Sul territorio di Roma ci sono più del 5% dei quasi 9.000 beni immobili confiscati e assegnati, come prevede la legge, a fini sociali in Italia. Sono circa 500 e il dato è in continuo aggiornamento, dal momento che le confische di patrimoni criminali (mafiosi e non) si susseguono. Dati di qualche anno fa – purtroppo la carenza di informazioni è uno dei grandi problemi – riferiscono di quasi 12mila beni sequestrati per un valore di quasi un miliardo di euro (per avere un’idea delle dimensioni di questo patrimonio, basta pensare che i beni sequestrati a Palermo sono quasi 15mila ma valgono solo 42 milioni).

Questo dato è la manifestazione plastica di una pervasività delle mafie che fatichiamo a riconoscere, nonostante numerosi indicatori e non soltanto le inchieste giudiziarie disegnino il quadro di una città in stallo anche per la pervasività di corruzione e mafie. In alcuni casi infatti, sempre più frequenti, la confisca non avviene in relazione alla presenza di una organizzazione mafiosa ma alla manifesta sproporzione tra il patrimonio mobiliare, immobiliare e societario di persone indagate e la loro situazione reddituale.

Siamo partiti da questa osservazione, e dal fatto che a Roma molti spazi autogestiti di socialità, cultura e di autentico welfare sono sotto minaccia di sfratto se non già sgomberati, lasciando interi pezzi di città senza servizi essenziali per persone in difficoltà, senza luoghi di aggregazione o di fruizione culturale. Una logica securitaria e un concetto ristretto e arretrato di legalità (confermata peraltro dall’indicazione, che già in passato abbiamo contestato come inefficace, di esponenti delle forze dell’ordine o della magistratura nella eventuale giunta o di “autoassolventi” deleghe alla sicurezza e alla legalità) che non tiene conto di quanto, in un periodo di forte restringimento dell’intervento e del sostegno pubblico in questi settori, tanti di questi luoghi “sotto sfratto” abbiano costituito un’importante riserva di ossigeno e di welfare a disposizione delle fasce più fragili della popolazione.

A questo si aggiunge la cosiddetta “emergenza abitativa”, l’ormai cronica carenza di alloggi per le persone con redditi più bassi, a fronte di un patrimonio immobiliare spesso inutilizzato, di scandalosi e irrisori affitti per enti e persone che invece potrebbero permettersi prezzi più congrui. Con i cementificatori sempre in agguato per occupare nuove porzioni di agro romano anziché ridare vita e funzione al patrimonio immobiliare esistente. Con diversi dossier e con un intenso lavoro di divulgazione, l’Associazione daSud in questi anni ha dimostrato come anche a Roma, quando viene l’intervento del pubblico e si mortificano il privato sociale e il volontariato, a mettere a disposizione dei cittadini diversi strumenti di welfare – la casa, il lavoro, addirittura servizi sociali e sanitari – siano le organizzazioni criminali.

A fronte di tutto ciò – ci siamo chiesti – quali opportunità possono derivare dal riutilizzo a fini sociali dei beni sequestrati e, soprattutto, confiscati alla criminalità? Possono rappresentare una parte della risposta a sgomberi, sfratti e mancanza di spazi e di welfare? Come fa un cittadino o un’organizzazione sociale ad accedere alla gestione di questi beni? Abbiamo dunque provato a rispondere a queste e altre domande effettuando una prova sul campo.

Nel nostro particolare test, fatto selezionando 10 beni non tutti confiscati in via definitiva e non tutti confiscati a mafiosi, abbiamo scoperto da una parte che le opportunità sarebbero tante e che questi spazi urbani potrebbero contribuire in alcuni casi alla rigenerazione di interi quartieri, dall’altra che passare dall’ipotesi del riutilizzo alla effettiva gestione a Roma è ancora molto, troppo difficile.

