Scrivo a bordo di un aereo semivuoto di rientro da Lunamatrona, in provincia di Cagliari, dove al festival Marmillibri ho presentato “La figlia del clan”. E’ l’undicesimo appuntamento di questo autunno, già il quarto di un novembre che sarà pieno di impegni (per fortuna) e che si concluderà con la serata del premio Piersanti Mattarella il 29 novembre, dove sono finalista.
Scrivo. E nel frattempo preparo i materiali per il secondo appuntamento del mio videopodcast La Banda. Martedì avrò il piacere di avere insieme a me Pegah Moshir Pour. Nata in Iran e italiana acquisita, “100% iraniana e 100% italiana”, donna di “terza cultura”, Pegah è scrittrice, consulente e attivista per i diritti umani e digitali. Parleremo di rivoluzioni giovanili, donne, guerra, libertà, diritti. Non vedo l’ora. Insieme a me, e a tutta daSud, come sempre ci sarà La Banda: questa volta sarà composta da Antonia Ferri, vicedirettrice della rivista Prismag, Giulia Migneco, responsabile comunicazione di Avviso Pubblico e l’artista Davide Dormino.
L’appuntamento è il 10 novembre alle 19 alla Libreria Shell e subito dopo su Youtube e le principali piattaforme audio.
In attesa di incontrarci, potete recuperare la prima puntata, con il regista Daniele Vicari: su Youtube oppure su Spotify.
A tal proposito vi voglio segnalare la rubrica Seconda Visione, di Luca Salici, che ha “interrogato” Daniele Vicari su potenzialità e rischi dell’intelligenza artificiale.
Prima di andare avanti mi prendo solo un momento per ricordarvi che la mia newsletter La Banda off esce tutti i fine settimana (e ogni volta che è necessario) come progetto parallelo al videopodcast La Banda dentro l’ecosistema di daSud Media Civico & Podcast.
Tre notizie che (forse) vi siete persi
Anche questo sabato voglio segnalarvi alcune notizie che, forse, vi siete persi mentre festeggiavate la sconfitta di Donald Trump.
Il pasticcio dell’Anac
La prima è un pasticcio. Riguarda la nomina del nuovo presidente Anac visto che è in scadenza l’incarico di Giuseppe Busia. Il governo aveva indicato Nuccio Altieri, un dirigente della Lega che riveste incarichi di vertice sia in Finmeccanica sia in Leonardo. Esattamente il contrario del profilo che deve avere il numero uno dell’Agenzia anticorruzione. Che dire? Solo questo governo avrebbe potuto compiere una scelta del genere. Per fortuna, dopo le proteste dell’opposizione, ieri a tarda ora Altieri è stato costretto a dichiararsi indisponibile all’incarico. Rimediata la magra figura, per il governo è tempo di dare un’altra indicazione (oltre che di andare a casa).
Le 31 bombe di Roma e il silenzio della politica
La seconda notizia riguarda invece (e ancora) Roma: sono 31 le bombe nell’ultimo anno. Il calcolo è della Questura capitolina. Ieri l’altro c’è stata infatti una conferenza stampa del nuovo capo della Squadra mobile Gianfranco Minissale. Ci dice essenzialmente tre cose: la polizia sta prendendo sul serio quello che accade in città, è in corso uno scontro tra clan sul narcotraffico ma non tutte le bombe sono collegate tra loro. E infine, non c’è nessuna collaborazione da parte delle vittime degli attentati. Un fatto che non stupisce, purtroppo.
Ieri il Corriere della Sera ha scritto che la commissione Sicurezza del Campidoglio potrebbe fare delle sedute ad hoc sui luoghi degli attentati. Una buona (e tarda) notizia. Una commissione consiliare sulla presenza criminale a Roma (come avviene in molte città italiane) sarebbe potuta nascere all’inizio della consiliatura, come da noi richiesto anche formalmente. Purtroppo questa amministrazione non l’ha ritenuta necessaria. La conseguenza è che oggi il livello di consapevolezza sia nel mondo politico sia tra i cittadini su ciò che accade è molto basso e che si è costretti a correre ai ripari riorientando la commissione sicurezza. E tuttavia un piccolo passo avanti da salutare con favore. Quel passo in avanti che ancora non fanno il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, la presidente della commissione antimafia Chiara Colosimo, il presidente della Regione Francesco Rocca e il sindaco di Roma Roberto Gualtieri: a ciascuno di loro il dovere di esprimersi in maniera netta su ciò che accade.
