Siamo tornati. Anzi, in realtà non ce ne siamo mai andati. Siamo stati a lavoro tutta l’estate (a parte pochi giorni d’agosto). Ci siamo messi in testa di migliorare il nostro Media Civico, di costruire una stagione tutta nuova per daSud, di incontrarvi presto.
D’altra parte, basta scorrere le pagine dei giornali o scrollare i nostri smartphone: tutto fuori da noi ci dice che nessuno può sottrarsi dalla responsabilità di cambiare (almeno provarci) le cose del mondo. E noi non abbiamo nessuna intenzione di farlo: offriremo il nostro punto di vista sghembo, promuoveremo nuovi punti di vista, costruiremo nuove occasioni di discussione pubblica su mafie, potere, democrazia, informazione, diritti.
Come sarà? Non lo so. Ma so che faremo del nostro meglio.
Poco per volta, in queste settimane, riprenderemo gli approfondimenti, i commenti, le rubriche e vi presenteremo tutte le tante novità. Siamo entusiasti e curiosi.
La prima novità che vogliamo raccontarvi nasce dentro daSud e finisce dritta dritta sulla piattaforma HBO Max: la nostra vicepresidente Carmen Vogani e il nostro compagno di strada Lorenzo Avola hanno scritto una nuova docuserie mettendo testa, mani e cuore dove era più difficile: la storia di Saman Abbas.
Carmen ci racconta come è nata, sin dal principio. Retroscena e paure compresi.
“Vi racconto la mia Saman”
di Carmen Vogani
DI CARMEN VOGANI
La prima volta che Lorenzo mi ha proposto di raccontare la storia di Saman Abbas, ho frenato. Lui sosteneva che fosse “una storia generazionale”. E aveva ragione. Ma sul suo entusiasmo stava agendo il mio calcolo. Io e Lorenzo lavoriamo in coppia da anni, l’ottimismo di uno trascina trascina la fiducia dell’altro. Il più delle volte, il ruolo della pessimista lo gioco io.
Lo scrivo perché è la cosa più onesta che ho da mettere all’inizio di questo racconto. Abbiamo fatto una docuserie che chiede a molte persone quale sia stato l’ultimo passo che non hanno fatto per salvare Saman. Non posso rivolgere quella domanda agli altri e risparmiarla a me stessa.
In giro troverete molti creativi che si dondolano sulla retorica del coraggio e della risolutezza, e pochi disposti a confessare la pratica del dubbio e del tormento. Io appartengo a questa associazione, daSud, che ha rifiutato la retorica per statuto. E cerco di essere coerente anche nelle cose che vivo fuori.
Frenavo per ragioni che conosce chiunque lavori nel nostro settore, e che di solito restano secretate nella discussione pubblica. La prima: Saman, almeno il racconto che volevamo farne noi, non era un crime puro. Era un crime di impegno civile, che è una cosa che il mercato accoglie con molta meno fame. La seconda, più scomoda: era il femminicidio di una giovane migrante. Non una ragazza nata qui e neanche una seconda generazione. E questo esponeva al rischio, assurdo a dirsi ma reale, che non fosse considerata una storia abbastanza italiana. La terza ragione era la più pesante per noi. Fino a quel momento, quella di Saman era apparsa come “una storia di destra”. Prestava il fianco: era diventata il pretesto perfetto per attaccare l’Islam e l’immigrazione, per affermare l’incompatibilità con la nostra cultura occidentale, anziché l’occasione per riconoscere il tratto comune della cultura patriarcale. D’altronde, la sinistra ha spesso reagito a storie così con il silenzio, come se non nominarle le neutralizzasse. Se non parli di una storia, quella storia non smette di esistere. Semplicemente, la racconta qualcun altro, con le sue parole e per i suoi fini. Il punto è sempre come ne parli, con quale punto di vista. Anche questo, per inciso, me l’ha insegnato daSud.
