Sabato sera, piazza Municipio a Napoli. Un quattordicenne viene accoltellato tre volte all’addome da un quindicenne. Motivo: un saluto di troppo a una ragazza.
Nessuno stupore, è uno dei tantissimi casi registrati e presto dimenticati dalle cronache in questi mesi. Prova a tenere alta l’attenzione Concetta Napoletano, la mamma di Francesco Pio Maimone, il 18enne ucciso nel marzo 2023 sul lungomare da un proiettile vagante esploso durante una rissa per un paio di scarpe. Chiede alle famiglie di non tacere. Il prefetto napoletano Michele Di Bari annuncia più controlli, ma non può che ammettere: la repressione da sola non basta.
E che cosa serve allora, a Napoli e nelle altre città italiane?
Prima di andare avanti, mi prendo un momento per ricordarvi che questa è la newsletter del Media Civico di daSud, un progetto collettivo di scrittura, attivismo e di giornalismo multicanale su temi come potere, democrazia, mafie, diritti, immaginario. Quella di oggi è curata da me, Danilo Chirico, che sono un giornalista, un autore televisivo, che anni fa ho fondato daSud. Qui su Substack questa è la mia unica newsletter e il mio unico spazio. Se non sei iscritto/a, fallo subito cliccando qui sotto
Il dossier Dis(armati)
Mi sono interrogato a lungo in questi anni sulla criminalità minorile, l’uso delle armi tra i ragazzini, la violenza cosiddetta giovanile. Non sono arrivato a una risposta convincente, ma ho maturato due convinzioni: che la repressione, l’inasprimento delle pene, l’abbassamento dell’età dell’imputabilità (progetti divenuti legge, idee che potrebbero divenire legge) non siano risposte efficaci. Ma, prima di tutto, che nessuno davvero abbia capito cosa passi per la testa dei ragazzi e delle ragazze, cosa succede nelle scuole, nelle strade, nelle piazze, sulle metro, all’interno delle famiglie perché troppo poco i ragazzi e le ragazze vengono ascoltati. Ecco perché, dopo anni di lavoro con daSud, dentro e fuori dalle scuole, insieme a Save The Children abbiamo messo su un team di ricerca che – come sa chi segue questa newsletter – è stato sul campo per un anno intero, da Nord a Sud. Quello che ne è venuto fuori è il rapporto Dis(armati) che potere scaricare qui.
Una nuova serie di storie: “Lasciami dire”
Da quel viaggio, e dal lavoro che ho condotto in questi anni sulla violenza minorile, sono nate alcune storie. Sono liberamente ispirate dalla realtà, dagli incontri con i ragazzi. Le potete leggere qui, su questa newsletter, in una serie che si chiama “Lasciami dire”. Perché, appunto, i ragazzi e le ragazze hanno bisogno prima di tutto di raccontarsi. Questa è la prima, parla di Luca, è ambientata a Napoli..
LA STORIA – Luca, 14 anni e un fendente “giusto per”
La prima cosa che dice è che non ricorda bene la data.
«Tre mesi fa, forse quattro», dice, come se la distanza esatta fosse importante. Poi ci pensa, aggiunge: «All’inizio dell’estate, è finita all’inizio dell’estate».
Sta parlando della sua ex fidanzata. Solo dopo capisco che il confine tra le due cose – la fine della storia con lei e l’altra cosa, quella che lo ha portato qui – per lui è piuttosto sottile. Che i mesi si mescolano, che il tempo prima e il tempo dopo non hanno una linea netta.
Luca ha sedici anni, viene da uno di quei paesi della cintura napoletana che si somigliano tutti – stessa densità, confusione, stessa sensazione di essere abbastanza vicini alla città da sentirla e abbastanza lontani da non appartenerle davvero. Frequenta una scuola alberghiera, gli piacerebbe imparare a fare i primi piatti. La pasta e patate, dice, ancora non la sa fare. Ride. Ha una risata veloce, che come arriva sparisce.
Ma non è la scuola il centro. Quello che gli è sempre sembrato importante è scendere a Napoli, il sabato sera. Lo fa puntuale tutte le settimane, da quando ha 13 anni. Lo fa quasi sempre con una comitiva di ragazzi più grandi di lui. Ragazzi di diciotto, diciannove, venti anni. Il suo migliore amico non c’è, lui gli ha sempre detto di non andarci a Napoli con loro. «Troppa confusione», spiegava. «Meglio il paese. E poi quelli lì…».
Ma Luca non lo sta a sentire, non capisce. A Lui quella cosa lì di andare a Napoli con i grandi piace. Gli piace il centro di notte, la gente, il casino. A quattordici anni ha già una ragazza. Non dice mai il suo nome, la chiama solo «quella ragazza», lei che si chiama Anna. Dice che non l’ha più vista, che «non era il caso». Lo dice con una certa naturalezza, come chi sa bene che è giusto costruire distanza tra sé e le cose che fanno male. Quella sera è con lei. Una sera di sabato, a mezzanotte.
«Ma che fai a mezzanotte a Napoli a quattordici anni?»
«Stavo. Gli amici, ‘o burdello, sabato sera»
Scende con gli amici, torna con suo padre, a mezzanotte o poco più tardi.
Quella sera in piazza c’è un ragazzo che comincia a fissarlo. Non si stupisce, lo sa. C’è già stato, ha già visto come funzionano quelle dinamiche, quasi non ci fa caso, come quando guardi il traffico delle auto.
Ma lui continua a fissarlo. E comincia a salire la tensione, perché quel ragazzo lo ha già incrociato due volte. La prima l’ha evitato. La seconda pure. Questa volta è diverso.
«C’è un sacco di gente attorno a me».
