Caro Manifesto,
equità, sobrietà e competenza sono le parole che accompagnano, come in una perenne luna di miele, il governo tecnico del presidente del Consiglio Mario Monti. Un esecutivo garante fin dall’inizio, nei proclami, di un Paese senza più dislivelli, furbetti e leggi ad personam. La verità è che invece, come sottolineato più volte, il governo tecnico e i suoi tagli spesso indiscriminati, gravanti solo sulle fasce più deboli, stanno riducendo gli spazi di libertà disponibili per ragionare assieme sul futuro dell’Italia. Pensiamo sia allarmante che il governo dei banchieri stia riuscendo in tre mesi nell’opera in cui Tremonti e Berlusconi, in quasi vent’anni, non sono riusciti a portare a compimento: cancellare il pluralismo e la libertà di stampa, chiudere cento testate, spazzare via quarantanni di storia del Manifesto e spegnere sul nascere qualsiasi tipo di dibattito.

Senza una riforma adeguata il Manifesto viene equiparato ai tanti giornalini che hanno fagocitato, grazie ai parlamentari di turno, milioni di euro di contributi pubblici. Solo adesso ci siamo accorti dell’Avanti e del suo direttore Lavitola? Il Manifesto è una vera cooperativa editoriale, un collettivo che scrive un giornale vero. Uno strumento importante che in questi anni ha raccontato verità, sollevato dubbi e proposto alternative. Che ha fatto cronaca reale di temi e avvenimenti che non sono quasi mai stati raccontati con la stessa complessità in altri giornali, nelle televisioni e nei programmi di approfondimento.

Assieme a te abbiamo amplificato i temi che talvolta anche per i partiti della sinistra hanno rappresentato solo delle scocciature: il caporalato nel Mezzogiorno e le arance insanguinate di Rosarno, le navi dei veleni in Calabria e la storia del capitano Natale de Grazia, le vittime innocenti e dimenticate della ‘ndrangheta, le creatività per la costruzione di un nuovo immaginario antimafie, la difesa dei beni comuni quando ancora non era diventata un’espressione di “moda”.

Assieme a te vorremmo raccontare sempre di più. Perché la crisi economica e sociale, le trasformazioni del sistema politico, la crisi della sinistra e anche questa del Manifesto, possono e devono rappresentare un’occasione per fare tesoro degli errori commessi, per ripartire dalle nostre insufficienze e parzialità. Le scorciatoie che abbiamo imboccato, le indulgenze che abbiamo voluto per noi stessi si sono rivelate false soluzioni. Con rigore e inedite curiosità dobbiamo ricominciare un cammino. Nei prossimi anni e adesso. Utilizzando finalmente i giusti termini per affrontare questo periodo di crisi. Parole mai pronunciate dai tecnici di questo governo. Prima tra tutte la parola “mafie”: i clan e i loro affari in tutta Italia, l’unica “azienda” in crescita, che in controtendenza aumenta continuamente l’attuale fatturato di 150 miliardi l’anno, l’8% del Pil. La “mafie spa” adesso dispone di 60 miliardi di liquidità, ed è di fatto la prima banca del Paese. Dobbiamo accendere i riflettori su questo fiume di denaro che ingrosserà le tasche di chi fa finta di non vedere, al Sud come al Nord, e regala alle criminalità organizzate la gestione della cosa pubblica e il controllo dei nostri territori.

Vorremo ritornare a parlare di “Sud”, delle nuove migrazioni giovanili e della disoccupazione nel Mezzogiorno, cancellando ogni residuo di antica questione meridionale.Vorremo parlare di “reddito di cittadinanza”, contro la precarietà del lavoro, e anche in funzione antimafia per sottrarre manovalanza ai clan nelle regioni di tutta Italia.

E poi vorremmo parlare finalmente di questione di genere, di donne e di un Pil che le cancella, anche quando sono grandi erogatori di una ricchezza non riconosciuta.Insomma vorremmo parlare di diritti e di giustizia sociale, ridimensionando anche il termine “legalità”, impoverito da decenni di conflitti di interessi e leggi inique. Per questo non rinunceremo mai al Manifesto. Difenderlo oggi vuol dire lottare in prima persona per rivendicare il diritto all’informazione.

*Associazione daSud
www.dasud.it