A vent’anni dalla morte di Don Peppe Diana, vogliamo ricordarlo con un pensiero e un regalo. Il pensiero è che Peppe Diana ci manca soprattutto per il modo con cui faceva antimafia. Un modo che veniva prima del suo essere prete, che nasceva dal suo vivere la comunità da cittadino attento ai bisogni, ai diritti e alle aspirazioni di chi viveva accanto a lui. Soprattutto dei giovani. Peppe Diana aveva capito, prima di tanti altri a Casal di Principe e in tutta quella zona asfissiata dalla camorra, che per sconfiggere la criminalità organizzata, bisogna mettere insieme atti piccoli, quotidiani simbolici, e la capacità di leggere i rapporti di potere all’interno della società. Peppe Diana non faceva sconti: alla politica, alla Chiesa, e agli stessi fedeli che frequentavano le sue messe. 

Quando sentì il bisogno di far sapere alla sua terra che per amore del suo popolo non avrebbe taciuto, capì subito che quello che mancava era un grido collettivo, non individuale. Quella richiesta di coraggio e di attenzione arrivò in tutte le chiese di Casal di Principe con l’impegno dei parroci dell’intera foranìa del luogo. Peppe Diana conosceva sia il valore altissimo della scelta individuale, sia quello altrettanto deflagrante, in terra di camorra, dell’organizzazione di un’azione antimafia sociale e collettiva.  Per questo la camorra, quel 19  marzo 1994, ha deciso di ucciderlo. Perché facendo antimafia alla maniera di Don Peppe Diana, le battaglie prima o poi si vincono.

… e poi c’è il regalo. Per ricordare Don Diana, daSud è felice di donare alcune tavole del fumetto Don Peppe Diana (Per amore del mio popolo) di Raffaele Lupoli e Francesco Matteuzzi, edito dalla Round Robin editore, per la collana Libeccio che l’associazione cura insieme alla casa editrice.

Le tavole del fumetto sono liberamente scaricabili cliccando qui

 

Di seguito, pubblichiamo un ricordo di Don Peppino Diana a cura di Raffaele Lupoli

 

Semplicemente don Peppe 

Don Peppe era semplicemente un prete, faceva (e bene) quello di mestiere: il capo scout, l’amico dei giovani, dei migranti e delle persone disabili. Il figlio, il fratello e il pastore d’anime. Il tifoso del Napoli e della Ferrari, il superstizioso e lo spericolato alla guida. Tante cose, ma non certo l’eroe. Non affrontava i camorristi a muso duro, non lanciava animosi anatemi, non era capopopolo né stratega. E questo non rende meno importante la sua testimonianza. Anzi, ci conforta nell’affermare che la lotta alle mafie dev’essere patrimonio di ciascuna e ciascuno, senza deleghe in bianco e senza depositari della verità che impartiscono lezioni o dispensano attestati di legalità.

A vent’anni dal suo assassinio don Peppe è testimone vivo di un’antimafia che è impegno quotidiano e concreto per la giustizia sociale, al fianco dei più deboli e al di là degli steccati ideologici. Trasmetteva ai giovani energia ed entusiasmo, agiva con coerenza e nettezza. Don Peppe non aveva i superpoteri, lavorava semplicemente al fianco della sua gente, dopo aver scelto con decisione di restare – lontano da carriere e riflettori cui pure avrebbe potuto ambire – a Casal di Principe, dov’erano le sue radici, il suo popolo, e dov’è maturato il frutto del suo impegno.

Semmai era (e in parte è ancora) il contesto che lo circondava ad essere “speciale”, nel senso però di anomalo: un far west fatto di violenza, affaristi senza scrupoli, politici conniventi, e una immensa zona grigia da cui negli anni è venuto fuori alla spicciolata qualche novello paladino dell’impegno antimafia. Non va dimenticato che vent’anni fa, mentre Giuseppe Quadrano entrava nella Chiesa di San Nicola chiedendo “Chi è don Peppe?”, tanta politica e tanta chiesa avevano la faccia rivolta altrove. A queste persone non è consentito oggi rispondere strumentalmente con il prete di Casale: “Don Peppe sono io”.

Questa frase può pronunciarla soltanto chi riesca a operare nel solco del suo esempio, replicando il metodo della semplicità prima che il “merito” delle sue opere. Non a caso i suoi amici e i coloro che ne hanno raccolto il testimone hanno chiaro in mente che se avesse sentito parlare delle “Terre di don Peppe Diana” avrebbe decisamente storto il naso. Un protagonismo che non gli si addiceva ma che in questi venti anni tanto ha giovato a una terra spesso identificata con il nome di un clan o con il riferimento esclusivo a rifiuti, morti e veleni.

Bene dunque che questo territorio lanci al Paese il suo messaggio di speranza facendo di don Peppe un simbolo, bene che arrivino i libri e le fiction “liberamente ispirate” alla sua vita. Ma se si vuole ottenere davvero un cambiamento non si deve commettere l’errore di farlo diventare l’eroe irraggiungibile e inimitabile da mettere su un piedistallo. Si farebbe un torto alla memoria di don Diana e si arrecherebbe un enorme danno a tutti coloro che le mafie vogliono combatterle nel loro piccolo, semplicemente “per amore del nostro popolo”.