Non ricordo da quanto tempo non assistevo ad un palinsesto televisivo così denso di racconti sulle mafie. Nelle ultime settimane infatti si è parlato di cinque storie che riguardano il presente delle mafie, i loro meccanismi, le parole che usiamo per intercettarle. Anche in prima serata, perché – e questa è una notizia – hanno goduto di grande visibilità proprio in tv.
Vale la pena partire da un’osservazione di metodo. Su queste storie il racconto televisivo e giornalistico ha prodotto una quantità enorme di contenuti sul tema, ma con un’asimmetria visibile: molto spazio alla cronaca politica (chi si dimette, chi attacca, chi si difende), pochissimo alle strutture delle mafie. Il processo Hydra, che è la storia più importante dal punto di vista giudiziario, ha ricevuto meno attenzione del selfie della Meloni ad esempio. Eppure è lì che si capisce di cosa stiamo parlando. Ho passato due settimane a prendere appunti mentre guardavo e la sproporzione tra il tempo dato al costume e quello dato ai fatti mi ha convinto a scrivere questo pezzo.
Cosa dice Hydra che non stiamo ascoltando
Il maxi-processo milanese – avviato con gli arresti dell’ottobre 2023 e arrivato all’aula bunker di San Vittore il 19 marzo scorso con 45 imputati nel rito ordinario, dopo 62 condanne già emesse nel rito abbreviato a gennaio – racconta di un sistema rodato e strutturato. La DDA di Milano lo chiama “sistema mafioso lombardo”: un’alleanza strutturata tra Cosa Nostra, ‘Ndrangheta e camorra, non per spartirsi il territorio nel senso tradizionale, ma per moltiplicare gli affari nel Nord più ricco d’Italia. La pm Alessandra Cerreti lo ha detto in udienza senza giri di parole: “Milano è un contesto mafioso, né più né meno di come può esserlo la Calabria”.
Gioacchino: l’amico degli amici
Dentro il processo Hydra c’è Gioacchino Amico, siciliano di Canicattì, 40 anni, che si è pentito a febbraio e i cui verbali sono stati depositati il 19 marzo durante la prima udienza. Amico è descritto come l’anello di congiunzione tra le diverse anime del consorzio mafioso lombardo: metteva allo stesso tavolo i referenti milanesi di Matteo Messina Denaro, i capi delle locali lombarde della ‘ndrangheta, il clan Senese (che sembra unire sempre più storie come perno centrale). Il suo status di collaboratore è protetto. I verbali di Amico sono quasi completamente oscurati. Quello che si legge però, nelle parti non redatte, è abbastanza: c’è la tessera di Fratelli d’Italia che riceve in carcere. C’è la menzione di incontri milanesi tra “Iddu”, il nome in codice di Messina Denaro e Paolo Errante Parrino. C’è la ricostruzione di una rete di relazioni – con la politica, con le istituzioni, con il mondo economico-finanziario della regione – che il processo dovrà sciogliere.
Il selfie, la foto, il sistema
È in questo contesto che va letto il servizio di Report andato in onda il 12 aprile. Giorgio Mottola documenta un selfie tra la premier e Gioacchino Amico. Report documenta che quest’ultimo non fosse un imbucato alla convention FdI del Marriott di Milano nel 2019: era introdotto, conosceva dirigenti apicali del partito, disponeva saltuariamente di pass per accedere a luoghi istituzionali. Meloni ha risposto con la formula ormai consolidata del “fango nel ventilatore” e della “redazione unica” dietro, per spostare l’asse dal contenuto alla fonte. Ranucci ha replicato sottolineando il punto che conta: va capito come Amico si muovesse all’interno dei partiti, chi lo introducesse, quali accessi avesse. Sono domande che appartengono al processo, ma non solo. Si citano esponenti partitici, i chiarimenti forniti non sono mai chiari. Ci sarà tempo. Ma quella di Report è sicuramente una puntata da recuperare, benché abbiano fatto più rumore le anticipazioni della messa in onda. Io l’ho vista in diretta, e ho trovato la parte più interessante non il selfie ma i venti minuti successivi, quelli sui pass, le intercettazioni, le risposte dei rappresentanti chiamati in causa.