La scarcerazione di Stasi
La terza notizia è che il sindaco di Corigliano-Rossano Flavio Stasi che una decina di giorni fa era finito agli arresti domiciliari con l’accusa di voto di scambio (ve ne avevo parlato qui) è stato scarcerato dal gip dopo l’interrogatorio di garanzia. Stasi, dopo i festeggiamenti con i suoi sostenitori, è tornato a svolgere le sue funzioni di primo cittadino.
La maxiretata contro la criminalità giovanile
Fomo e la confusione colpevole con le proteste
644 arresti in due settimane: è il bilancio di un’operazione della Polizia contro la “criminalità giovanile”, diffuso lunedì scorso e subito rivendicato con toni trionfali dalla presidente del Consiglio: “Lo Stato c’è”. Le accuse vanno dalle rapine allo spaccio, e c’entrano poco con i cortei che nelle stesse settimane hanno portato scontri a Milano, Bologna e Torino. Eppure finisce tutto nello stesso calderone, e i giovani diventano un problema di ordine pubblico da misurare, e da rivendicare, con le cifre della repressione. Ma chi sono, i giovani? Forse è la domanda stessa ad avere un vizio di forma. “I giovani” sono una categoria comoda. È molto più difficile guardarli uno per uno, ascoltare cosa li preoccupa davvero, accettare che si distinguano, si contraddicano anche e spiazzino il nostro bisogno di adulti di incasellarli.
È quello che hanno fatto (controcorrente) David Gallerano e Pietro Daviddi con Fomo, la docuserie prodotta da Our Films per RaiPlay e ora disponibile anche su Netflix: osservare, senza giudicare e senza la pretesa di spiegare. Sono partiti sempre da domande concrete o esistenziali, che nella serie non si sentono (per una scelta stilistica felice) ma che reggono tutto il racconto. Per un anno intero hanno seguito un gruppo di studenti dell’ultimo anno del liceo Vittoria Colonna di Roma: in classe, con gli amici e in famiglia, alle feste, nelle loro camerette, in viaggio all’estero. Hanno avuto un accesso esclusivo alle vite di questi diciottenni, che è arrivato fino alla loro emotività. Ne è nato un “teen drama dal vero”, che non spiega chi siano i benedetti “giovani”. Racconta invece chi sono Frida, Carlo, Emma, Valerio. E migliaia di loro coetanei si possono specchiare in quelle storie, senza doversi identificare in tutto. Le differenze tra ragazze e ragazzi emergono, ma non diventano mai caricatura. Anzi, in più di un caso a sorprendere è proprio il racconto del maschile: ragazzi che parlano di sé, delle proprie fragilità, con una libertà che smentisce più di un luogo comune.
David Gallerano racconta per la nostra newsletter perché, dopo un anno con i suoi protagonisti, non ha una teoria sui giovani, ma sa cosa ci manca: storie oneste, capaci di farci vedere che sotto ogni cappuccio – anche quelli che in questi giorni ci suggeriscono di temere – c’è una testa diversa.
Fomo, ovvero il teen drama dal vero
che non vuole dare nessuna risposta
di David Gallerano
Ho scoperto in questi ultimi anni che quando realizzi un documentario, i suoi spettatori si aspettano che, insieme all’opera, tu abbia elaborato anche una teoria sociologica (di solito te la chiedono dopo averti fornito la loro). Specie se, come nel caso dei lavori miei e di Pietro Daviddi, si tratta di documentari cosiddetti “di osservazione”.