Ostacoli del genere, se vogliamo chiamarli con il loro nome, hanno una via d’uscita che il mestiere offre: il documentario d’autore. È una soluzione nobile. Ti permette di proteggere il più possibile un tema difficile, parlando però spesso a un pubblico che è già d’accordo con te prima dei titoli di testa. Noi volevamo fare l’opposto: una docuserie di largo consumo, destinata a una piattaforma. Perché se la versione semplificata di Saman era arrivata a milioni di persone, non aveva molto senso rispondere con una versione complessa destinata a poche migliaia di spettatori. E qui c’è una cosa in cui credo con convinzione: la dignità di questo tipo di prodotti. Il documentario di genere, chiamiamolo pure documentario commerciale, non è un documentario intellettualmente di serie b. Deve tenere conto del compromesso più di quanto sia richiesto a quello d’autore, quello sì, senza dubbio. Ha regole sue, un pubblico suo, un’estetica sua, ma non ha bisogno di travestirsi da qualcos’altro per essere preso sul serio. E a proposito di estetica, perdonate l’insistenza, anche questo porta il marchio di daSud: l’estetica va di pari passo al contenuto, è la condizione perché il messaggio arrivi. E per estetica intendo tutto: la scrittura, la resa delle interviste, la regia, il montaggio. La lista è davvero lunga.
Quello che mi ha fatto passare dal no al sì è stata in principio la rabbia. Il ritratto che circolava, soprattutto nei primissimi mesi successivi alla scomparsa di Saman – perché Saman è stata un fantasma per 566 giorni, prima che il suo corpo venisse ritrovato a circa due metri di profondità – era già pronto: la giovane pakistana che voleva vivere all’occidentale. D’altronde, sui social, Saman aveva scelto un nickname abbastanza eloquente: Italian Girl.
Poi, quando è arrivata la conferma della sua morte, è comparsa Saman santa, fragile, sempre e soltanto vittima. Ma leggendo le sue chat, ricostruendo i suoi pensieri, veniva fuori anche altro. Era un’adolescente in piena definizione di sé, a volte incauta, qualche volta bugiarda, con le sue contraddizioni e una voglia di ribellarsi al mondo degli adulti che, se la guardi senza pregiudizio, è la cosa più universale di tutte. Per amare Saman, non serviva fare il “santino” di Saman. Saman non voleva diventare occidentale, almeno secondo noi. Voleva essere una cosa tutta sua, pakistana e italiana insieme, irregolare. Il suo amore proibito era Saqib, anche lui pakistano, musulmano, migrante. Rivolgeva le sue preghiere ad Allah, anche se aveva smesso di portare il velo come tante altre musulmane. Il conflitto non era tra due civiltà, era dentro di lei. Chi l’ha conosciuta davvero la descrive doppia: pigra e generosa, schiva e curiosa, antipatica e socievole, educata e maleducata. Perché dovremmo chiedere a una vittima di femminicidio, e ancora prima a una ragazza, di essere unicamente la versione migliore di sé?
Prima di scappare di casa, di finire dentro una comunità protetta e denunciare i suoi genitori che le avevano programmato un matrimonio forzato, Saman era semplicemente una ragazza in movimento. Poco istruita ma molto desiderosa di conoscere e imparare. Soltanto dopo è diventata una ragazza in guerra con la cultura patriarcale di cui la sua famiglia era imbevuta. E anche questo specifico riferimento al patriarcato è tutto nostro: non è detto che Saman lo avesse elaborato. Quando era ancora in vita, Saman voleva semplicemente non essere costretta a decidere tra la sua famiglia, che amava perché era stata a sua volta amata, e il suo fidanzato conosciuto sui social. I social, l’unica finestra sul mondo di questa giovane donna. Noi non escludiamo che, in una fase della sua vita, Saman abbia anche considerato del tutto normale, perfino giusto, che i suoi genitori la aiutassero a scegliere il futuro sposo. Altre ragazze ci hanno spiegato che esiste una differenza abissale tra matrimonio combinato (inteso come accordato dalle famiglie) e matrimonio forzato. Se l’accettazione di questa distinzione ci turba, io credo sia comprensibile. Ma se ci fa apparire Saman più distante o meno affascinante, è un problema tutto nostro.
Anche gli altri ritratti erano tracciati per eccesso di semplificazione, a cominciare da quello di Saqib, il principe azzurro senza macchia, figura da romanzo popolare che serviva a tenere in piedi l’impianto. Chi voleva la storia dell’integrazione impossibile e chi voleva la storia d’amore contro il mondo. Nessuno sapeva abbastanza, e quando non sai abbastanza dividi i personaggi in buoni e cattivi, perché costa meno. Solo che se racconti una storia in bianco e nero fai un pessimo servizio. Lo fai a chi guarda, e soprattutto lo fai a lei, a Saman.