Intanto, come accennavamo, c’è la difficoltà di raccogliere informazioni dettagliate. I dati disponibili sul sito del Comune di Roma e su quello dell’Agenzia nazionale per i beni sequestrati e confiscati o anche su piattaforme di open data come la meritoria Confiscatibene(non tutti i beni in gestione a Roma passando dall’assegnazione a Roma Capitale), non sono aggiornati. E questo nonostante l’Associazione daSud, insieme a tante altre realtà, abbia da tempo sollecitato le istituzioni locali ad approfondire la questione dei beni confiscati e, attraverso gli impegni assunti dai mini-sindaci con il Protocollo Municipi senza mafie promosso proprio da daSud, a censirli municipio per municipio promuovendone l’assegnazione con procedure pubbliche e condivise.

Nel raccogliere informazioni relative ai dieci beni elencati di seguito e individuati a titolo meramente esemplificativo delle potenzialità derivanti dal possibile riutilizzo, abbiamo riscontrato in particolare che:

1. L’ultimo elenco di 65 beni assegnati di comeptenza del Campidoglio, pubblicato sul sito del Comune, è fermo a novembre 2015.

2. Le informazioni relative all’iter di confisca, alle caratteristiche dell’immobile e alla sua destinazione finale sono spesso lacunose.

3. L’assegnazione dei beni avviene in forma diretta, senza il ricorso a procedure di evidenza pubblica e men che meno con il ricorso a pratiche di condivisione dal basso e autogestione partecipata.

4. Non è disponibile una rendicontazione o relazione di gestione accessibile ai cittadini. Spesso non è chiaro quali siano le attività svolte nei beni immobili confiscati e della loro effettiva rispondenza alle finalità sociali prescritte dalla legge.

5. Non esistono percorsi di pubblicità e di promozione del valore del riutilizzo del singolo bene, che è sì gestito da uno specifico soggetto ma resta patrimonio della collettività, portatore di un enorme (e inespresso) valore simbolico ed educativo.

6. Oltre alla mancanza di procedure di assegnazione orientate all’imparzialità e trasparenza “attiva”, non c’è traccia del coinvolgimento, nella fase di individuazione della funzione che il bene immobile andrà a svolgere, dei cittadini e delle comunità territoriali di appartenenza.

7. Non ci risulta che sia mai stata messo in campo, a Roma, una prospettiva di promozione “integrata” dei beni confiscati, nell’ambito di una più complessa progettualità che riguardi interi territori o particolari ambiti sociali e culturali, anche in relazione all’accesso a finanziamenti pubblici e alla partecipazione a bandi europei.

8. Risulta, da notizie di stampa risalenti a marzo 2016, che la gestione commissariale abbia avviato una task force specificamente dedicata al monitoraggio dell’assegnazione dei beni confiscati nell’ambito dell’attività di censimento del patrimonio di Roma Capitale e sarebbe anche in preparazione un regolamento per l’assegnazione dei beni confiscati. Registriamo che un lavoro così importante, qualora sia effettivamente in corso, non ha avuto alcuna forma di pubblicità né si è ritenuto coinvolgere e informare i cittadini su contenuti e modalità di svolgimento.

I beni confiscati sono beni comuni, come dimostrano i casi di corretta gestione a fini sociali che pure esistono a Roma. Lo stato di abbandono in cui spesso versano e i ritardi con cui, complici le complesse procedure burocratiche, vengono messi “a valore sociale”, confermano quanto lavoro ci sia ancora da fare a Roma nel saper e voler veder e il problema mafie e di conseguenza reagire cogliendo alcune opportunità offerte da una legislazione, quella italiana sulla confisca die patrimoni criminali, perfettibile ma comunque all’avanguardia a livello internazionale.

Sottoponiamo dunque ai candidati a sindaco e a presidente di Municipio di Roma – come abbiamo scritto nella lettera a loro rivolta – questi spunti di riflessione, accompagnandoli con un elenco di beni confiscati o in via di confisca definitiva, puramente simbolico ma rappresentativo delle diverse opportunità che possono derivare dal loro riutilizzo per finalità in senso lato sociali.

Per ciascuno dei 10 immobili, troverete di seguito riportate le (poche) informazioni che siamo stati in grado di raccogliere, in qualche caso delle immagini che descrivono lo stato attuale dei locali e la loro posizione e – anche con l’ausilio di un’animazione video – il possibile utilizzo a vantaggio delle romane e dei romani.