E infatti, oltre all’onnipresente “come vi è venuta quest’idea?” (apparentemente banale, ma che in realtà ti costringe ogni volta a una faticosa e spesso infruttuosa introspezione), le domande più frequenti che gli spettatori della nostra docuserie Fomo ci fanno sono di questo tipo: “cosa avete capito dei giovani?”, “come sono i ragazzi di oggi?, “cosa pensa la Gen Z di questo o di quell’altro…?”.
Ma Fomo, a dispetto del titolo spero un po’ accattivante, pur richiamando una forma d’ansia comunemente associata alla cosiddetta generazione Z, non è una docu-serie “sulla Gen Z” (né tantomeno sulla fomo) né è – contrariamente a quanto potete leggere in molti articoli che ne hanno parlato – un documentario “sull’adolescenza”.
Tra le nostre fonti d’ispirazione, è vero, l’ultima in ordine di tempo, e sicuramente una delle più importanti, è stata Social Studies, una docu-serie realizzata dall’esperta documentarista americana Lauren Greenfield*, uscita nel settembre del 2024 su Hulu. Nella serie, Greenfield segue un gruppo di studenti dell’ultimo anno di una high school di Los Angeles per indagare gli effetti dell’esposizione sistematica ai social sul loro sviluppo emotivo e psicologico. Per farlo, oltre a seguire i ragazzi nella loro vita quotidiana e intervistarli singolarmente, ricorre a una serie di strumenti quasi scientifici: registra in tempo reale quello che fanno sui loro telefoni e organizza una sorta di terapia di gruppo in cui i ragazzi, seduti in cerchio, rispondono alle sue domande. È, questo sì, un documentario “sull’adolescenza”, rivolto esplicitamente a noi, i non più giovani, e dalla cui visione non si può che uscire allarmati.
Di Social Studies abbiamo ripreso l’idea, di per sé non così originale, del gruppo di studenti all’ultimo anno e, lungo tutta la fase di sviluppo, anche quella dell’incontro di gruppo, tanto che a un certo punto avevamo anche sondato la disponibilità del noto psicoterapeuta Matteo Lancini, in questi giorni di proteste e manifestazioni onnipresente su tv, radio e giornali per spiegarci il “disagio giovanile” (al contrario di Greenfield, mi pare, Lancini i social li assolve, prendendosela invece con i genitori).
Alla fine abbiamo scelto una strada apparentemente più semplice e più congeniale a me e Pietro, che non abbiamo né la formazione né, in fondo, la voglia per metterci fare i sociologi o gli antropologi.
Abbiamo selezionato un gruppo di ragazzi di uno stesso istituto del centro di Roma, il liceo linguistico/scientifico Vittoria Colonna, che abbiamo scovato dopo un tour avventuroso e un po’ disperato, e che molto coraggiosamente ha concesso alla nostra troupe un accesso pressoché totale, facendoci riprendere lezioni, assemblee, feste, viaggi d’istruzione…; piuttosto che interrogare questi diciottenni sulle grandi cose del mondo o attraverso qualche altra lente specifica, gli abbiamo fornito, con i confessionali girati nelle loro camerette, un setting (ma dovremmo dire un set) in cui vigeva una completa sospensione del giudizio, e siamo andati alla ricerca di cosa fosse importante per loro davvero, ovvero che cosa li preoccupasse di più in quel momento (e poi via via lungo l’anno), convinti che da lì sarebbe scaturita l’azione che stavamo cercando.
Ispirati e sostenuti dalla nostra attitudine direi naturale al pettegolezzo – un’attitudine che trova ormai scarso alimento nel nostro mondo di ultratrentenni assorbiti da mutui e figli piccoli – abbiamo fatto incetta di confidenze, lamentele, piccoli e grandi drammi sentimentali e familiari. Spesso, tornando a casa dopo maratone di ore passate in quelle camerette, alle loro feste, ad assistere a liti, pianti, sbronze – ore sistematicamente sottratte al menage familiare – pensavo: è diventato questo il mio lavoro? Analizzare un commento su TikTok, capire perché Lucia ce l’ha con Emma, scoprire se Frida e Carlo rimarranno insieme?
