Andrea Delmastro, l’ex sottosegretario alla Giustizia di Fratelli d’Italia, ieri è stato sentito in commissione parlamentare antimafia. Il caso? Chi legge questa newsletter lo conosce molto bene: era socio (si fa ancora fatica a crederci, come ha detto anche il procuratore della Repubblica di Roma Francesco Lo Voi) di Miriam Carroccia, la figlia diciottenne di Mauro Carroccia, uomo attualmente detenuto per essere un prestanome del clan di Michele Senese a Roma in una società proprietaria di una bisteccheria sulla via Tuscolana nella Capitale.
E ieri, finalmente, Delmastro è stato audito nella commissione antimafia presieduta dalla sua compagna di partito Chiara Colosimo. Il resoconto ha dell’incredibile.
Prima di andare avanti, mi prendo un momento per ricordarvi che questa è la newsletter del Media Civico di daSud, un progetto collettivo di scrittura, attivismo e di giornalismo multicanale su temi come potere, democrazia, mafie, diritti, immaginario. Quella di oggi è curata da me, Danilo Chirico, che sono un giornalista, un autore televisivo, che anni fa ho fondato daSud. Qui su Substack questa è la mia unica newsletter e il mio unico spazio. Se non sei iscritto/a, fallo subito cliccando qui sotto
Dicevo che la sua audizione ha dell’incredibile.
E proprio per questo motivo ho deciso di leggere e rileggere le cronache, i pezzi che sono stati pubblicati sul web, i dispacci di agenzia per cercare conferma delle cose. Ho messo in fila le sue parole. Senza commenti, perché le trovo incommentabili. Perché non sono in alcun modo credibili, perché non fa neppure lo sforzo di rispondere ai tanti interrogativi inquietanti che ci sono attorno a questa vicenda, perché mi pare abbiano un tono lontano anni luce dal restituire un minimo di consapevolezza istituzionale di quello che è accaduto. Ecco le sue parole di ieri.
“Sono diventato vegetariano”
“Ormai sono diventato vegetariano e mi sono convertito. Non mangio più carne”
Il locale conosciuto sull’App
“Chi mi ha consigliato il locale? Eh debbo dire in verità nessuno. In verità volevo andare a mangiare in un locale lì vicino che si chiama ‘Carnivori’, era pieno e quindi… non mi ricordo se ho guardato poi io su The Fork, sulle app, o se qualcuno mi ha detto ‘qua vicino c’è questo locale’, o se l’abbiamo visto di transito, in ogni caso ci siamo fermati anche in quel locale. Anche quello era pieno e quindi quella sera poi alla fine non andai a mangiare nei locali perché erano entrambi pieni”.
Scelto perché aveva “una struttura simpatica”
“Quel locale lì dove ci eravamo fermati, che aveva una struttura simpatica, divertente vista dall’esterno, dopo qualche mese ho detto: ‘Ma perché non andiamo là dove effettivamente poi non ci avevano potuto ospitare perché era occupato?’ e così finii in quel locale la prima volta”.
“Se avessi saputo”
“Se avessi saputo, non solo non ci avrei fatto conoscenza, ma non ci sarei andato più immediatamente, così come la precipitosa fuga appena ho avuto contezza…, la precipitosa fuga dalla società testimonia, credo, inequivocabilmente”.
“Sono stato uno sprovveduto”
“Sì sono stato sprovveduto. Ma credo anche di essere una persona intelligente che ha commesso un errore. Errore che ha portato alle mie fatali dimissioni”
“Non abbiamo usato prestanome”
“Non ci siamo serviti di prestanome, di scatole cinesi o di quant’altro, evidentemente perché non vi era contezza della necessità di schermare la propria presenza all’interno di questa società, perché non avevo contezza di chi fosse questa persona”.
Gli avvocati e gli sgherri
“Se io fossi stato un amico dei mafiosi avrei lasciato la mia carta d’identità sul tavolo? Vuole che i miei avvocati non conoscano degli sgherri prestanome a cui affidare una tale pratica per nascondere la vera identità di un socio?”.
Gli inviti a Delmastro e Schiano
“Ho invitato anche altri esponenti politici di FdI in quel locale tra cui per esempio, al ristorante dove non ero socio, una sera è passato l’onorevole Donzelli, ma nessuno degli esponenti politici non ha fatto più che una cena o avuto frequentazioni del locale. Un altro collega che è venuto a cena è l’onorevole Schiano. Ho invitato parecchi colleghi o persone che nulla c’entrano con la politica, non penso che sia un reato invitare colleghi a cena”.
“Mai avvisato Giorgia Meloni”
“Non ho mai avvisato Giorgia Meloni sulla vicenda della società, ho avvisato Giovanni Donzelli in qualità di responsabile organizzativo del mio partito, condividendo con lui la necessità di uscire precipitosamente da quella società. L’ho avvisato all’indomani di quando ho avuto consapevolezza, tra il 18 e il 19 febbraio. Il danno simbolico per aver cenato in quel ristorante? Non ci sono attualmente non ho evidenze di riciclaggio. Comunque io mi sono dimesso”.
“Non è un reato fare una società con un’incensurata”
“Non è reato fare una società con una persona incensurata. Quando rilasciai quelle dichiarazioni mi riferivo al fatto che la figlia di Caroccia era incensurata. Comunque a me non è stato ancora contestato nulla dalla magistratura”.
