Non passa settimana che la cronaca non ci sbatta in faccia nuovi e sempre più gravi fatti di violenza che hanno protagonisti (o vittime) minori o giovanissimi. La notte tra il 26 e il 27 maggio l’omicidio alla stazione di Milano Certosa del 22enne Gianluca Ibarra Silvera da parte di un gruppo di dieci, forse quindici ragazzi. Un fatto enorme, e che ha fatto risvegliare Milano dall’illusione che non esistessero più le bande giovanili, le cosiddette bande di latinos. Un fenomeno su cui varrà la pena ritornare.
E poi le violenze contro gli insegnanti (fatti ancora tutti da capire e interpretare), inseguimenti, accoltellamenti, tentati omicidi. Di fronte a questi episodi, la solita inutile e dannosa retorica della politica e dei media (con la complicità di qualche presunto psicologo). E nessun passo in avanti per capire cosa accade a una generazione. E invece.
Prima di andare avanti, mi prendo un momento per ricordarvi che questa è la newsletter del Media Civico di daSud, un progetto collettivo di scrittura, attivismo e di giornalismo multicanale su temi come potere, democrazia, mafie, diritti, immaginario. Quella di oggi è curata da me, Danilo Chirico, che sono un giornalista, un autore televisivo, che anni fa ho fondato daSud. Qui su Substack questa è la mia unica newsletter e il mio unico spazio. Se non sei iscritto/a, fallo subito cliccando qui sotto
La serie di storie: “Lasciami dire”
E invece uno sforzo di comprensione va fatto, se davvero abbiamo a cuore il destino di una generazione. Ci provo da anni, con daSud. E da ultimo scrivendo il dossier Dis(armati) realizzato per Save The Children (potete scaricarlo qui), frutto di un’inchiesta durata un anno in tutta Italia. Da questo incontri, per questa newsletter è nata la serie di storie di violenza minorile “Lasciami dire”. Questa è la seconda puntata.
LA STORIA – “Appena esco lo ammazzo”
Fuori c’è un corridoio che non finisce mai. Lo percorro due volte prima di trovare la stanza giusta, e in quei minuti incrocio tre educatori, un agente, un carrello con il pranzo. Tutto ha un ritmo qui dentro, un ordine preciso. Entro, mi siedo. Lui è già seduto, le mani sul tavolo, gli occhi che valutano. Paolo ha quindici anni. Ne dimostra trenta.
Parliamo di molte cose, in quella stanza. Di piazze, di motorini, di soldi spesi in una notte. Poi, a un certo punto, senza che glielo chieda, mi dice di sua madre.
«Il suo fidanzato l’ha quasi impiccata»
«Che vuol dire?»
«Questo»
Non metaforicamente — l’aveva presa per il collo, l’aveva sollevata, l’aveva fatta perdere i sensi. Era rimasta in codice rosso. Era sopravvissuta. A salvare la situazione era stato suo fratello, nove anni. Aveva sentito i rumori, era uscito nel giardino, aveva chiamato aiuto finché una vicina del palazzo di fronte non aveva aperto la finestra. L’ambulanza era arrivata in tre minuti, per fortuna l’ospedale era a due passi.
«Cos’è successo?»
«Che a quello hanno messo un braccialetto»
«Elettronico?»
«Sì, un braccialetto. Solo un braccialetto»
dice quando gli chiedo di ripetere. Mi guarda come se fossi lento. Come se la sproporzione tra quello che ha fatto quell’uomo e quello che gli hanno dato in cambio fosse una cosa ovvia, già metabolizzata, che non vale nemmeno la pena di commentare.
Almeno questo mi sembra. Ma c’è una cosa che continuo a pensare, mentre lo ascolto. E non è la violenza in sé, quella, purtroppo, non mi sorprende più. È l’immagine di suo fratello di nove anni, che esce in giardino, che urla chiedendo aiuto, che salva sua madre.
Ha fatto la cosa giusta, l’unica possibile, ma non sarebbe toccato a lui. Questo penso. E poi che cosa è successo? Si è tutto disfatto: l’uomo che ha quasi ucciso sua madre è uscito con un braccialetto. Sua madre è andata in una struttura protetta. I fratelli si sono divisi tra comunità e carceri. La famiglia si è dispersa. Quel bambino adesso ha dieci anni, forse undici. Non so dove stia, né chi si occupi di lui o se qualcuno gli abbia mai spiegato cosa è successo. Probabilmente l’ha dovuto capire da solo, come sempre, come tutto.
«Quando esco, se lo vedo lo uccido.
Lo uccido senza pensarci».
Paolo non lo dice con rabbia. Lo dice con la stessa naturalezza e calma con cui mi ha raccontato tutto il resto – i prezzi della droga, le piazze, i motorini. Come qualcosa di scontato, già deciso, ineluttabile.
«Ma non ci pensi alle conseguenze?»
«Sì».
«E allora?»
«E allora lo faccio lo stesso.»
Non è spavalderia, è la logica conseguenza di un fatto. Il resto non conta, neppure il carcere, di nuovo. Penso spesso, ma non riesco a immaginarlo, a comprenderlo davvero, a cosa significa crescere dentro una violenza che non viene inquadrata, forse persino nominata. Né quella delle sparatorie, anche se ha i suoi codici e contesti. Né a maggior ragione la violenza domestica – quella che accade dietro le persiane, dietro le porte, tra persone che si conoscono, che a volte conosciamo.
