Duecento milioni di euro. È la cifra del sequestro ordinato dalla Direzione distrettuale antimafia di Palermo: un blitz partito in contemporanea da Trapani e arrivato a Marbella, ad Andorra, alle Cayman, in Libano, nel Principato di Monaco. Il tesoro nascosto di Matteo Messina Denaro, o meglio, una parte. Perché i magistrati di Palermo lo dicono senza giri di parole: questa è solo la punta. Sotto, c’è un patrimonio che nessuno è ancora riuscito a misurare davvero.
Per dare l’idea negli anni, sono già oltre quattro miliardi di euro sequestrati al boss di Castelvetrano, tra beni suoi e dei suoi prestanome. Dall’eolico – “curato” per anni da Nicastri, ex elettricista di Alcamo diventato re del vento siciliano – alla grande distribuzione, settecento milioni sequestrati a Giuseppe Grigoli, il salumiere che si era ritrovato a essere il padrone dei Despar nell’isola. E poi le piste che si allungano fino al Venezuela, dove un pentito raccontò che il latitante aveva investito cinque milioni di dollari in un’azienda di pollame. Per riciclare la cocaina, infatti, servono anche le galline.
Ma se Messina Denaro nascondeva il suo tesoro tra società offshore in mezzo Atlantico, altri boss italiani hanno scritto storie diversissime. Storie in cui la ricchezza si traveste, si seppellisce, si finge non esistente, oppure si gonfia in delirio barocco.
L’ultimo sequestro definitivo ai familiari di Totò Riina, ad esempio, è del 2019, e ammonta a un milione e mezzo di euro. Una villa a Mazara del Vallo, trentadue conti correnti, qualche quota di società. E poi – il dettaglio che lascia il segno – i terreni del Santuario Maria Santissima del Rosario, sempre nel corleonese: campi che sulla carta servivano a sostenere l’attività pastorale e che, invece, finanziavano il clan.
Eppure Riina in alcune intercettazioni si vantava di un patrimonio sterminato. Le stime non ufficiali parlavano di numeri da capogiro: centinaia di appartamenti, migliaia di ettari di vigneti, una holding criminale che, se fosse stata quotata, sarebbe entrata di diritto tra le grandi corporation italiane. Lo Stato, in tanti anni, ha trovato briciole.
La famiglia abita ancora oggi a Corleone, un palazzetto basso, anonimo, dove nessuno direbbe mai di trovare quel che resta del capo dei capi. La figlia Lucia, qualche anno fa, scrisse al Comune per chiedere il bonus bebè. Glielo negarono. Il punto, qui, è proprio questo: la ricchezza mafiosa si misura in ciò che lascia trasparire, non in ciò che mostra.
E poi c’è il contrario perfetto di Messina Denaro. L’antitesi. L’undici aprile 2006, in una masseria a Montagna dei Cavalli, a pochi chilometri da Corleone, gli agenti della Squadra Catturandi di Renato Cortese trovano un uomo minuto, dimesso, ultrasettantenne. È Bernardo Provenzano, latitante da quarantatré anni. Binnu u tratturi. Il “Ragioniere” di Cosa nostra. Sul tavolo, i resti dell’ultimo pasto: ricotta e cicoria. Accanto, una vecchia macchina da scrivere e decine di pizzini, i foglietti dattiloscritti con cui per decenni aveva dato ordini, mediato conflitti, gestito affari miliardari, citando perfino la Bibbia.
Per quarant’anni il capo della mafia siciliana ha vissuto così. O ha “fatto credere” di vivere così. Perché qui sta il trucco: la povertà ostentata era esattamente la sua copertura. Mentre il mondo immaginava il padrino in una villa con piscina, lui mangiava formaggio fresco in una baracca. Eppure, in quegli stessi anni, gestiva un sistema di estorsioni, appalti pubblici e investimenti che faceva girare miliardi. Nessuno cerca un boss in una stalla: il vero lusso, talvolta, è scomparire.
Trasferendoci in Campania. A Casal di Principe c’era una villa che la gente del posto chiamava semplicemente “Hollywood”. Era la casa di Walter Schiavone, fratello del più noto Francesco “Sandokan”, capo del clan dei Casalesi. Un’abitazione di 3.400 metri quadrati su tre piani, muri di cinta alti cinque metri, lago artificiale all’esterno, cancello rosso fuoco. Schiavone consegnò all’architetto una videocassetta di Scarface chiedendogli di copiare, fedelmente, la dimora di Tony Montana, nel film di Brian De Palma con Al Pacino.