Luca mette la mano in tasca.
Qui lo fermo un secondo, perché quello che succede dopo – il coltello, il gesto, le conseguenze – è racchiuso in una cosa piccola che Luca butta lì, quasi di passaggio, e che invece merita attenzione.
«Perché avevi il coltello?»
«Perché ero dichiarato con questi ragazzi.»
Non «perché avevo paura». Non «perché volevo fargli del male». Ma «perché ero dichiarato», che è come dire che il copione è già scritto e lui deve interpretare la sua parte. Lo ha comprato da qualche giorno, in un negozio a Napoli. Coltello siciliano. Lo tiene nascosto in una scatola di uno smartphone, a casa.
«E i tuoi lo sapevano?»
«No»
«Lo sapeva qualcuno?»
«Solo io»
Perché certe cose, lascia intendere, bisogna gestirsele da soli. Il coltello all’inizio non è un’intenzione. Ce l’hai perché va così. «Quando compri il coltello lo compri giusto per». Poi però quando ce l’hai in tasca quel giusto per può trasformarsi.
Luca stringe il coltello in tasca, e discute con quel ragazzo senza estrarlo. Volano parole grosse, poi per qualche motivo il ragazzo si allontana, gli dà le spalle. Luca si gira, comincia ad andarsene anche lui. Poi qualcosa scatta nella sua testa, si gira un’altra volta.
«Gli do un fendente».
«Ma perché?»
«Prima io di lui»
Poi scappano, uno da una parte, uno dall’altra.
«Fuggirono tutti».
Lui corre, il coltello gli cade, lo lascia lì. Scappa, si allontana senza sapere come sta quel ragazzo ferito. Si nasconde in un angolo, il fiatone, il cuore in gola. Chiama suo padre. Gli dice che ci sono stati problemi, che si sono presi a parole, uno schiaffo.
Il padre viene a prenderlo. Sulla strada verso casa Luca capisce che il padre «sente qualcosa», che è agitato, che la versione dello schiaffo non regge. Ma non gli confessa nient’altro. Solo quando arriva a casa, e «non capisci ancora niente, sei ancora scombussolato», trova il coraggio e la lucidità di raccontare tutto. «Gli ho dato una coltellata»
«Perché gliel’hai detto in quel momento?»
«Perché sapevo che la polizia stava arrivando, tanto valeva…».
Non è confessione, non è pentimento, è un calcolo, che appare lucido.
Lo portano in Questura.
«Hai visto che hai combinato?»
Luca mette le mani in faccia. Ma non è per vergogna.
«Mi veniva una cosa, una risata. Ero nervoso».
Capisce che il ragazzo ferito si è salvato, ma la prognosi è riservata, supera i 40 giorni. L’accusa sarà tentato omicidio, fa impressione, per un quattordicenne.
Penso spesso a quelli come Luca. Non riesco ad accettare quanto basti poco per trasformare un ragazzo normale in qualcuno costretto ad affrontare qualcosa di irreversibile.
Non sono mostri, non sono camorristi, sono ragazzi. Stanno lì, scendono in città perché lo fanno quelli più grandi, hanno un coltello in tasca “giusto per”.
Non mi rassegno, anche se non trovo una soluzione. Ma so che questa logica non può essere casuale. Dipende da dove nasci, cresci, da quello che vedi, da quello che ti sembra normale perché è l’unica cosa che conosci.
«Hai pensato, impugnano il coltello, che avresti potuto ucciderlo?»
«Dopo ci ho pensato».
«E adesso vorresti incontrare quel ragazzo?»
«No»
«Perché?»
«Non lo so. Non è una cosa che non voglio affrontare. È proprio una cosa che non ho incontrato».
Non è rifiuto, non è fuga, semplicemente non è ancora diventata una domanda reale.
Quello che invece ha incontrato è il mare, da quando sta nel circuito della giustizia minorile. Ha fatto la barca a vela, ha fatto regate, ha preso il brevetto subacqueo.
«Dove ti immagini tra dieci anni?»
«A fare un’immersione in un fondale molto famoso».
Chissà quale, chissà dove.
«E cosa direbbe Luca tra dieci anni al Luca di oggi?»
«Gli direbbe di capire bene con chi fa le cose».
Non «non farlo». Non «stai attento».
«Capire bene con chi».
Non è la risposta che mi aspettavo, non è neppure una risposta buttata lì.
Ci rifletto, Luca.
Una storia / Un consiglio
Alla fine di ciascuna storia di “Lasciami dire” ti consiglierò qualcosa da leggere, guardare, ascoltare. Qualcosa che mi è venuto in mente incontrando i ragazzi, ripensandoci, scrivendo questa storia ispirata al loro racconto e alla loro vita. Il primo consiglio è un gran libro (c’è anche una versione cinematografica del 2024): I ragazzi della Nickel di Colson Whitehead, vincitore del premio Pulitzer. Qui l’autore racconta la trama in meno di un minuto.
#inturné / La figlia del clan
Vi ricordo che sono in giro per le presentazioni de “La figlia del clan”, il libro che ho scritto con Giuseppina Pesce, la più importante collaboratrice di giustizia della ‘ndrangheta. Domani sono a Roma alla libreria Arethusa insieme a Max Proietti.
Sabato mattina invece sono al Salone del libro di Torino, nell’Arena Robinson di Repubblica a partire dalle 11 insieme ad Alessandra Carati in un incontro su “Padri, madri, colpe: sopravvivere o rinascere” moderato da Giada Lo Porto. E poi avrò un po’ di interviste in giro.
Il libro è in tutte le librerie e sugli store online e potete comprarlo cliccando QUI.
A presto,
Danilo




