combattuta su più fronti. Una battaglia il cui “grido” racchiude in sé un messaggio semplice quanto rivoluzionario. Quei contadini che urlavano “La terra è di tutti” oggi forse direbbero “Noi siamo il 99 per cento”.

La parola terra si potrebbe scrivere con la maiuscola e allora ecco che la lotta contadina diventa impegno pacifista. Il pianeta di tutti è un pianeta dove tutti hanno diritto a stare “alla pari”, senza padroni né servi, senza oppressori né oppressi, né sfruttatori né sfruttati. Un’esigenza di “giustizia sociale” che certa politica quasi teme di evocare, eppure chiesta a gran voce dalla generazione dei “senza futuro”.

Una Terra di cui ciascuno ha il dovere di aver cura al pari degli altri. Allora la terra di tutti è anche quella che non può sottostare alle logiche mafiose di appropriazione indebita e accumulo famelico, è quella che grazie all’intuizione di Pio La Torre oggi rappresenta la speranza di tanti territori “liberati dalle mafie” in virtù della legge sul riuso a fini sociali dei beni confiscati. Non è liberazione anche questa? Non è anche un modo utile ed efficace di vivificare la memoria di chi ha combattuto per la democrazia?

Valori universali alla luce dei quali si possono intessere alleanze anche inattese. Perché se il faro è la Costituzione, il lavoro non è una variabile dipendente dalla volubilità di un singolo imprenditore, il ripudio della guerra non è il vezzo di un manipolo di pacifisti e la lotta alle mafie non è un corollario della vita democratica ma un presupposto per il suo estrinsecarsi. Pio La Torre ci ha insegnato che su questi temi gli schieramenti possono essere ampi e trasversali, purché fondati sui fatti e non sulle chiacchiere.

Strano a dirsi oggi, mentre discutiamo di una “possibile” trattativa tra Stato e mafia, ma ripercorrendo gli anni dell’impegno di La Torre in Sicilia e a Roma risulta evidente la sua consapevolezza che un pezzo di Stato già da tempo usava la mafia come braccio armato. Una simbiosi a danno dei più deboli e la democrazia.

Queste intuizioni il sindacalista e uomo politico non le ha tenute per sé, anzi ha analizzato e contrastato lucidamente e a viso aperto il legame tra potere politico e potere mafioso rappresentando un esempio di coerenza, coraggio di protestare (pagato anche con il carcere) e capacità di aggregare un vasto movimento democratico attorno a quelle rivendicazioni. Se non fosse irriverente si potrebbe sintetizzare così: “Ricordate che questo è Stato”. Buona Liberazione.

Raffaele Lupoli