La risposta a queste domande l’avrete guardando Fomo. Perché alla fine Fomo è soprattutto questo: un teen drama dal vero. Ovvero un comedy-drama adolescenziale come SKAM ma fatto con persone reali, dinamiche reali, un setting reale.*
Parlare di quello che abbiamo capito su questa generazione o sull’adolescenza in generale mi risulta quindi difficile perché si tratta di domande che, nel corso di una lunga e complessa lavorazione, sono rimaste per noi del tutto secondarie. E’ più naturale per me parlare di cos’ho capito di Lucia, di Carlo, di Jeremie ecc., posto che anche loro, paradossalmente, mi sembrava di averli capiti più all’inizio, dopo i primi colloqui, quando avevamo assegnato loro un “carattere”, uno stereotipo da casting da cui partire, piuttosto che alla fine dell’anno, dopo che li abbiamo visti contraddirsi e trasformarsi mille volte. E tuttavia è capitato che certe domande “sociologiche” ce le facessimo, in qualche caso provando anche ad azzardare delle risposte (quando un documentario sugli effetti dei talk show sulla nostra generazione?).
Abbiamo parlato spesso, io e Pietro, di quanto all’inizio fossimo sorpresi di avere a che fare con persone intelligenti e in fondo non così diverse da come eravamo (e siamo) noi. Senza rendercene conto, ci eravamo preparati come se dovessimo incontrare degli alieni. Soprattutto pensando a un certo genere di adolescente dato in grande ascesa anche nei licei del centro, compreso il Colonna; dove vige, esattamente come ai miei tempi, la tripartizione pariolini-zecche-coatti, solo che i coatti, che appunto starebbero prendendo il sopravvento sugli altri, con i loro cappucci col pelo, le tute con i lacci lunghissimi, la trap ecc, ora sono chiamati, indovinate un po’, maranza. Avrei dovuto saperlo, io che dopotutto ho iniziato la carriera documentando l’ascesa della Dark Polo Gang: dentro ognuno di quei cappucci c’è una testa diversa, una persona affascinante, o per dirla con un mio vecchio maestro, un infinito. Un infinito di adolescente, nei pensieri e nelle emozioni così simile a me e Pietro.
Però io, che pure ero un forte ruminatore, non sapevo parlare di me stesso con la precisione e la chiarezza con cui lo hanno fatto loro, per giunta di fronte alle telecamere. Si sente dire che lo stigma legato alla salute mentale è stato in larga parte superato e, in effetti, dei nostri otto protagonisti, almeno cinque erano già passati dallo studio di uno psicoterapeuta prima di iniziare le riprese, mentre un sesto ha iniziato durante. Nella docuserie li si sente parlare di “lavoro su sé stessi” o sulle “relazioni” e poi effettivamente si vede questo lavoro svolgersi, spesso con successo. Relazioni tra coetanei che sembravano destinate al fallimento sorprendentemente resistono, rapporti familiari apparentemente compromessi si riaprono, magari proprio perché la controparte più giovane ha “trovato le parole” per riaprirli. Un’evoluzione che mi sembra positiva, ma che ovviamente viene con il suo bel pacchetto di effetti collaterali, come ci ha raccontato Frida, una delle protagoniste, che a proposito dei contenuti social sulla salute mentale (tra cui video di ragazze anoressiche o di ragazzi appena usciti dall’ospedale psichiatrico) ha parlato di “un grande specchio”, che aveva finito per convincerla di avere disturbi che probabilmente non aveva.