Concludiamo questo documento con una domanda tutt’altro che retorica. Come e perché fidarci di candidati al Campidoglio o alla guida dei Municipi che non affrontano questo tema e non aprono un dibattito serio sulle possibili risposte?

Siamo pronti, per quanto è nelle nostre possibilità e capacità, a discuterne nel merito sia prima sia dopo il voto, ma solo a condizione che si mettano da parte gli slogan e si apra una discussione pubblica e partecipata.

Serve un Restart per la gestione dei beni confiscati, un Restart per la lotta alle mafie. Solo così potremo avere un Restart per Roma!

#Restartantimafia #Sgomberailboss

 

10 BENI DA RESTITUIRE ALLA CITTÀ

 

 

1. La palazzina dei Casamonica

Via Francesco di Benedetto 64

vari appartamenti

Via Francesco di Benedetto 64, quartiere La Romanina. L’immobile in questione – valore stimato nel 2004: oltre 730mila euro – è stato confiscato nel 2011 alla famiglia Casamonica, sgomberato dall’Agenzia nazionale per i beni sequestrati e confiscati. Ciò nonostante, era fino a poco fa ancora nella disponibilità dei parenti di Vittorio Casamonica. Il 5 ottobre 2015 gli agenti del commissariato di zona si sono recati sul posto per verificare che lo stabile fosse effettivamente libero, ma hanno trovato alcuni operai – in compagnia di Adele Casamonica (moglie del pregiudicato Nando), residente in uno degli appartamenti – intenti a portar via inferriate, infissi, marmi e finiture e ad abbattere le divisioni di cartongesso. Scampate allo scempio due abitazioni in uso a un altro Casamonica, denunciato per occupazione abusiva. La confisca è definitiva ma il bene non è ancora destinato.

 

La palazzina dei Casamonica

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

2. Casa con vista su Fontana di Trevi

Piazza della Fontana di Trevi (ingresso in via San Vincenzo 32)

Appartamento di 14,5 vani

Ernesto Diotallevi – ritenuto il referente romano di Cosa nostra assieme a Giovanni De Carlo – è tra gli indagati per associazione a delinquere di stampo mafioso nell’ambito dell’inchiesta Mondo di mezzo. Ad aprile 2015 il Tribunale di Roma ha disposto la confisca di beni mobili e immobili per un valore di 25-30 milioni di euro. Tra gli immobili, una villa sull’isola di Cavallo in Corsica, un hotel a Fiuggi e 42 unità immobiliari tra la Capitale, Gradara (Pesaro Urbino) e Olbia in Sardegna, dove c’è anche un complesso di villette a schiera. A Roma c’è la prestigiosa dimora di 14 vani su Piazza della Fontana di Trevi (l’ingresso è in via San Vincenzo 32), nella quale furono rinvenute «tele firmate Schifano, Monachesi, Balla, arredi in ebano, sculture e anche un pianoforte a coda», come recitano le cronache dell’epoca. Il processo pende ancora dinanzi alla Corte d’appello e la competenza sul bene è dell’Agenzia nazionale per i beni sequestrati e confiscati.

 

 

3. La casa famiglia che non c’è

via dei Reti 27

Stabile con 5 unità abitative

In via dei Reti 27, quartiere San Lorenzo, quattro piani per cinque unità abitative, 13 stanze con bagno indipendente e altri servizi comuni. Pronte a ospitare famiglie in difficoltà o donne vittima di violenze. Cercando on line, all’indirizzo di via dei Reti 27 corrisponde il Residence R, che secondo l’annuncio «dispone di 8 monolocali da 18-20 m2 in un edificio ristrutturato del quartiere San Lorenzo di Roma. Vi sono monolocali per 1 persona (letto singolo), 2 persone (letto matrimoniale) o 3 persone (letto matrimoniale e divano letto), tutti dotati di bagno privato, cucina attrezzata, zona soggiorno con divano». Roma Capitale aveva chiesto l’assegnazione a maggio 2015 e il dipartimento Patrimonio non ha ancora attivato le procedure per la presa in possesso del bene, che effettuati alcuni adeguamenti impiantistici potrebbe essere destinato all’emergenza abitativa o come casa famiglia. Il bene fa parte del patrimonio confiscato al notaio Luigi D’Alessandro (è in corso il giudizio in appello), accusato di una maxi evasione fiscale che gli avrebbe fruttato proventi illeciti per 10 milioni di euro.
Via dei Reti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

