Un paio di settimane fa Banca d’Italia, presentando il rapporto della Financial Unit italiana, ha lanciato due messaggi: nel 2025 le segnalazioni di operazioni finanziarie sospette sono cresciute dell’11,5% rispetto al 2024. E poi: le criptoattività «risultano sempre più utilizzate a fini di riciclaggio diverse analisi hanno evidenziato trasferimenti su reti decentralizzate di proventi illeciti, spesso legati a reati informatici, nonché operazioni verso indirizzi riconducibili a piattaforme di gioco online non autorizzate». A queste due notizie nelle stesse ore se n’è aggiunta una terza: a Prato è stata scoperta una banca fantasma gestita dalla mafia cinese e al servizio delle mafie italiane: movimentava 100 milioni di euro all’anno.
Un puzzle utile a definire il profilo delle mafie contemporanee e globali. E tuttavia oggi voglio fare un altro ragionamento: e se pensando alla trasformazione globale e tecnologica delle mafie ci fossimo persi il fatto che i clan stanno tornando con prepotenza al proprio passato più violento fatto di omicidi, estorsioni, bombe, intimidazioni, minacce ed esposizione della forza?
Prima di andare avanti, mi prendo un momento per ricordarvi che questa è la newsletter del Media Civico di daSud, un progetto collettivo di scrittura e giornalismo multicanale su temi come potere, democrazia, mafie, diritti, immaginario. Quella di oggi è curata da me, Danilo Chirico, che sono un giornalista, un autore televisivo, che anni fa ho fondato daSud. Questa è la mia unica newsletter e il mio unico spazio su Substack. Se non sei iscritto/a, fallo subito cliccando qui sotto
La mafia è tornata violenta
Per provare a rispondere a questo interrogativo vi invito a fare con me il gioco di unire i puntini, come quello celebre della Settimana Enigmistica. E cioè a provare a fare una descrizione delle mafie mettendo insieme alcune notizie delle ultime settimane.
L’avvio di questa riflessione è nata leggendo un fatto curioso su Bari che mi ha riportato a certi discorsi che sentivo fare nella Reggio Calabria della mia infanzia, quella degli Anni Ottanta quando era in corso la seconda guerra di mafia che ha fatto circa 800 morti ammazzati.
Siamo all’inizio di maggio e sulle chat dei genitori del liceo scientifico Fermi compare questo messaggio: «Per motivi di sicurezza dovuti agli ultimi episodi di sparatorie a Bari vecchia, preferiamo non rischiare e rimanere a scuola per le ultime attività da svolgere». Che cosa era accaduto? Che a Bari nel mese di aprile c’erano state ben 4 sparatorie, legate ad alte due avvenute nella vicina Bisceglie.
Una situazione preoccupante che ha convinto il referente pugliese di Libera don Angelo Cassano a rilasciare un’intervista coraggiosa alla Gazzetta del Mezzogiorno:
«Penso che dobbiamo avere il coraggio di dirci la verità: qualcosa si è indebolito. Dopo la morte di Fazio e Marchitelli, Bari aveva reagito con grande forza. La città si era mobilitata, erano nati percorsi importanti, si respirava una partecipazione collettiva vera. Quell’onda lunga è andata avanti per anni, ma oggi vedo stanchezza e fragilità. Forse l’antimafia sociale, così come l’abbiamo costruita in passato, non basta più».
Parole rare, importanti, soprattutto se paragonate alla tendenza – troppo diffusa tra le classi dirigenti – di sminuire quello che accade da quelle parti.
Ma in Puglia, Bari e il Barese, non sono l’unico territorio da tenere sotto osservazione. Un altro puntino da unire è nel Foggiano dove, poche settimane fa, il procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo ha lanciato un allarme:
“La situazione a Foggia è persino più grave di quella che si rivela nella Sicilia occidentale o in Calabria. Qui non è ancora avvenuta in maniera aperta e definitiva la rottura del patto di omertà che regge i rapporti tra mafiosi e vittime”.
Si tratta – anche qui – di fatti violenti che si mescolano con la capacità di stare nel tessuto sociale ed economico del territorio. I due aspetti non possono stare separati, perché uno è strettamente collegato all’altro. Così ancora Melillo:
“Gli omicidi, le estorsioni sono semplicemente gli strumenti per mantenere in vita la reputazione violenta di un’organizzazione che però è molto più complessa”
Il caso pugliese salta agli occhi, ma non è l’unico. Basta, lo dicevo, passare in rassegna le cronache locali per rendersene conto. Ci sono gli incendi e le bombe per le richieste estorsive a Palermo (qui sotto il video delle auto dell’azienda Sicily by car di qualche settimana fa).
C’è un incredibile e disinvolto utilizzo del kalashnikov. Questa è quello che è accaduto a Napoli, nel quartiere Montesanto, dopo una rissa. Probabilmente vi sarà capitato di vedere queste immagini.
Forse, invece, non avete visto questa corsa di cavalli clandestina “punteggiata” da colpi di pistola e – ancora – di kalashnikov avvenuta non più tardi di un paio di mesi fa a Catania.
Nella città etnea la situazione è preoccupante.
Avvenire, il 4 luglio, racconta di una vera e propria escalation di Cosa nostra. Solo negli ultimi giorni ci sono stati 20 arresti in un’inchiesta antimafia, tre minorenni feriti in una sparatoria, cinque persone accusate di tentato omicidio con aggravante mafiosa e il sequestro di un arsenale con kalashnikov e armi da guerra. La commissione regionale antimafia terrà oggi un vertice ad hoc.