E così fu. Colonne in marmo. Doppia scala interna identica a quella inquadrata da De Palma. Statua di Venere a presidiare la piscina coperta. Schiavone, raccontano, indossava gli stessi abiti del personaggio interpretato da Al Pacino, si muoveva con una scorta da boss di cartello sudamericano, viveva la sua vita come una citazione cinematografica.
La villa fu sequestrata nel 1994. Schiavone, prima che lo Stato la prendesse, ordinò di dare fuoco a tutto quel che c’era dentro. Lampadari, mobili, marmi, ringhiere: spogliata e bruciata. Oggi, dopo un restauro da 1,2 milioni di euro, l’edificio è un Centro Riabilitativo per la salute mentale gestito dall’ASL di Caserta. La scala di Tony Montana, oggi, è percorsa da persone in cura psichiatrica. Esistono pochi finali più giusti.
Michele Zagaria, soprannominato Capastorta, il “re del cemento”, latitante per sedici anni. Catturato il 7 dicembre 2011 a Casapesenna, paese natale, dopo un blitz durato tre anni di indagini e una settimana di trivellazione fisica del pavimento. Perché Zagaria non viveva in una villa. Viveva sotto. La polizia trovò una casa normale, in via Mascagni 11, dentro la quale ce n’era una seconda – una sorta di scatola dentro un’altra scatola – e sotto quella, cinque metri sotto il livello del pavimento, scavato in cemento armato, c’era il suo regno: un bunker di 40-65 metri quadrati. Camera da letto, bagno, sistemi di areazione, tre computer, telecamere di videosorveglianza che riprendevano l’intera via attraverso un’edicola votiva e una tettoia.
L’inventario di quello che si trovò nel bunker, però, è la parte che vale ricordare. Una statuetta di Padre Pio. Scatole di orologi preziosi. Profumi. Giubbini di pelle. Vestiti di marca. Caffè. Film. E sulla mensola, tra i libri, una copia di Gomorra di Roberto Saviano. Capastorta, l’ultimo grande boss dei Casalesi, leggeva il libro che lo descriveva. Si studiava dall’esterno mentre si nascondeva sotto terra.
Cosa accomuna Messina Denaro, Riina, Provenzano, Schiavone, Zagaria? Una sola: nessuno è mai riuscito a misurare davvero quanto valessero. Il denaro che produce il crimine organizzato è, per sua natura, denaro che cerca di non esistere. Si trasforma in eolico, in pollame venezuelano, in salumerie diventate catene di supermercati, in cemento delle grandi opere pubbliche, in ville che imitano i film, in bunker sotto le cucine. Si traveste da povertà o si gonfia in barocchismi pacchiani. Ma il suo destino è sempre lo stesso: sfuggire al conto.
Per questo, quando la Guardia di finanza ha sequestrato 200 milioni di euro tra Spagna, Cayman e Libano, i magistrati di Palermo hanno usato una parola che non si sente quasi mai pronunciare: “parte”. Una parte. Hanno trovato una parte. Quanto sia il tutto, forse, non lo sapremo mai. E mentre noi facciamo i conti, i tesori continuano a moltiplicarsi.
Se è finito il pane, date al popolo le bistecche. Aggiornamenti su Delmastro
La Procura di Roma ha chiesto alla Giunta per le autorizzazioni della Camera di poter acquisire le chat tra l’ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro e Mauro Caroccia, indagato per riciclaggio e oggi detenuto per una condanna definitiva a 4 anni nell’inchiesta sul clan Senese. Il cellulare di Caroccia è già stato sequestrato; Delmastro – che fu azionista de “Le 5 Forchette”, la società proprietaria del ristorante – non risulta indagato. I pm valutano anche se acquisire agli atti l’audizione svolta dal parlamentare in commissione antimafia.
Il difensore di Caroccia, l’avvocato Fabrizio Gallo, anticipa il contenuto di quei messaggi: «discorsi e frasi inopportune per il ruolo che all’epoca rivestiva Delmastro, ma che nulla hanno a che fare con la criminalità organizzata». Secondo il legale, le chat non contengono riferimenti a riciclaggio o a denaro del clan e, anzi, «possono essere utili ad escludere» l’ipotesi accusatoria. Si attende ora la decisione della Camera.