4. Goodwill Restaurant

Via Tuscolana, 1100/1102

190 mq più 33 mq di terrazzo

Prima del sequestro e successiva confisca si chiamava Todo Rico Pub. Trasferito con Decreto Agenzia del Demanio n. 30200/2001 a Roma Capitale, Dipartimento Promozione Servizi Sociali e Salute e assegnato il 22 gennaio 2002 all’associazione Goodwill Italia Onlus, partner della Goodwill Industries International. L’associazione, che si occupa principalmente di formazione e occupazione e si rivolge in particolare al reinserimento delle persone disabili, avrebbe dovuto coinvolgere nelle attività di gestione 12 ragazzi con disagio psichico. Dopo alterne vicende e diversi tentativi di gestione, il ristorante, con i suoi circa 120 posti a sedere, è stato chiuso anni fa e oggi il locale è ancora inutilizzato.

 

5. Il Cinema Aquila

Via L’Aquila 68

Diversi locali per complessivi 880 mq

Sequestrato e poi confiscato alla fine degli anni Novanta, il cinema apparteneva alla banda della Magliana. Dal 2008, l’attività di gestione è stata esercitata, a seguito di affidamento tramite bando pubblico, dalla cooperativa sociale Il Sol.co., ma Roma Capitale nel 2015 ha revocato l’affidamento motivando la revoca con l’esistenza di irregolarità amministrative, contributive e previdenziali e affidando temporaneamente la gestione alla Fondazione Cinema per Roma. Ritenendo che non vi fossero soggetti con i requisiti minimi per l’assegnazione del successivo bando, Roma Capitale ha poi affidato in via diretta i locali alla Fondazione Cinema per Roma. Poi il locale è stato chiuso per lavori che avrebbero dovuto terminare a inizio 2016. Risulta ancora destinato formalmente al Dipartimento Cultura di Roma Capitale.

Cinema Aquila

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

6. Palazzo in via di Ripetta

via Di Ripetta n. 64-65 – via Canova 27-28

Complesso di 11 unità immobiliari

Il 29 ottobre 2013 la Dia sequestra beni per un valore di 120 milioni all’imprenditore romano Federico Marcaccini detto “er pupone”, fermato nel 2010 nell’ambito dell’operazione Overloading, che ha intercettato un traffico di cocaina tra Colombia e Italia gestito, secondo l’accusa, per conto della cosca Pelle di San Luca (Rc). Il provvedimento di confisca, divenuto definitivo a seguito di una recente pronuncia della Cassazione, riguarda 33 società di capitali, di cui 27 con sede a Roma, quattro in provincia di Roma e due a Latina, con beni mobili e immobili di pregio per 120 milioni di euro. Tra i beni confiscati di particolare rilievo, figurano l’immobile locato alla società di gestione del teatro Ghione – quest’ultima estranea ai fatti e al sequestro – adiacente piazza San Pietro, una villa in stile liberty a 4 piani in zona Nomentana-Porta Pia, e il fabbricato con 11 unità immobiliari nella centralissima via di Ripetta. Il bene non risulta ancora destinato.
via ripetta_2

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

7. La villa di Balducci

Via delle Mura Latine 42

23 vani con parco e piscina

Tredici milioni di euro di beni – tra case, conti correnti, società e auto – confiscati in via definitiva ad Angelo Balducci, l’ex numero uno dei lavori pubblici protagonista, secondo l’accusa, del «sistema gelatinoso» creato per veicolare gli appalti multimilionari legati ai grandi eventi (come i 150 anni dell’unità d’Italia, i Mondiali di nuoto a Roma del 2009 e il G8 della Maddalena) a società amiche, riconducibili in massima parte alla galassia dell’imprenditore Diego Anemone. Una confisca a suo modo storica quella disposta dalla sezione misure di prevenzione del tribunale di Roma, che ha utilizzato una norma – quella emanata nel 2011 e legata alla pericolosità sociale dell’indagato e al fatto che lo stesso indagato, Balducci in questo caso, sia «abitualmente dedito a traffici delittuosi o che viva abitualmente, anche in parte, con i proventi di attività delittuose» – prima utilizzata unicamente per sottrarre i patrimoni illecitamente accumulati da soggetti legati al crimine organizzato. Tra i numerosi beni sottratti in via definiva a Balducci e alla sua famiglia, risultano appartamenti a via Latina, in via Bobbio e la villa di residenza in via della Mura Latine, appena fuori dalle Mura Aureliane: 23 vani più parco e piscina intestati alla moglie di Balducci. Pende ancora il giudizio di secondo grado e la competenza è dell’Agenzia nazionale per i beni confiscati e sequestrati.

