Un sombrero e una pizza. Siamo a Sinaloa, nello stato messicano dove due fazioni sono in guerra dal 2024. Da una parte la Mayiza, fedele a El Mayo Zambada, ha adottato il sombrero ranchero, che richiama un suo soprannome, “El señor del sombrero”. Dall’altra Los Chapitos hanno fatto della pizza la loro icona, per assonanza con la Chapiza, il gruppo armato dei figli del Chapo. Sui social si combatte anche così, a colpi di hashtag e narrazioni, come mostra un reportage della BBC.
Lo stesso vale per le emoji. Dallo studio del Colegio de México sui TikTok dei cartelli la fetta di pizza risulta tra quelle che identificano il Cártel de Sinaloa. Per il Cartel Jalisco Nueva Generación c’è il gallo.
A marzo 2025 ho registrato una puntata di Seconda visione su perché i podcast sui narcos abbiano tanto successo e se raccontarli aiuti a capire o li faccia diventare un mito. Quella domanda guardava dalla parte di chi ascolta. Venti mesi dopo la devo girare dall’altra, verso chi sta davanti alla telecamera.
Le esecuzioni in diretta streaming
Martedì 4 agosto 2026, notte, Culiacán. Davanti a un fast food César Gastélum, “Cesarín”, fa una diretta con due amici. Scherzano sugli zaini dei fattorini. Una moto si ferma. Due uomini a bordo, uno spara alla testa e poi via. La camera resta accesa.
Faceva comicità e sfide. Su TikTok aveva centinaia di migliaia di follower. La Fiscalía de Sinaloa indaga, tra le altre piste, su alcuni suoi post che alludono a una fazione criminale. Per quanto è stato reso pubblico non era né minacciato né indagato. Un movente ufficiale, insomma, non c’era.
Una precisazione, perché qui la parola influencer inganna. Nelle liste dei morti ci sono un comico, un ambientalista, un venditore di dolci che si reggeva a un girello, uno youtuber che raccontava il suo passato nel narcotraffico. Gli ultimi due, per Latinus, sono “El Chilango” e “El Alucín”. Il primo, per la CNN, nei video mandava messaggi di sostegno al Chapo.
Quanti siano gli influencer o creatori di contenuti messicani uccisi nessuno lo sa: un registro ufficiale ovviamente non esiste. Latinus ne conta almeno dieci dal 2024. Il conto di El Universal, ripreso da Infobae, arriva a 19 fino ad agosto 2026. Da marzo 2025 sono sei i casi, Gastélum compreso, tra Culiacán, Ensenada, Zapopan e Temixco.
Cosa fanno, allora, quelli che il narco lo mettono in scena? Secondo ACLED (un osservatorio globale che analizza e mappa dati su conflitti e proteste) hanno una doppia funzione. Promuovono stili di vita e l’immagine dei cartelli (per reclutare). Possono aiutare a ripulire denaro.
Un’idea di come funziona la vetrina la dà lo studio del Colegio de México. Ha analizzato 100 account TikTok collegati a gruppi criminali, non a influencer. Il 47% faceva reclutamento esplicito, il 31% propaganda, con musica norteña e corridos (ne parliamo tra poco), hashtag, emoji e automobili di lusso.
Il secondo punto resta un’ipotesi. A luglio 2025 è emersa una lista di 64 creator sinaloensi che la Unidad de Inteligencia Financiera (UIF) avrebbe messo sotto indagine per sospetto riciclaggio. Gastélum non c’era. La maggior parte dei creator accusati nega.
Dietro le quinte si balla
A proposito di narcocorrido. Il corrido è una ballata popolare messicana, si sente dall’Ottocento e diventa popolare con la Rivoluzione. Il narcocorrido racconta storie di trafficanti. Il suo momento arriva negli anni Settanta con Los Tigres del Norte e “Contrabando y traición”: una coppia porta droga oltre il confine, finché lui tradisce lei (per chi vuole approfondire un bell’articolo su El Universal).
Si dice che i narcos pagassero per farsi comporre le canzoni. Dal 2011 diversi stati, Sinaloa compresa, hanno vietato la musica che esalta i boss. Nel 2025 Claudia Sheinbaum si è detta contraria a un divieto e ha puntato su México Canta, un programma per promuovere altri generi musicali popolari, orientando piuttosto che vietando.
Il narcocorrido usava le metafore. L’influencer no. Per Claudia Arruñada, della Universidad Iberoamericana, mostra una vita, la sua o quella che presenta come tale. La lega ai simboli del narco. Secondo ACLED, in una guerra tra fazioni l’omicidio di un influencer può essere letto come un messaggio intimidatorio all’altro schieramento.
Alcuni creator lavorano davvero per il narco, altri (forse la maggior parte) sono intrappolati nel contesto o fanno giornalismo da cittadini. A Culiacán oggi essere giovani, visibili e ostentati può bastare a diventare un bersaglio.
Nella puntata di marzo chiudevo dicendo che “queste voci stanno diventando impossibili da ignorare”. Parlavo di chi racconta il narco: giornalisti e podcaster. Oggi le voci che non si riescono a ignorare sono quelle di chi sta davanti alla telecamera. E a volte la telecamera registra anche la fine.
Rimane come sempre una domanda da fare e da farsi: se togliessimo la parola influencer dal titolo resterebbero un comico, un ambientalista, un venditore di dolci. La notizia peserebbe allo stesso modo?
Da guardare e leggere
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La caduta di El Mayo, docuserie di Darren Foster e Miguel Fernández Flores, su Netflix dal 29 ottobre.
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La Reina del Sur, romanzo di Arturo Pérez-Reverte poi diventato serie TV.
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Narco Cultura, documentario, 2013, Shaul Schwarz.
Pegah Moshir Pour a La Banda del 10 novembre
Segnatevi una data: martedì 10 novembre, alle 19:00, alla libreria Shell (Vicolo della Fontana 28, a Roma). Torna La Banda, secondo episodio. Un podcast dal vivo, un ospite, una Banda di irregolari e un pubblico che è protagonista, con una discussione libera.
Questa volta Danilo Chirico dialoga con Pegah Moshir Pour, scrittrice e attivista.
Se siete a Roma, venite. Il bistrot è una buona scusa. E se non ci siete, la puntata arriva il giorno dopo sul canale YouTube di daSud, media civico e podcast. Iscrivetevi e attivate la campanella se non lo avete ancora fatto!
Ci siamo già visti e sentiti
Per chi non mi conoscesse: mi chiamo Luca Salici, faccio il giornalista dal 2002. Racconto storie e formo chi le racconta. Per daSud Mediacivico faccio il videopodcast Seconda visione, su mafia e antimafia nei film, in TV, nei libri e nei videogiochi. Ho scritto la sceneggiatura della graphic novel “Antonino Caponnetto. Non è finito tutto”.
Ci leggiamo presto, spero, ogni martedì qui con gli appunti di Seconda Visione. Intanto iscriviti alla newsletter e condividila con amici che possono essere interessati ai nostri temi. Ciao!