E naturalmente non vanno meglio le cose in Calabria. Dove segnalo due vicende, che mi sembrano emblematiche. La prima: il clan Piromalli – sostiene la procura di Reggio Calabria, con le indagini relative all’inchiesta Res Tauro – avrebbe messo in fuga nientemeno che la Amazon di Jeff Besos che avrebbe rinunciato al progetto di costruire un hub nell’area portuale di Gioia Tauro per le pesanti ingerenze della criminalità organizzata. Ne ha scritto, tra gli altri, Il Fatto Quotidiano.
Non che sia mai finita l’era della mazzetta, ma da anni non sentivo una notizia del genere in Calabria.
La seconda invece riguarda Vibo Valentia e la sua provincia dove da qualche tempo si è tornati a respirare una bruttissima aria. Con ondate di intimidazioni, incendi, spari contro imprenditori e anche contro amministratori e dirigenti pubblici. Attacchi sfrontati, persino sotto la lente delle telecamere (sotto, un fotogramma del video): un quadro inquietante che meriterebbe ben altra attenzione da parte della politica.
Per non parlare delle stese e degli omicidi a Napoli tornati di stringente e drammatica attualità. Basti pensare alla sera del 16 giugno quando nel giro di pochi minuti tra via Pontenuovo e San Giovanni a Teduccio ci sono stati un omicidio (di Antonio Mauro, sotto la foto del luogo dell’agguato), considerato vicino al clan e tre gambizzazioni. O alla diffusione delle stese – nella settimana immediatamente successiva se ne sono contate cinque. C’è un urgente bisogno di “disarmare” la città.
Per non parlare delle minacce di morte – che ci riportano con la memoria a stagioni del passato – contro i magistrati che sono impegnati nella battaglia antimafia (e nell’inchiesta Hydra: qui gli ultimi aggiornamenti) a Milano, Alessandra Cerreti e Rosario Ferracane, in forza alla Dda meneghina. Potrei andare avanti a lungo nella ricostruzione di questi fatti violenti.
Che cosa sta succedendo?
Da anni ormai – senza alcun dubbio – è in corso con grande successo un fenomeno di normalizzazione delle mafie, di trasformazione (anche tecnologica) delle attività, di inabissamento e di legalizzazione degli affari che ha fatto crollare l’allarme sociale e ha permesso ai clan (che alla violenza hanno preferito l’uso del denaro) di essere più efficaci ed efficienti, di conquistare indisturbati nuovi mercati, di distribuire ricchezza e acquistare sempre maggiore consenso sociale grazie a una “collaborazione” sempre più intensa tra mondo legale e illegale. Da qualche tempo però sta accadendo qualcosa. E’ iniziato un processo inverso: un ritorno al passato – quello più violento – un ritorno alle origini – la comfort zone per le organizzazioni criminali. Le ragioni possono essere molte, magari non tutte coincidenti tra le diverse organizzazioni. La prima è che, dopo gli arresti di questi anni, le nuove generazioni criminali che si stanno affacciando sulla scena hanno almeno due necessità: prevalere su eventuali avversari e riaffermare il prestigio “ammaccato” del clan sul territorio. Una seconda ragione, segnalata da alcuni investigatori, riguarda la necessità di imporre la propria identità sui social network da una parte e l’uso spropositato di stupefacenti dall’altra che favorirebbero comportamenti più violenti da parte dei rampolli meno avveduti. C’è infine una terza ragione, ancora poco indagata: dopo le maxi inchieste degli Anni Novanta su molti territori molti boss stanno uscendo dal carcere per fine pena. Quasi mai hanno voglia di andare in pensione: il loro rientro in campo (anche se non hanno mai davvero perso del tutto la loro influenza) sta determinando degli scossoni. Tre ragioni, tre casi – ce ne saranno molti altri – in cui si può rendere necessario farsi sentire con le bombe e i proiettili. Con il vecchio linguaggio delle mafie.
Forse mi sbaglio, ma tutto questo – sono convinto – meriterebbe una discussione pubblica. Della politica, del mondo dell’antimafia, dei cittadini. E invece tutto questo sta avvenendo dentro un clima di totale distrazione e sottovalutazione. La conseguenza, temo, è che saremo costretti a occuparcene quando sarà troppo tardi. Diamoci una mossa.
ps. Tra i cambiamenti con cui potremmo avere a che fare ce n’è un altro: il Fentanyl. Di cui parleremo, non appena si capirà qualcosa in più dello strano furto di fiale all’ospedale israelitico di Roma.
Il premio Giannino Losardo
Prima di salutarvi, voglio solo condividere anche qui una notizia: il 24 giugno mi è stato assegnato il premio Giovanni Losardo.
Giannino Losardo è stato un importante dirigente del Partito comunista calabrese, assessore a Cetraro (CS). È stato ucciso il 22 giugno del 1980. È il secondo omicidio politico, contro un esponente del Pci, in dieci giorni in Calabria (l’11 giugno era toccato a Peppe Valarioti). Sono storie che hanno segnato la storia della mia terra e anche il mio impegno, di attivista e giornalista.
Anche per questa ragione sono davvero contento di avere ricevuto – mancava da 18 anni, il consiglio comunale di Cetraro lo ha finalmente ripreso in mano – il Premio Nazionale di Cultura intitolato a Losardo. Per il giornalismo, per il mio modo di fare giornalismo.
Non poteva esserci modo migliore per chiudere la prima parte del giro calabrese con #lafigliadelclan (le foto sono del Festival dell’Argomento a piacere di Roccella Jonica diretto da Tommaso Labate). In Calabria torno presto. Il prossimo appuntamento sarà il 18 luglio. Presto tutti i dettagli.
Ci vediamo in giro,
Danilo
(Vi ricordo che se volete supportare il mio lavoro potete acquistare La figlia del clan in tutte le librerie o anche negli store online, per esempio QUI)




