2 dicembre 2014. E’ passato esattamente un anno dal maxi blitz che ha avviato un imponente svelamento di “Mafia Capitale”. Un intreccio di vecchie e nuove mafie, di corruzione e di manovalanza criminale che per anni ha lucrato sul patrimonio pubblico e sul disagio sociale: immigrati, emergenza abitativa, campi rom e verde pubblico soprattutto. Un’indagine che oggi porta sul banco degli imputati 46 persone accusate a vario titolo di associazione a delinquere di stampo mafioso, estorsione, usura, riciclaggio, corruzione.

Imponente si diceva, eppure “Mafia Capitale” è solo una parte di un sistema criminale molto più complesso e radicato in città, cresciuto all’ombra di quel negazionismo che aleggia anche in questi giorni nel processo in corso e che rischia di infangare la strada per il diritto alla verità. Diritto che hanno fatto bene a rivendicare con forza le cittadine e i cittadini romani che forse per la prima volta hanno colto le dimensioni del fenomeno mafie e sono scesi in piazza per chiedere una nuova città dei diritti contro le mafie, e ancora prima una discussione pubblica aperta in Campidoglio che però non è mai arrivata.

Mafia Capitale è comunque un’inchiesta che lascia nervi scoperti non solo per gli aspetti giudiziari, su cui è prematuro pronunciarsi anche se i contorni sono chiari, ma anche per la gestione dei danni arrecati alle vittime, soprattutto ai lavoratori delle cooperative coinvolte nella rete criminale che sono stati licenziati o che per mesi non hanno ricevuto lo stipendio pagando così un prezzo altissimo senza aver commesso alcun reato.

Un’inchiesta fondamentale ma parziale, ad esempio sul fronte dell’unico business che non conosce crisi e che è di certo più redditizio degli immigrati – diversamente da quello che dice Buzzi nelle intercettazioni – e cioè la droga che un anno dopo Mafia Capitale ha fatto registrare tre omicidi e otto gambizzazioni per regolamento di conti: il più giovane, 18enne, gambizzato a Tor Bella Monaca, l’ultimo il 25 novembre 2015  a Giardinetti. E non è un caso, come daSud denuncia da tempo, che droga e mafie si incontrino quasi sempre in periferia, quella parte di città di cui nessuno vuole prendersi cura veramente. Anche per questo il 2 dicembre 2015 è un anniversario che serve a far riflettere.