Non perdiamo di vista il quadro generale.
In queste ore tutta l’attenzione – e si può capire – è dedicata all’affaire Matteo Piantedosi-Claudia Conte (che, devo ammettere, è molto curioso e piuttosto inspiegabile: ma presto ne capiremo di più), al nuovo ministro del Turismo Gianmarco Mazzi (che prende il posto di Daniela Santanché), al fatto che diesel e benzina costano un occhio della testa. E soprattutto alla penosa vicenda della Nazionale italiana di calcio esclusa ancora una volta dai Mondiali e alla ricerca di una strada per la rifondazione dopo le dimissioni del presidente della Federcalcio Gabriele Gravina (che non si capisce dopo la collezione di fallimenti di oltre un decennio come facesse a stare ancora lì).
E tuttavia non vorrei che perdessimo di vista la questione dell’ex sottosegretario Andrea Delmastro (non indagato), che si è dimesso travolto dal polverone sollevato dal caso del locale Bisteccherie d’Italia. Perché Delmastro rappresenta un anello essenziale della catena di potere di Fratelli d’Italia (il partito che guida il governo) e perché siamo di fronte (è ancora l’ipotesi accusatoria, per carità) a un caso di scuola della relazione pericolosa che può esistere tra pezzi del mondo politico e pezzi delle mafie.
Nelle scorse ore c’è stato l’interrogatorio di Mauro Caroccia e di sua figlia Miriam alla procura di Roma. Ha raccontato il contenuto delle loro dichiarazioni l’avvocato Fabrizio Gallo. In sintesi, la posizione è questa.
Primo: Tutto nasce da una lite in un ristorante, un insulto pronunciato il giorno di San Valentino 2022 o 2023, che paradossalmente apre un’amicizia tra l’ex sottosegretario Andrea Delmastro e il ristoratore Mauro Caroccia. La versione difensiva dipinge Delmastro come un benefattore: avrebbe messo circa 40mila euro per comprare gli arredi del locale dai cinesi, aiutando «un oste in difficoltà» che non poteva intestarsi nulla perché protestato. L’avvocato parla di «beneficienza». In pratica, «Andrea Delmastro è l’unico ad aver aiutato una famiglia in difficoltà, vittima della criminalità organizzata e cui erano stati bruciati i ristoranti. Li conosceva perché era un loro cliente assieme alla sua scorta». Filantropia, dicono i Caroccia. Riciclaggio, rispondono i pm.
Secondo. Miriam Caroccia, poco più di un’adolescente, sostiene di non aver firmato nulla e di non aver speso un euro per le quote societarie poi cedute dai politici. Un documento agli atti dice il contrario: firma e 5mila euro in contanti. «Mai visto», replica l’avvocato. O qualcuno mente, o quell’atto è falso. Nel mezzo, una ragazza con gli occhi lucidi che abbraccia il padre scortato dai secondini e dice ai pm: «Questa storia mi sta rovinando la vita».
Terzo. Il ruolo del clan Senese: secondo i magistrati romani, dietro la società scorrerebbero capitali mafiosi del clan Senese, la famiglia con cui Caroccia era già stato condannato. Padre e figlia Caroccia, interrogati separatamente ieri, smentiscono: nessun soldo mafioso, tutto era di Delmastro, tutto documentato. Ma i pm non si fermano alle fatture: guardano il «nero», le contabilità sospette, le conversazioni.
Si vedrà, e si vedrà anche quale sarà la versione fornita da Delmastro quando sarà sentito dalla commissione parlamentare antimafia. Finora le cose che abbiamo sentito non sono per nulla credibili.
Chi sono i Senese
E del caso Delmastro, ma soprattutto del ruolo del clan Senese a Roma, giovedì pomeriggio sono stato a parlarne a Tagadà, il programma del pomeriggio di La7 condotto da Tiziana Panella dove – chi mi conosce lo sa – ho lavorato per un paio d’anni. Ospite insieme a me, la firma del Corriere della Sera Giovanni Bianconi. La chiacchierata è stata anche l’occasione per presentare il mio nuovo libro “La figlia del clan”.
Qui, se volete, lo spezzone della puntata.
A proposito de “La figlia del clan” vi segnalo anche alcuni appuntamenti radiofonici di queste ore. Sono stato al Gr1 e Gr2 di Radio Rai. Potete ascoltare qui di seguito il servizio e l’intervista di Simona Decina.
Ho partecipato anche a Buona la prima su RadioInblu2000 ospite di una giornalista molto attenta ai temi delle mafie come Federica Margaritora. Potete ascoltare qui di seguito la nostra chiacchierata.
Ho fatto inoltre una lunga chiacchierata anche con un vecchio amico, lo scrittore e giornalista Giulio Cavalli.
Se volete sapere di più sul mio libro vi ricordo l’appuntamento a Roma per la prima presentazione insieme a Teresa Ciabatti.
Se volete poi potete acquistare il libro in tutte le librerie e negli store online, per esempio cliccando qui.
Robin Hood per la droga
Prima di salutarci voglio raccontarvi una notizia che mi è sembrata molto curiosa, che mi ha segnalato un amico. E parla di novelli Robin Hood. Chissà che Vito Foderà non voglia farci una puntata della serie #Chiediallapolvere del suo VitoAbbreviato
Dopo i droni e la lenza da pesca per far entrare la droga all’interno del carcere di Prato c’è anche il lancio di frecce. E’ la nuova modalità di approvvigionamento dello stupefacente scoperta ieri sera, come rende noto la procura di Prato. Alle 20.30 di qualche giorno fa circa sul muro di cinta del penitenziario è stata rinvenuta una freccia, lanciata dall’esterno, alla cui punta – si spiega in una nota – erano legati due pacchetti risultati poi contenere circa 98 grammi di hashish. Dal 12 febbraio fino alla fine di marzo, riferisce sempre la procura, le attività investigative hanno consentito di sequestrare in carcere, “in quella che può definirsi una piazza di spaccio del circondario pratese, 1.058,6 grammi di hashish, 34,2 di cocaina e 9 telefoni illegalmente detenuti. Nel corso del 2025” sequestrati invece “43 telefoni risultati utilizzati dai detenuti, 175,64 grammi di cocaina, 1.147,30 di cannabinoidi e 1,59 grammi di ecstasy sempre” ai detenuti. “La collaborazione dei detenuti – conclude la Procura – continua a rivelarsi fruttuosa e si auspica possa incrementarsi”.
Non è una notizia divertente oltre che interessante?
Buona Pasqua a tutte e tutti.
Danilo