Questo ragazzo ha quattro tentati omicidi a carico. Ed è accusato di associazione. Ha trascorso un anno in carcere minorile a quindici anni. È lui la storia, quella che fa notizia, quella che alimenta il dibattito sulla criminalità giovanile, sulla camorra, sulla mancanza di futuro nel Sud. E su questo non c’è dubbio. E tuttavia dentro quella storia ce n’è un’altra di storia, più silenziosa: quella di un bambino che guardava sua madre prendere le botte dal fidanzato e non poteva fare niente. Un ragazzo cresciuto in una casa in cui la violenza era già presente. Prima delle piazze, prima delle pistole, prima delle bande. Naturalmente questo non spiega tutto, inutile essere ingenui. Ma di certo non si può raccontare solo metà della storia. Per capire, per non sentirsi migliori e giudicare.
«Adesso tua madre come sta?»
«Sta bene».
Ha finito il percorso nella struttura protetta, esce la prossima settimana, finalmente tornerà a casa – una casa nuova, in un posto diverso, lontano dal fidanzato. Parla e, per la prima volta in tutta la conversazione, qualcosa nel suo viso cambia. Non sorride, no, non lo ha fatto mai in più di due ore. Ma qualcosa in quei lineamenti si allenta.
Poi ci pensa: la prossima settimana sua madre esce. Ma lui è qui dentro, lui non ci sarà.
«Lo so, ma per ora basta così».
Una cosa per volta, Paolo.
Una storia / un consiglio
Alla fine di ciascuna storia di “Lasciami dire” ti consiglierò qualcosa da leggere, guardare, ascoltare. Qualcosa che mi è venuto in mente incontrando i ragazzi, ripensandoci, scrivendo queste righe ispirate alla loro vita. Questa volta ho pensato a L’adolescente di Fëdor Dostoevskij. Una storia lontana, eppure così vicina.
Mammasantissima – Almanacco Antimafia/7
Giuseppe Valarioti
IL FATTO. 11 giugno 1980
Giuseppe Valarioti, professore precario e archeologo, intellettuale e politico, è segretario del Pci e consigliere comunale a Rosarno, viene ucciso a colpi di lupara la notte tra il 10 e l’11 giugno del 1980: è appena uscito dal ristorante in cui ha festeggiato la vittoria alle elezioni amministrative con i suoi compagni. Il suo è il primo omicidio politico della storia della Calabria. E’ rimasto impunito.
Quella di Valarioti, ucciso a soli trent’anni, è la storia di chi in una terra di disoccupazione giovanile e grandi speculazioni, emigrazione e affari sporchi è stato capace di interpretare le contraddizioni del presente e di proiettare la propria azione nel futuro: è per questo che le sue intuizioni sono ancora oggi ottime mappe interpretative della realtà. Valarioti – insieme al suo maestro politico Giuseppe Lavorato – aveva individuato il malaffare legato ai finanziamenti pubblici al sud quando tutti consideravano i mega appalti come un’occasione di ricchezza, aveva decodificato in anticipo le trasformazioni della ’ndrangheta e scelto di mettersi di traverso all’ingresso delle cosche in politica. Credeva nella responsabilità personale e nella partecipazione («se non lo facciamo noi, chi deve farlo?», diceva ai suoi compagni), pensava che educazione e cultura, lavoro e welfare fossero le vere opportunità di emancipazione per i giovani, credeva che fosse necessario sporcarsi le mani con i bisogni delle persone e soprattutto considerava la politica uno strumento formidabile per raggiungere il bene comune e contrastare concretamente le mafie. Una storia personale che è una tessera di una storia collettiva, grande e ambiziosa che oggi viene richiamata anche da un giardino romano, intitolato a lui grazie a daSud.
Ormai molti anni fa ho raccontato la storia di Peppe Valarioti in un libro, scritto con Alessio Magro, che si intitola Il caso Valarioti. Potete trovarlo qui.
Nuovi appuntamenti con La figlia del clan
Calabria Book tour – Prima parte
Dopo un primo giro per l’Italia è il momento di portare il libro “La figlia del clan”, scritto con Giuseppina Pesce, anche in Calabria. E a partire dalla prossima settimana c’è un calendario piuttosto fitto di appuntamenti.
Sarò il 17 giugno a Cosenza nell’ambito della rassegna Voci di legalità insieme al sindaco Franz Caruso e alla giornalista Raffaella Salamina.
Giovedì 18 sarò invece a Reggio Calabria, la mia città, su invito del circolo Calarco. A discutere insieme a me sarà la giornalista Anna Foti.
Venerdì 19 sarò invece a Lamezia Terme al Festival Trame insieme a Giovanni Tizian. Quella sera è previsto un intervento da remoto anche di Giuseppina Pesce.
Sabato 20 sarò a Catanzaro, alla libreria Ubik, insieme al libraio Nunzio Belcaro e alla magistrata Annamaria Frustaci.
Domenica 21 invece sarò a Roccella Jonica ospite del Festival dell’argomento a piacere diretto da Tommaso Labate.
C’è anche una piccola sorpresa per il 24 giugno. Ma ne parliamo presto.
Per avere tutte le info, seguitemi sui social. E se volete acquistare il libro vi ricordo sempre che potete farlo in tutte le librerie e anche qui.
Ci vediamo in giro,
Danilo