E Gaza, la catastrofe climatica, l’intelligenza artificiale? Non se ne è parlato molto, se escludiamo un paio di giorni di mobilitazioni per la Flotilla. Ne possiamo dedurre che per questa generazione la “politica non esiste”, come ha fatto qualcuno? Ovviamente no, semplicemente qui entrano in gioco i limiti del nostro punto di vista. Come ogni romano sa, e soprattutto come amano notare i non romani che vivono in questa città, a Roma ogni liceo è un mondo a parte, e nulla lo dimostra meglio del fatto che a poche decine di metri in linea d’aria dal Colonna c’è il Virgilio, forse il liceo più politicizzato d’Italia.
Alcuni hanno criticato proprio la scelta del Colonna per la sua omogeneità di classe, ma a parte il fatto che non si è trattato di una vera e propria scelta, piuttosto di un evento miracoloso manifestatosi dopo settimane di ghosting e rifiuti, ottenuti in centro come in periferia, il cast di Fomo non è un monocolore borghese: per esempio c’è Valerio, che si paga le sedute dallo psicologo con le consegne di sushi, c’è Jeremie, che abita nelle popolari del Trullo.
Certo, siamo lontani dagli original maranza di Milano di cui si parla in questi giorni, su cui non saprei e non vorrei dire molto, se non che mi pare se ne parli in modo superficiale e un po’ proiettivo, e mi chiedo se questo non dipenda, come in tanti altri casi, proprio dalla penuria di storie raccontate bene.
E infatti ci è venuta subito voglia di conoscerli e magari di seguirli in una seconda stagione, portandoci dietro, come strumento in più, quello che abbiamo scoperto quest’anno. Tra cui, per esempio, il fatto che il ragazzo più popolare del Colonna indossa abiti firmati ma quasi tutti falsi; e così, anche i suoi amici. Senza rivendicarlo, forse, ma di certo senza nasconderlo. Qualcosa di impensabile ai miei tempi, nel mio liceo borghese. Mi torna in mente mia madre, sessantottina, che si rifiutava di comprarmi le scarpe firmate che desideravo e mi diceva: «Fatti furbo, comprale tarocche». E io, esasperato: «Ma cosa dici? Non capisci niente!». Ok boomer.
* Consiglio di recuperare tutta l’opera di questa autrice, in particolare i lungometraggi Thin, su un centro di cura per l’anoressia, e The Queen of Versailles, forse il suo lavoro più noto.
*Dico un teen drama dal vero e non un teen drama vero perché non è che necessariamente un documentario sia più “vero” di una fiction. Anzi, sono convinto che una fiction ben scritta riesca a dire delle cose più “vere” sugli adolescenti di un documentario brutto (quale Fomo, sia chiaro, non è). Pensiamo appunto a Skam, che sembra così vero e autentico nella sua versione italiana persino trattandosi di un adattamento, anche piuttosto fedele, di un format norvegese; o a La Gradiva, il grande film di Marine Atlan che uscirà il 12 novembre nelle sale italiane; o ancora al recente Ketticè di Giovanni Tortorici; pur essendoci un copione, e degli attori, e vi si raccontino storie non avvenute nella realtà, guardando queste opere il nostro rilevatore interno di verità prende subito a vibrare. Pensiamo: è vero, gli esseri umani sono proprio così. Ecco, sicuramente non basta raccontare persone reali in contesti reali per ottenere questo effetto.
Se non altro, in un documentario di questo tipo, in cui bisogna seguire gli sviluppi e accettare gli esiti imprevedibili delle reali relazioni umane, è più facile mettersi al riparo dai cliché narrativi che la tv commerciale richiede, anche alle opere migliori, per poterci rassicurare, o al contrario, spaventare.
Ci vediamo in giro
Danilo
La newsletter Banda off è scritta da Danilo Chirico, giornalista e autore televisivo. Lavora a Raitre. Ha condotto Le parole dell’antimafia su Rai Radio3. Ha scritto il romanzo Chiaroscuro e pubblicato numerosi saggi tra cui Dimenticati (premio Indro Montanelli Giovani nel 2011) e Storia dell’Antindrangheta. Il suo ultimo libro è La figlia del clan (scritto con Giuseppina Pesce, Piemme 2026).
Ha fondato daSud. Il suo videopodcast è La Banda.