Via delle Mura Latine

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

8. L’ex garage alla Montagnola

Via Barbana 57-59

Locale di 117 mq

La consegna definitiva di questo ex garage alla Montagnola è datata novembre 2005, mentre la precedente assegnazione al Comune risale al febbraio 2003. Un altro bene destinato al riutilizzo da parte di associazioni ma poi inutilizzato. Nel 2011 è stato individuato dalla giunta capitolina per ospitare, insieme ad altri, le attività della Casa dei teatri e della drammaturgia contemporanea. Una delibera di giunta del 2015, invece, recita così: “Gli spazi sequestrati alla criminalità organizzata, siti in Via Barbana n. 57/59, Via Boccea n. 190, Via Ponzio Cominio nn. 112/114/116 – inutilizzabili, fin dalla loro consegna al Dipartimento Cultura, in quanto necessitanti di lavori di ristrutturazione e messa a norma non intrapresi per carenze di fondi – con verbale prot. Dipartimento Patrimonio n. 5178 del 3 marzo 2015, venivano riconsegnati al Dipartimento medesimo”. Attualmente lo spazio risulta nella disponibilità del Municipio VIII e da destinare a fini istituzionali.

Garage Montagnola

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

9. La discoteca fantasma

Via Tiburtina 739/E

Capannoni, terreno e due locali

Isla Bonita, poi Monkey Club e Vortex Live Club . All’indirizzo di via Tiburtina 739/E, cercando in Rete, si trova traccia di tre diversi locali da ballo che si sono succeduti nell’ampio spazio comprensivo di capannoni, terreno edificabile e altri due locali. Ma sono collegati al numero civico di Pietralata anche altre attività commerciali. Eppure dall’elenco dei beni confiscati si evince che questi immobili sono stati sequestrati nel 1994 e poi confiscati (la confisca è divenuta definitiva il 28 febbraio 2001) a Ulderico Lancianese, Antonio Nicoletti e altri. Nel novembre 2006 una stima ha attribuito a questi beni un valore che si aggira complessivamente attorno ai 4 milioni di euro. Questo spazio dalle enormi potenzialità non risulta ancora destinato.

Discoteca fantasmma

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

10. La tenuta dell’Inviolatella

Località Tor Crescenza – Acqua Traversa

13 ettari con fabbricato rustico

La cosiddetta Tenuta dell’Inviolatella, in località Tor Crescenza-Acqua Traversa, è costituita da terreni agricoli per oltre 13 ettari con “sovrastante fabbricato rustico” stimati 2,8 milioni di euro oltre dieci anni fa. Siamo nell’antica Tenuta agricola dell’Inviolatella Borghese: un tratto di campagna romana di oltre 300 ettari, per due terzi di proprietà pubblica. Confiscato nel 2001, l’immobile è stato assegnato nel 2004, con decreto dell’Agenzia del demanio, al Dipartimento Tutela ambiente e Protezione civile del Comune di Roma, con l’obiettivo di realizzarvi un intervento di riforestazione urbana. Lo spazio è stato al centro di numerose vicende controverse, dall’occupazione parziale da parte di un pastore alla “donazione” (poi revocata a seguito delle polemiche) a una realtà vicina alla Chiesa cattolica nel 2009, quando era sindaco Gianni Alemanno. Oggi nello spazio confiscato ricade un’area attrezzata aperta al pubblico ma resta ancora da dar seguito al riuso sociale del fabbricato.

Parco Inviolatella