Sarei disonesta, però, se dicessi che è stata solo la rabbia a farci scegliere di raccontare questa storia. Non conosco nessuno che faccia questo mestiere mosso da un solo movente. Su quel “sì” ha lavorato anche l’ambizione: più leggevamo e più capivamo che c’era ancora molto da svelare. Per due anni non abbiamo fatto altro che studiare, non solo sulle carte. Abbiamo fisicamente seguito le fasi processuali, ci siamo confrontati con i colleghi che all’inizio ne sapevano più di noi, incontrato associazioni e realtà territoriali che ci hanno istruito, costruito relazioni di fiducia con le persone coinvolte. Siamo entrati in punta di piedi anche nella vita di Haider, il fratello di Saman, che all’inizio l’ultima cosa che avrebbe voluto era proprio raccontarsi. Perlopiù abbiamo aspettato. Aspettare così tanto prima di fare una serie vi assicuro che è un lusso: vuol dire dedicare tempo che non torna indietro se poi non se ne fa niente. Puoi farlo poche volte nella vita, e ne deve valere davvero la pena. D’altro canto, il tempo è l’unico antidoto che conosco alla semplificazione.
E dalla ricerca è venuta fuori la cosa che ha reso questo racconto ancora più interessante per noi: questo, forse più di altri, era un femminicidio con una responsabilità collettiva non solo morale ma concreta, rintracciabile. Seppur non condannabile giuridicamente. Accanto ai cinque imputati (che poi sono diventati condannati, in via definitiva: madre, padre, zio e due cugini) per la morte di Saman, c’era tutto un sistema parentale sommerso che aveva supportato la condanna a morte di Saman. E c’era un sistema culturale, sociale, educativo, burocratico, repressivo che non era riuscito ad evitarla.
Tutte le serie hanno una tesi. La tesi della nostra docuserie è che Saman poteva essere salvata. Non è che nessuno si sia mosso. Se le cose fossero andate così – sinceramente – sarebbe stato anche più semplice scrivere questa storia. La cosa più dura da guardare in faccia è che in tanti si siano mossi, ma non con l’accuratezza che “il caso Saman” richiedeva. Quando smette di andare a scuola, ad esempio, i servizi sociali bussano alla porta degli Abbas per cercare risposte, ma quando non le trovano frenano, si fermano. Nessuno indaga abbastanza sul contesto familiare. Ed ecco un altro esempio: nel suo percorso di autodeterminazione, Saman chiede aiuto e lo riceve; dalle forze dell’ordine, dall’amministrazione comunale, dai servizi sociali. Vive un periodo in una comunità protetta. Quello che è mancato, per tutti, è stato l’ultimo passo. È come se la catena di soccorso si fosse inceppata proprio nel punto cruciale, il momento in cui Saman è tornata a casa convinta di poter prendere i suoi documenti per scappare via, di nuovo.
E qui arriva l’ultimo tassello di questa tragedia greca, che è un copione che si ripete in troppi femminicidi: la vittima si presenta a quello che poi diventerà il famoso “ultimo appuntamento”, e perde la vita. Ogni volta parte la stessa domanda, sussurrata o gridata: ma perché ci è andata? Le ragioni per cui Saman ci è andata le spieghiamo tutte. La responsabilità è imputabile a lei? Certo che no, ma nella serie spieghiamo anche perché. Una ragazza di diciotto anni, con quel passato e quel percorso di emancipazione appena iniziato, non poteva sapere che nessuna si salva da sola. Probabilmente ha pensato di potersi salvare attraverso un amore adolescenziale, attraverso un’altra figura maschile. Che è esattamente quello che il mondo intorno a lei le aveva insegnato a fare.
Per questo il titolo della docuserie, La verità nascosta, non indica una sola verità. Indica un sistema. Un sistema di bugie che cominciano molto prima dell’omicidio, di messe in scena postume che non riguardano soltanto i condannati, di omissioni, reticenze, sottovalutazioni. Tutte queste cose insieme, quando non hanno contribuito direttamente a ucciderla, hanno certamente contribuito a non salvarle la vita. Sul metodo dico solo questo: non abbiamo puntato il dito, abbiamo fatto domande. È una docuserie in cui più di una persona, davanti alla nostra telecamera, dichiara una forma di senso di colpa.