Il caso Delmastro e il lessico della difesa
La vicenda del sottosegretario alla Giustizia è, dal punto di vista del linguaggio, la più istruttiva. Delmastro ha detenuto una quota del 25% in una società titolare di un ristorante romano la cui amministratrice unica è la figlia di Mauro Caroccia, condannato in via definitiva per aver favorito il clan Senese. Ha ceduto le quote a novembre 2025, mesi prima della condanna definitiva della Cassazione. Ha venduto definitivamente a febbraio 2026, otto giorni dopo il verdetto. La tempistica è documentata negli atti societari.
La difesa ha articolato una frase sola, poi ripetuta in varianti: “Nel momento in cui l’ho scoperto, mi sono tolto dalla società.” E ha aggiunto: “Si parla di una ragazza non imputata e non indagata.” È la grammatica classica della zona grigia: spostare il fuoco dall’architettura del rapporto al dettaglio formale. La ragazza non è imputata, è vero. Ma il fratello di Caroccia, interpellato dalla stampa, ha commentato con una franchezza che vale più di qualunque atto giudiziario: “Lo sanno pure i muri. E il sottosegretario della Giustizia non lo sapeva?”. È stato argomento di alcuni talk show, per lo più su La7 ed ha certamente influito nell’ultima settimana di comunicazione della campagna referendaria.
Riina a Gozo, ovvero: il passato che non passa
Il 6 aprile, “Lo Stato delle Cose” di Giletti ha mandato in onda qualcosa che non aveva precedenti nel racconto giudiziario della latitanza di Totò Riina: un pentito, Gaetano Grado – ex uomo d’onore, cugino di Stefano Bontade, figura dei vertici della Cupola palermitana degli anni Ottanta – che riconosce dalle fotografie due ville sull’isola di Gozo, nell’arcipelago maltese, e dice: “Ci ho dormito dentro, ci accompagnavo Riina. Lì svernava quando a Palermo l’aria si faceva pesante.” In quarant’anni di indagini sulla latitanza di Riina, Malta non era mai comparsa in nessun atto giudiziario. Una delle ville risulta oggi intestata ad Anton Refalo, ministro dell’Agricoltura maltese, che ha dichiarato di averla acquistata dopo il periodo di latitanza e di essere estraneo a ogni vicenda. Quando il giornalista Silvio Schembri lo ha avvicinato con le fotografie, ha risposto alla fine di risposte a mezza bocca: “Fatti i fatti tuoi”, ed è salito in macchina.
Questa storia di Gozo continua a proiettare ombre sul presente. Malta, lo ricordiamo, è lo stesso paese in cui Daphne Caruana Galizia è stata uccisa nel 2017 mentre indagava su criminalità organizzata e reati finanziari.
Saviano e la domanda implicita
C’è pure Roberto Saviano, tornato in prima serata su La7 con “La giusta distanza”, sei puntate che portano l’autore di Gomorra fuori dallo studio e dentro le storie. Il titolo spoilera un programma che tratta di uno spazio intermedio da cercare ogni volta. Il format mette a confronto figure opposte legate dagli stessi eventi: magistrati e boss, pentiti e testimoni, simboli e capi. Parte dalle stragi e arriva al presente. Il fatto che Saviano sia su La7 e non sulla Rai, dove era stato escluso dopo aver definito Salvini “ministro della malavita”, è ovviamente la storia dentro la storia.
Basta che se ne parli
C’è una cosa che accomuna questi cinque racconti: sono tutti, o quasi, racconti televisivi. Nel senso che è la televisione ad aver portato queste storie nell’agenda pubblica, a dargli la forma e il ritmo. Report, Lo Stato delle Cose, La giusta distanza, i talk show che rimbalzano i casi Delmastro e Meloni: è un ritorno massiccio della mafia come tema ma anche come tema televisivo, dopo anni in cui sembrava relegato a commemorazioni o racconti eroici.
La Tv italiana, quando si occupa di mafia, tende a fare solitamente due cose: o la spettacolarizza – il boss, il soprannome, la latitanza romanzesca – oppure la riduce a fatto politico contingente, come arma da utilizzare in tutte le stagioni. Le eccezioni esistono, e alcune di queste settimane le rappresentano meglio del solito. Il rischio di fondo però rimane: che la mafia torni in prima serata solo quando serve a qualcosa d’altro e sparisca quando smette di servire. Questa volta durerà un po’ di più? Ho visto abbastanza stagioni televisive da non scommetterci.