“Nessuno aveva contezza”
“Non so come sia possibile che nessuno degli apparati ne abbia avuto contezza. Sotto questo profilo mi sento, tra virgolette, vittima anch’io di un meccanismo che invece si doveva e si dovrà mettere in campo, me lo auguro per chiunque. Dopo essere ritornato in questo locale ci andai anche altre volte e nel frattempo Caroccia mi disse che il locale era troppo grande e voleva avviare con la figlia una nuova attività in un contesto più piccolo. Per me fu poi normale che ci fosse la figlia. I notai non mi hanno dato alcun alert relativo all’antiriciclaggio, se me lo avessero dato mi sarei immediatamente fermato”.
“Un locale ben frequentato”
All’epoca, ha aggiunto il sottosegretario, “ero in buona fede e non avvertii alcun alert non solo e non tanto perché mi fosse consigliato da forze dell’ordine. Certamente posso dire che in quel locale si sono avvicinate forze dell’ordine salutandomi e chiedendomi delle foto, anche questo può aver contribuito ad abbattere alert sul locale, che sembrava fosse ben presentato”.
“Lo reclamava la mia coscienza”
“Mi sono dimesso perché lo reclamava la mia coscienza. Anche se non sono indagato. Ereditammo alcune attività commerciali di famiglia ma non sono mai stato amministratore”.
“Non ho più visto Caroccia”
“Il 27 febbraio 2026 io esco dalla società. Poi non ho mai più visto il signor Caroccia”.
“Non ho contezza di essere indagato”
“Confermo attualmente di non sapere se…, di non avere contezza di essere indagato e quindi credo non essere indagato in questo momento. Per quanto riguarda l’accesso allo SDI, ovviamente io non ho accesso allo SDI, credo non lo abbiano neanche per questa attività eventuale le forze dell’ordine”.
Una notizia a cui nessuno ha badato: il processo Gotha
Tutto da rifare sul terzo livello della ‘ndrangheta
Confusa tra le cronache relative alle elezioni amministrative, che hanno riguardato – tra l’altro – anche Reggio Calabria (dove è stato eletto con largo margine un sindaco di Forza Italia, il deputato Francesco Cannizzaro di cui io ho una pessima opinione anche per avere avuto a che fare con lui – ma questa è un’altra storia), c’è una notizia piuttosto importante che rischia di passare inosservata e che invece rischia di riscrivere larga parte della pubblicistica sulla ‘ndrangheta degli ultimi anni: il processo Gotha ha provato a dimostrare, dal punto di vista processuale, l’esistenza di una direzione strategica o “cupola” occulta della ‘ndrangheta reggina, un gruppo di cosiddetti “riservati” composto da politici, imprenditori, professionisti e massoni che avrebbe avuto il ruolo di dirigere le cosche, decidere appalti ed elezioni. Bene, il processo – nato dalla riunificazione di inchieste importanti come “Mamma Santissima”, “Reghion”, “Fata Morgana”, “Alchimia” e “Sistema Reggio” – in primo grado, nonostante alcune piccole increspature, aveva retto l’esame della corte. In appello, invece – in attesa di leggere le motivazioni della sentenza e di capire se l’accusa ricorrerà in Cassazione – l’impianto sembra essere crollato. In particolare, è stato assolto “perché il fatto non sussiste” l’ex parlamentare del Psdi, l’avvocato Paolo Romeo (nella foto che vedete qui su) – già condannato per concorso esterno in associazione mafiosa nel maxiprocesso Olimpia e protagonista di alcune tra le più torbide pagine della storia italiana, come la latitanza del terrorista nero Franco Freda – che in primo grado aveva avuto una condanna a 25 anni e che avrebbe rappresentato uno dei vertici della ‘ndrangheta. Nei suoi confronti, però, la Corte d’Appello ha disposto la trasmissione degli atti in Procura affinché rivaluti l’accusa riqualificando l’imputazione di associazione mafiosa in concorso esterno. Da segnalare, a proposito del processo, che la Corte di Cassazione lo scorso dicembre aveva assolto definitivamente l’avvocato Giorgio De Stefano, imputato principale del processo proprio assieme a Romeo. Assolti (lo era stato anche in primo grado) l’ex senatore di centrodestra Antonio Caridi che era accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. E sono stati assolti anche dirigenti comunali, avvocati e anche il sacerdote di San Luca don Pino Strangio che in primo grado aveva avuto una condanna a oltre nove anni. Insomma, la strada per dimostrare che esiste un terzo livello della ‘ndrangheta (iniziata alla fine degli Anni Settanta) – di cui riparleremo presto con approfondimenti – è tutta da rifare.
“La figlia del clan”: gli ultimi appuntamenti di maggio
A maggio erano in programma dieci appuntamenti. Me ne restano tre, tutti in Campania. Saranno tra venerdì e sabato.
Eccoli, nel dettaglio.
Venerdì pomeriggio alle 18 sarò al Mondadori Bookstore di Via Ercole Cantone, 26 a Pomigliano d’Arco. Insieme a me ci sarà il giornalista e scrittore Bruno De Stefano, grande esperto di cronaca nera e giudiziaria e autore di moltissimi libri di successo soprattutto sulla camorra.
Sabato mattina alle 11 sarò invece al festival Capua il luogo della lingua. Insieme a me ci saranno Gabriella D’Angelo, capoautrice del programma Tagadà, che è stata la mia capa nel mio niennio a La7, e Lella Palladino, che è la fondatrice della cooperativa Eva di Casal di Principe che si occupa di contrasto alla violenza sulle donne e vicepresidente della Fondazione Una Nessuna Centomila.
Nel pomeriggio di sabato sarò invece a Castellammare di Stabia, ancora in una libreria Mondadori, alle 17.30.
Non vedo l’ora di raccontare le storie di Giuseppina Pesce in un contesto come quello campano. Queste sono le tre locandine.
Ci vediamo in giro
Danilo