C’è però una domanda a cui non siamo riusciti a rispondere, ed è la stessa che abbiamo rivolto a tutti quelli che abbiamo incontrato. Io vorrei rivolgerla anche a voi. Abbiamo davvero imparato la famosa “lezione”? Sapremo fare meglio di quanto abbiamo fatto con Saman? La salvezza delle altre Saman passa dal cambiamento culturale di un Paese intero. Non può essere delegata a singole persone, o singoli professionisti, dotati di buona volontà come quelli che pure abbiamo incontrato. Come possiamo delegare alle famiglie di origine l’educazione delle nostre ragazze e dei nostri ragazzi, se le famiglie sono sistemi patriarcali e se lo sono anche senza arrivare al punto di macchiarsi la fedina penale.
Tra i tanti difetti che ho, sento di non avere quello della mitomania – un virus che corre veloce anche tra la brava gente – e per questo sono convinta che la docuserie dice tanto ma non dice tutto. Non sarebbero bastati il doppio degli episodi. Io credo che abbiamo solo fatto la nostra parte, per quello che ci consente il privilegio del nostro mestiere. Quello che manca, mi auguro, possa essere aggiunto dalla discussione pubblica che spero questa visione incoraggi. Ma soprattutto dall’azione politica. Il vaccino contro il pessimismo è fare. Non frenare.
La docuserie è prodotta da Aurora TV da Giannandrea Pecorelli e Benedetta Fabbri, con Giulia Cerulli nel ruolo di produttrice delegata. La docu-serie è di Lorenzo Avola e Carmen Vogani, scritta con Simona Coppini. La regia dei primi due episodi è firmata da Francesca Mazzoleni, mentre il terzo episodio è diretto da Gianluca Santoni. La fotografia è curata da Emanuele Pasquet, mentre il montaggio è affidato a Simone Mele. Le musiche originali sono di Lorenzo Tomio e Maddalena Pasqua. L’organizzazione generale è di Simonetta Amenta.
Addio, Denise
Denise Cosco, la figlia di Lea Garofalo, testimone di giustizia sequestrata e uccisa dalla ‘ndrangheta nel 2009, si è uccisa pochi giorni fa. La sua morte ha sconvolto tutte le persone che hanno incrociato la sua storia in tutti questi anni. Per noi di daSud è stato un momento di grande dolore, rabbia, sconfitta.
A 19 anni Denise aveva testimoniato contro chi aveva voluto la morte di sua madre: Carlo Cosco. Il compagno di Lea. Suo padre. Nell’omicidio di sua madre – una vicenda che ha dell’incredibile – era coinvolto anche il suo fidanzato Carmine Venturino.
Ha sopportato un dolore indicibile, Denise. Ha lottato a lungo per sentirsi libera, ha sofferto, è caduta e si è rimessa in carreggiata. Fino a che pochi giorni fa, quando si è tolta la vita, ad Ariccia, vicino Roma, dove – uscita dal programma di protezione – aveva deciso di vivere. Indaga la procura di Velletri (in casa erano presenti il suo compagno e il bambino di quattro anni).
Denise aveva 35 anni, la stessa età di Lea quando fu uccisa. Non sarebbe mai dovuto accadere.
Hanno scritto in tanti in questi giorni. Vi segnaliamo, e chiediamo davvero scusa ai giornali se pubblichiamo i contenuti integrali di qualche giorno fa, alcuni contributi
don Luigi Ciotti, al Corriere della Sera, l’11 settembre
Roberto Saviano, su Repubblica, il 12 settembre
L’intervista della nostra Celeste Costantino, al Fatto Quotidiano, l’11 settembre
E vi chiediamo, davvero, di approfondire e raccontare la storia di Lea e di Denise.
Qui, nel video di Libera, le parole di Denise nel giorno dei funerali di Lea Garofalo, Era il 19 ottobre 2013, in piazza Beccaria, a Milano. C’eravamo anche noi quel giorno, ricordiamo bene l’emozione di quella piazza.
Potete conoscere la storia di Lea e Denise in tanti modi.
Con il film Lea, di Marco Tullio Giordana, che è disponibile su Raiplay
Con la serie tv The Good Mothers, che si trova su Disney.
Con tanti libri e graphic novel che sono stati pubblicati in questi anni.
Un appuntamento (per il momento) al buio
La stagione del nostro Media Civico sarà piena di novità, stiamo lavorando sodo in queste settimane. Per la prima vi diamo già un appuntamento, per il momento al buio. Ci vediamo il 27 ottobre. Mettete in agenda.
Presto vi diciamo tutto. Intanto, un indizio.
Ci sentiamo
Danilo




